In occasione del decennale del festival Caffeina, 16 scrittori italiani raccontano l'amore e la passione in un'antologia di racconti perfetta per San Valentino

Sedici autori italiani, sedici racconti diversi per Un bacio in bocca (Longanesi)storie che parlano d’amore nella sua accezione più passionale. Una lettura ideale per San Valentino.

C’è l’amore magico nato da un incontro casuale nella campagna, come quello che vive il giovane Andrea: una storia che sembra destinata a finire alle prime luci dell’alba e che invece avrà un seguito inaspettato dieci anni dopo, quando la vita lo metterà di fronte a un altro incontro e a un nuovo inizio. C’è l’amore che nasce da una piccola, innocente bugia, che negli anni però cresce e finisce per diventare una verità, perché non tutte le bugie vengono per nuocere; alcune, anzi, possono aiutare un matrimonio. E c’è l’amore che sembra sparito, sepolto sotto la noia del quotidiano, ma che si risveglia di colpo, più forte che mai, per una frase sbagliata al momento giusto, una frase che rimette errori e rancori nella giusta prospettiva.

un-bacio-in-bocca

Nelle storie raccolte in questa antologia (curata da Giorgio Nisini), l’amore viene presentato nei suoi diversi aspetti. Gli autori (lo stesso Nisini, Fulvio Abbate, Giuseppe Aloe, Annarita Briganti, Errico Buonanno, Giuseppe Conte, Giuseppe Culicchia, Valentina D’Urbano, Chiara Gamberale, Franco Limardi, Lorenzo Marone, Aldo Nove, Marco Peano, Sergio Claudio Perroni, Romana Petri e Simona Sparaco) sono stati tutti ospiti di Caffeina (ogni anno a inizio estate a Viterbo). Il festival, inaugurato nel 2007, celebra con questo libro il suo decennale.

Su ilLibraio, per gentile concessione dell’editore, il racconto di Simona Sparaco, scrittrice e sceneggiatrice, autrice di Nessuno sa di noi e Se chiudo gli occhi (Giunti).

di SIMONA SPARACO

Ossessioni

Devo ricordarmi di far riparare il tetto. Tra le altre cose, devo assolutamente ricordarmi di far riparare il tetto.

È buio nella stanza, talmente buio che potrei anche essere altrove.

Sarà già mattino, forse ora di pranzo, e io non ho ancora voglia di alzarmi dal letto. Sono così stanco. La giornata non è neanche cominciata e io sono già così stanco. C’è odore di muffa, e l’umidità ti penetra nelle ossa come una vecchia strega. Le gocce di pioggia, a intervalli più o meno regolari, mi piombano sulla spalla, ricordandomi che ci sono tante cose che ancora devo fare. Innanzitutto, certo, devo far riparare il tetto.

L’agenzia ha chiamato l’altro giorno per avvisarmi che un regista vuole vedermi per un provino, deve solo decidere quando gli resta più comodo. Come la fanno difficile certi registi. Almeno quanto i produttori. Eppure tutto dipende da loro, soltanto da loro. Quanti giorni sono passati dalla telefonata dell’agenzia? Non era la scorsa settimana? Forse è passato più tempo. E allora perché non mi ha richiamato nessuno? Che il provino sia stato annullato?

Lo so, un giorno di questi mi deciderò a lasciar perdere tutto. Mi metterò a fare altro. Forse continuerò a sentirmi un attore mancato per chissà quanto tempo, ma piuttosto che sottostare a queste continue umiliazioni, giuro che lascio perdere tutto. Mi metterò a fare altro.

Aveva ragione lei, è un animo che non si dà pace il mio. Non c’entra niente il sistema, sono io che non riesco a darmi pace.

Non si può certo dire che non mi abbia lasciato scelta. Anche lei voleva che mi mettessi a fare altro. «Se rimani tutto il giorno stravaccato sul divano, la vita non viene mica a cercarti», diceva spostandosi da un lato all’altro i suoi infiniti capelli. «E smettila di lamentarti. Prova piuttosto ad alzarti da quel maledetto letto.»

Mi portava in giro per festival letterari. Lei amava la letteratura, il cinema. Una delle nostre notti d’amore più intense, l’abbiamo vissuta in una città medievale che in una settimana di luglio si era vestita di musica e colori per dare voce agli scrittori contemporanei, per invogliarli a parlare delle loro opere, dei loro romanzi. Lei prendeva addirittura appunti, e intanto mi lanciava occhiate cariche di desiderio. Ci perdevamo nelle stradine ciottolate, ci fermavamo per ascoltare le voci che lei amava di più, che sapevano incantarla. Quei festival erano in grado di accenderla, lei nutriva una vera e propria passione per la parola scritta. Era meno intensa, però mi rassicurava, di quella che nutriva per me. Non si può certo dire che non mi abbia amato. Lei e i suoi infiniti capelli. Quante volte si chiudeva nel bagno a piangere; poi usciva con la gonna stropicciata di lacrime e saliva, stretta tra le dita, e negli occhi, così evidente, un bisogno disperato di rimanermi accanto. Non si può certo dire che non mi abbia amato.

