Adam Phillips autore di La scatola di Houdini ISBN:8879285610

Alain de Botton, famoso per la sua capacità di rendere accessibile la filosofia, desiderava da tempo incontrare Adam Phillips, l’autore che ha fatto la stessa cosa per la psicologia. Lo ha finalmente incontrato, traendone questa intervista pubblicata sul Telegraph del 7 aprile 2001.

Se c’è uno psicoanalista in Inghilterra di cui chiunque, anche al di fuori della professione, può aver sentito parlare, è senz’altro Adam Phillips. E non è un caso, perché, fin dalla pubblicazione della sua prima raccolta di saggi, Phillips ha fatto tutto il possibile per parlare in un linguaggio semplice alla gente comune. “Se una teoria psicoanalitica interessa soltanto chi esercita la professione, probabilmente non vale la pena di leggerla”, ha dichiarato coraggiosamente nella prefazione di On Kissing, Tickling and Being Bored (1993). Detto per inciso, la maggioranza dei libri di psicoanalisi ha titoli come “Le relazioni oggetto e l’essere transizionale nel tempo”… Ormai Phillips ha scritto otto libri su temi di interesse universale: l’amore, la morte, il senso di colpa, l’infanzia, il corteggiamento, la monogamia. È l’unico autore a cui ho scritto, in veste di ammiratore. L’ho definito il nostro migliore saggista vivente. Quando l’ho intervistato nel suo appartamento di Notting Hill in concomitanza con l’uscita del suo nuovo libro La scatola di Houdini avrei voluto esprimergli tutta la mia ammirazione, ma sopraffatto dalla timidezza ho iniziato in modo più sobrio.

D. Una frase del critico Adam Mars-Jones riportata sulla copertina di molti tuoi libri ti definisce nei termini di “Quanto abbiamo di più vicino a un filosofo della felicità”. Che cosa significa per te essere un filosofo della felicità?

R. A parte l’espressione “filosofo”, la frase mi ha fatto molto piacere. Mi pare che Mars-Jones abbia approfondito un aspetto che nella psicoanalisi dovrebbe essere importante, la felicità. La psicoanalisi che ho studiato io era una sorta di religione laica dell’infelicità. C’era il presupposto che fosse più profondo o più sincero soffrire, e che il carattere delle persone dovesse essere valutato in base alla loro capacità di soffrire. Io invece credo che la vera sfida consista nell’imparare a godersi la vita.

D. Ma un filosofo della felicità dovrebbe sapere che cos’è la felicità e come la si trova. Invece i tuoi libri sono tutt’altro che prescrittivi.

R. Io non so che cosa ci può rendere felici. Lo scopo ultimo della psicoanalisi è aiutare le persone a trovare delle possibilità di felicità. Quindi io non vendo felicità, ma la possibilità di trovarla. Secondo me – e se qualcuno non è d’accordo può risparmiarsi il disturbo di leggere i miei libri – una quantità spaventosa di dolore è senza senso, non fa bene a nessuno. Quella che invece mi sembra un’arte è la capacità di trasformare l’infelicità in piacere.

D. Che idee si fa la gente quando incontra gli psicoanalisti?

R. Le più svariate: dal presupporre che lo psicoanalista possa leggere loro nel pensiero o capire le loro intenzioni – quasi fossero dei ciarlatani – fino all’ipotesi opposta: che il ciarlatano sia piuttosto lo psicoanalista, uno che si dà arie di persona intelligente, profonda e riflessiva, mentre in realtà soffre di un terrificante problema personale che lo costringe a essere un analista.

D. E la verità da che parte sta? Non mi pare infatti che tu soffra di un terrificante problema personale.

R. Gli psicoanalisti sono come i contabili o i tranvieri: persone di tutti i generi.

D. Di che cosa parla il tuo nuovo libro?

R. Parla della fuga, del modo in cui definiamo noi stessi attraverso le cose dalle quali pensiamo di dover scappare, e anche attraverso le cose verso le quali pensiamo di dover scappare. Alterna episodi significativi della vita di Houdini, l’artista della fuga, al caso immaginario di un uomo che vuole fuggire dalle donne (o meglio, fuggire dai suoi sentimenti per le donne). Mi sembra che nel libro si parli anche di come la nostra vita è dominata da varie forme di evasione.

D. Hai parlato spesso, soprattutto in questo libro, di quanto sia importante il rischio nella tua professione.

R. Sì, in generale io apprezzo il rischio, lo considero l’unica strada per entrare nell’ignoto. È l’unico modo che abbiamo per riconoscere che qualcosa ci è sconosciuto.

D. Nei tuoi libri l’aspetto formale è estremamente interessante. Nel mondo culturale anglosassone, sei uno dei pochi saggisti che esercita anche la professione. Da chi sei stato influenzato, come scrittore?

R. Hanno contato molto i saggisti dell’ottocento Hazlitt e Lamb, ma anche tutta una generazione di critici letterari, soprattutto William Empson e Roland Barthes. Ma per me, forse il più importante in assoluto è stato Emerson: quando ho letto i suoi saggi per la prima volta ho pensato: “Ecco, se uno sa scrivere così, vuol dire che sa davvero scrivere”. Per quanto riguarda l’aspetto formale, la saggistica mi piace perché consente di fare digressioni, ma anche di ammettere che non si sa molto di nessun argomento. Permette di liberarsi dalle restrizioni accademiche. Mi interessa la cultura degli altri, ma non ho una cultura mia.

