Su ilLibraio.it un capitolo da "Non adesso, per favore" di Annalisa De Simone, che racconta la storia di una donna sulla linea d’ombra della vita...

La prima volta che Annalisa legge un romanzo di Vittorio Ferretti, è ancora adolescente. Anni dopo, trasferitasi a Roma per inseguire il desiderio di scrivere, lo incontra di persona. Fra i misteri taciuti di Vittorio e l’estensione dei suoi silenzi, nasce un amore. Fino a che lui non la raggiunge a L’Aquila per rivendicare il suo bisogno di solitudine. La notte del sei aprile del duemilanove, Annalisa è a casa dei suoi. Fugge per strada, tra le macerie che piovono tagliando in due il futuro della sua città. Il terremoto è come un rombo che viene dal cielo e dalla terra insieme. La stessa notte, Annalisa e la sua famiglia sfollano in un paesino sulla costa abruzzese. Nel loro minuscolo appartamento corre la storia di una giovane donna che fino al terremoto ha vissuto a Roma, sognando un futuro da scrittrice, il riscatto da una realtà di provincia e quello da un padre che non condivide le sue scelte di vita. Fra l’angoscia dell’abbandono e una convivenza che si fa prigione, Annalisa troverà il modo di fuggire dal travestimento dell’amore e dalla paura che si affaccia improvvisa…

Annalisa De Simone (L’Aquila, 1983) vive a Roma, dove si laurea in Scienze umanistiche e, alcuni anni dopo, in Filosofia teoretica. Il suo romanzo d’esordio è Solo andata (Baldini&Castoldi 2013). Marsilio ha pubblicato Non adesso, per favore, la storia di una donna sulla linea d’ombra della vita.

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Su ilLibraio.it un estratto (per gentile concessione di Marsilio)

E io chi dovrei essere per te? gli ho chiesto nel corso della nostra ultima telefonata. Ninni, tu per me sei cuore. Tipico di lui, fuggire il senso della domanda con qualche sparata a effetto. Non ho saputo cosa rispondergli. Per un po’ siamo rimasti in silenzio; ho avuto il tempo di uscire in terrazzo e accendermi una sigaretta. La nonna era sul divano con le gambe stese sopra una pila di cuscini. Infagottata con un maglione di lana, anche se il caldo nella mansardina era soffocante. Gli ho fatto: Continui a chiamare per non dirmi nulla. Perché dici così? Credo che fare il finto tonto inizi a piacergli. Vittorio, ci siamo lasciati, non stavi bene, d’accordo, capisco, ma non sopporto di parlare di niente. Di cosa vorresti parlare, Ninni? Ho alzato la voce: Basta con questo Ninni! E invece adoro quando mi chiama così. Il suono del mio nome in bocca sua è così formale e distante e ridicolo. Annalisa. Lo detesto, meglio Ninni, anche se non voglio ammetterlo. Davanti a me, la campagna aveva colori brillanti. Giorno dopo giorno, il sole di Miglianico si scalda e le vigne diventano rigogliose. Il verde a volte, sulla linea dell’orizzonte, sfuma nell’azzurro del cielo con una variazione di tono impercettibile. Sei ancora lì? mi ha chiesto. Certo, dove vuoi che vada? Ma non gliel’ho detto, non così almeno, non volevo sembrargli patetica. Mi sono limitata a un sì, molto basso. Ero felice di sentirlo e allo stesso tempo nervosa. Hai deciso quando tornare a Roma? Strano, sono rimasta di stucco. Come se non avessi messo in conto quella possibilità, come se Miglianico dovesse esserci per sempre o come se stessi pensando al fatto di ripartire solo in quell’istante. Ho avuto voglia di prendere la macchina e raggiungere Ferretti, subito, non un minuto in più. Mi sono immaginata la scena di me che citofono, lui che mi apre sorpreso e contento di rivedermi; l’imbarazzo delle prime frasi e tutto il resto. Più che altro ho immaginato il suo sguardo, gli occhi sgranati e mezzi lucidi. Non lo so quando torno, ho l’impressione che mamma abbia ancora bisogno di me, mi sentirei in colpa a mollare tutti adesso, gli ho detto. C’era vento e le foglie si alzavano nella corrente in piccoli vortici. Mi piaceva quell’atmosfera, somigliava al preludio di qualcosa. Il nostro silenzio, la campagna, il sole, il brusio degli insetti e il profumo dell’erba sembravano un prologo. Tipo una stasi a cui segue l’azione. Ma ovviamente non c’è stata azione. Ferretti aveva una voce ammiccante: ti penso. Davvero? A un tratto la voglia di infilarmi in macchina e raggiungerlo è scomparsa. Mi sono sentita ingannata. Succede sempre quando dice che mi pensa. Anche se una parte di me è felice. Mi manchi, ti penso, sto male… Il fatto che stia male, ad esempio, mi rasserena. Ancora un po’ di silenzio, poi lui: dico sul serio. Lui dice sempre sul serio. Ma dice e basta, è questo il problema. Il vento si è alzato di colpo e io sentivo la sua voce disturbata. Sono rientrata in casa, e mi sono chiusa in camera dell’anziana. Mia madre era in cucina, passa la maggior parte del tempo lì. Forse le ore trascorrono più velocemente per lei. Mio padre era fuori, non so bene dove. Ho paura che si stia lasciando prendere dalla malinconia. Sono giorni che non mi rimprovera, brutto segno. Ninni, ho cominciato il nuovo romanzo, sai? Una stilettata. Se ha la forza di scrivere vuol dire che sta meglio, ho pensato. La verità è che piano piano mi lascia andare. E io? Mentre Ferretti mi raccontava della storia che ha in mente, mi sono chiesta: cosa fai tu per riprenderti? Le tende erano tirate a metà e i raggi si intrufolavano in stanza di sbieco. Ho guardato il riflesso del sole sul pavimento, un corridoio di luce dalla finestra a me. Ora lo percorro, ho pensato, così mi porterà… dove? Non sapevo neanche scegliere un luogo fra gli altri. A L’Aquila? A Roma? A prima? Con Ferretti o senza? Non ho capito nulla di quello che mi diceva, ero troppo distratta. C’era di mezzo un manoscritto ritrovato e uno scrittore che si mette in testa di dargli una fine, ma non ho sentito il perché. Molto interessante, gli ho fatto, fingendo di aver ascoltato. Spero di sì, anche se per adesso è solo un’idea. Ancora silenzio. Mi sono sentita svuotata, non solo delle parole ma in generale di tutto. Un sentimento di noia, non piatto, anzi, doloroso, ma un dolore sordo. Mi intristiva quel distacco, avrei voluto provare un’emozione e invece scavavo, scavavo senza trovare niente. Neanche qualcosa da dire. Ciao, Vittorio. Ogni volta che lo chiamo per nome penso a me come a un’adulta. Sono finiti i tempi delle smancerie, e allora che iniziassimo a chiamare le cose per come stanno. Annalisa e Vittorio, altro che Ninni. Manchi ogni giorno di più, mi ha detto. Ti stringo forte. Non ho risposto  e ho messo giù.

(continua in libreria)

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