Voleva un figlio e le provava tutte. Finivamo di fare l’amore, andavo in bagno a sciacquarmi, e quando tornavo la sorprendevo con le gambe per aria e il sedere contro la spalliera del letto; i boccoli sparpagliati sul cuscino, come a prendere le distanze da quella follia. Diceva che era il momento giusto, se lo sentiva. «Lo sai, no? che sono sensitiva», mi spiegava da quell’assurda posizione. Ma sensitiva o meno, lei voleva a tutti i costi un figlio. Altrimenti neanche il suo animo sarebbe mai riuscito a darsi pace, e non importava quanti libri intanto potesse leggere per colmare quel vuoto che la divorava lentamente.

Quando otterrò la parte, tornerò da lei e le darò finalmente il figlio che merita. Solo quando riuscirò a ottenere la parte, però. L’agenzia ha chiamato l’altro giorno per avvisarmi che un regista vuole vedermi per un provino, deve solo decidere quando gli resta più comodo. Come la fanno difficile certi registi. Quando riuscirò a ottenere la parte, mi metterò a fare altro. Magari proprio il regista. Dovrei solo trovare il copione giusto. Forse potrei scrivermi un copione e farne la regia. Una volta avevo in testa un’idea sul precariato che potrebbe anche funzionare. Perché no? Butto giù qualche pagina e ne parlo con un produttore. Anzi, quando riuscirò a ottenere la parte, posso anche investirci qualche soldo e produrmelo per i fatti miei.

È buio nella stanza, e io sono così stanco. La giornata non è neanche cominciata e io sono già così stanco. Non riesco nemmeno ad alzarmi dal letto. Mi mancano i suoi capelli, aperti a ventaglio sul mio petto; il respiro di bambina; i polpastrelli umidi che mi scivolavano sul collo senza farmi il solletico. Adesso invece, soltanto gocce di pioggia sporca, inesorabili, una dopo l’altra, a ricordarmi che ci sono ancora tante cose che devo fare. Innanzitutto, certo, devo far riparare il tetto.

Altri cinque minuti e giuro che mi alzo. Questa volta mi alzo sul serio. Devo scrivere il copione. Se mi danno la parte, non posso farmi trovare impreparato. Potrebbe venir fuori un capolavoro. Potrei parlare di lei e dei suoi infiniti capelli, della voglia che aveva di fare un figlio, della passione per la letteratura, di tutti i festival letterari che amava tanto. Potrei descrivere la forza delle sue gambe nel tenermi dentro, la rabbia delle sue labbra nel prendermi a morsi, nell’impedirmi di sgusciare via. E io che intanto mi perdevo nell’odore infantile dei suoi capelli, e che la lasciavo fare, pur sapendo che la vita non sarebbe mai venuta a cercarmi.

Potrei sul serio parlare con un produttore e farne un film, ambientarlo in quella città medievale che ho visitato con lei, tornare a vestirla di musica e colori, chiamare un po’ di scrittori per fare scena, le chiedo se le interessa fare la comparsa, leggere qualche brano tra quelli che ha amato di più. Adesso mi alzo e richiamo l’agenzia. Le domando di quel regista che vuole vedermi per un provino. Le chiedo se ha trovato il giorno che gli resta più comodo. Se non mi risponde, questa volta giuro che lascio perdere tutto, e mi metto a fare altro. La richiamo e le dico che sono pronto, pronto per ricominciare, per darle un figlio, per riempirle la casa di libri e di colori. Le giuro che questa volta faccio sul serio. Sono pronto ad alzarmi dal letto, ad affrontare la giornata. E anche, certo, a decidermi di far riparare il tetto.

Ora mi alzo.

 

Credo di aver sbattuto la fronte contro qualcosa di freddo e umido.

Sollevo le braccia. Percorro con le dita una ruvida superficie di legno che sembra non finire mai.

 

È legno marcio, pieno di crepe.

 

Ecco da dove viene questa maledetta pioggia.

 

E non è neanche pioggia. È fanghiglia. Gocce d’acqua e fango sulla pelle sciolta.

Mi lascio divorare dai ricordi, e intanto mi chiedo se si possa chiamare vita questo spasmo di pensieri. Gli occhi ancora così pieni di tutto, quando intorno non resta più niente.

Inesorabile, come le gocce di fanghiglia, anche il buio mi inghiotte. Fino a catapultarmi sulla più amara delle constatazioni: lei non è qui con me. Non mi dorme più accanto.

Dove sono finiti tutti i suoi capelli?

Sono mai riuscito a darle il figlio che desiderava tanto? A fare quel film, a riempire la nostra casa di colori?

Devo ricordarmi di lei.

Devo assolutamente ricordarmi di lei.

 

Devo ricordarmi, tra le altre cose, di far riparare il tetto.

È buio nella stanza, talmente buio che potrei anche essere altrove.

Adesso mi alzo. Altri cinque minuti e giuro che questa volta mi alzo sul serio.

Commenti