Nel suo nuovo libro "Amuleto Celeste", Helen Humphreys racconta la storia della prima costruttrice di esche a mosca per salmoni, Megan Boyd, mescolando nella narrazione ricostruzioni immaginarie della vita della donna, eventi storici e riflessioni sul ruolo dello scrittore...

Come si scrive la biografia di una persona straordinaria, ma dalla vita quasi monastica? Questa è la domanda che si pone Helen Humphreys nel suo ultimo libro, Amuleto Celeste (Fandango/Playground, traduzione di Monica Capuani).

L’autrice, originaria del Surrey ma cresciuta in Canada, dove tutt’ora vive con l’amata cagnolina Charlotte, ha deciso di raccontare la storia di Megan Boyd, la prima donna a costruire esche a mosca per salmone.

“Quando devo costruire la trama di un romanzo, una delle prime cose a cui penso è la motivazione principale del protagonista. Cosa vuole? Da cosa è mosso? Una storia si crea combinando le motivazioni del personaggio con le condizioni oggettive in cui si trova”, spiega Humphreys a poche pagine dall’incipit.

Per tutto il romanzo, infatti, la scrittrice racconta il “dietro le quinte” della narrazione, dedicando qualche paragrafo a spiegare il mestiere di scrivere e qualche capitolo a svelare come si è avvicinata lei stessa al mondo di Boyd, quello delle esche a mosca per la pesca al salmone.

Helen Humphreys (Foto di Kaja Tirrul)

Megan Boyd, nata nel 1915 in Scozia, dove ha sempre vissuto, ha imparato l’arte dal padre e ha iniziato presto a vendere ai pescatori le proprie esche. Lavoro che ha svolto per tutta la vita, trascorrendo fino a quattordici ore al giorno seduta davanti al suo tavolo da lavoro a confezionare stupende esche capaci di attirare l’attenzione e stuzzicare la curiosità dei salmoni. Quando si pesca il salmone, infatti, non si gioca con l’appetito del pesce – i salmoni risalgono i fiumi per deporre le uova satolli di krill, anguille di sabbia e aringhe – ma li si attira con un’esca capace di “innescare un ricordo”.

Nella sua casupola a Brora Boyd non aveva né acqua corrente né elettricità, quindi la sua giornata si svolgeva seguendo la luce del sole. E nonostante la fama, raggiunta grazie all’eccellente qualità delle sue esche, non ha mai lasciato la modesta casa che divideva con un cane. Ma mai con un altro essere umano.

A questo proposito Humphreys, con l’arguzia di una scrittrice rodata, immagina due universi paralleli: Boyd ha un compagno, probabilmente un pescatore, oppure ha una relazione con una donna, presumibilmente sposata. Per avvalorare questa seconda ipotesi analizza l’abitudine di Boyd di indossare abiti maschili e la giudica come un possibile indizio di identità di genere non eteronormativa.

Di Boyd non si sa molto altro oltre al fatto che era una superba costruttrice di esche e che tra i suoi clienti vantava alcuni tra i personaggi più influenti dell’epoca, incluso il Principe Carlo d’Inghilterra. Nel 1971 è stata insignita della Medaglia dell’Impero Britannico dalla regina Elisabetta, ma non si è presentata alla cerimonia di consegna del premio perché, così disse, non poteva lasciare solo il suo cane.

Humphreys per sopperire le mancanze della biografia di Boyd collega ricostruzioni immaginarie della vita della donna ai pochi fatti storici e vi unisce la propria storia di scrittrice e donna alle prese con un periodo di riassestamento in seguito alla perdita di alcuni cari, tutti quanti deceduti a causa del cancro.

Così nasce un libro a più strati, che racchiude l’esperienza della donna che lo ha scritto, la storia della donna straordinaria che lo ha ispirato, ma anche il processo di scrittura e il complicato atto che compie lo scrittore quando decide di trasferire sulla carta momenti immaginati, riflessioni e fatti reali.

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