D. In ciòciò che scrivi mi pare di riconoscere un conflitto: da un lato cerchi la semplicità e la leggibilità, dall’altro tendi alla complessità. A volte la tua prosa è assolutamente chiara, altre volte ci vogliono ore per capire che cosa stai dicendo. Vuoi allargare il pubblico della psicoanalisi, ma a volte i tuoi libri e la facilità di lettura vanno in direzioni opposte.

R. Hai ragione nel riconoscere un conflitto. Se sono troppo accessibili, i libri trattano con sufficienza il lettore. Però non mi interessano nemmeno la sagacia da mandarini o le forme elitarie di intellettualismo. Di conseguenza, per i miei libri l’ideale è che siano il più possibile accessibili senza cadere in semplicismi fuorvianti. Il mio obiettivo è evitare il gergo specialistico, ma certi argomenti rimangono comunque difficili.

D. Quando leggo le tue cose mi sembrano molto “britanniche”, nel senso buono della parola. A tuo parere qual è stato il contributo specifico della Gran Bretagna alla letteratura e alla pratica psicoanalitica?

R. Un buon senso pieno di fantasia, direi. Una delle cose che mi piacciono della nostra psicoanalisi è il fatto che non è ampollosa, che non parla continuamente delle profondità dell’essere o del significato della vita. Circoscrive i problemi. Dice cose importanti senza dire che lo sono.
Una volta hanno domandato a Oscar Wilde: “Non pensi che la moralità sia importante?”. E lui ha risposto: “Sì, ma non penso che lo sia l’importanza”. È proprio questo il bello della psicoanalisi britannica. L’approccio implicito è: “Questo aspetto ha catturato la mia attenzione, ed ecco le mie idee in proposito”.

D. Nel tuo libro On Flirtation sostieni che “nella teoria psicoanalitica l’ambivalenza può rivestire un ruolo centrale, ma gli psicoanalisti – quelli abbastanza psicotici da amare la psicoanalisi – non parlano mai delle cose che odiano della psicoanalisi”. Tu che cosa odi?

R. Odio due cose della psicoanalisi. La prima è la sua invadenza: a mio parere le persone sono essenzialmente riservate, e molto spesso la necessità di esprimersi diventa uno sforzo concreto. In certi casi questo sforzo è necessario, ma rimane comunque un grosso sforzo, che può anche risultare svilente. Un secondo problema consiste nella potenza della retorica della psicoanalisi: finché parlano fra di loro, gli psicoanalisti possono anche credere che si stanno dicendo la verità. Per me invece la psicoanalisi non è che una delle tante cose che si possono fare quando si sta male: si potrebbe anche provare con l’aromaterapia, con il lavoro a maglia o con il deltaplano. Della propria sofferenza si possono fare una quantità di cose, e non credo che la psicoanalisi sia la migliore, anche se la tengo in grande considerazione.

D. Un’obiezione frequente alla psicoanalisi è: “Perché non parli con i tuoi amici, invece di pagare qualcuno per ascoltarti?” Tu come ribatteresti?

R. Dall’analista bisognerebbe andare soltanto quando parlare con gli amici non funziona più. Mi piacerebbe molto vivere in un mondo in cui le persone parlano con gli amici invece che con gli analisti, ma spesso le persone non possono parlare con i loro amici per svariati motivi. Parlare con qualcuno che non ci conosce offre molti vantaggi. Parlare con qualcuno che paghiamo può farci sentire un po’ più liberi di essere spietati.

D. Perché in America c’è un bisogno così forte, e a mio parere così assurdo, di dimostrare che Freud si è sbagliato?

R. “Sbagliato” è un’espressione usata da chi ha bisogno di sentirsi sempre nel giusto. Giusto e sbagliato qui non c’entrano. Se si vive in una cultura che dà importanza ai criteri scientifici, non è poi tanto strano che tutto venga misurato in base a criteri scientifici. Anche se forse non è questo l’unico modo per valutare le cose che consideriamo importanti. Non credo sia possibile dimostrare che Freud si è sbagliato più di quanto si possa dire che si è sbagliato Henry James. Possiamo dire che non ci piace e possiamo risparmiarci il disturbo di leggerlo. Uno degli aspetti più interessanti è che la gente continua a sentirsi in dovere di affossarlo: è curioso, potrebbero semplicemente smettere di leggerlo. Nessuno obbliga nessuno a leggere Freud. Nessuno obbliga nessuno a entrare in terapia.

D. Per ricollegarci al tuo nuovo libro su Houdini e sulla fuga, a che cosa potrebbe voler sfuggire la gente, quando dice che Freud si è “sbagliato”?

R. Forse vuole sfuggire ai pensieri e alle sensazioni che nascono nel leggere Freud. Freud è molto evocativo, e in certi punti si avvicina molto alla verità. È davvero difficile restargli indifferenti: o lo si trova affascinante, o si pensa che è ciarpame. Freud provoca reazioni forti, come tutti gli autori più interessanti. Non lo considero una lettura per tutti, ma nel caso in cui ti piaccia, credo che possa rendere la tua vita più interessante, o più vera, o più profonda. In breve, più piacevole.

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