“L’animale che mi porto dentro”, il nuovo romanzo dello scrittore Francesco Piccolo, classe ’64, vincitore del Premio Strega 2014 con “Il desiderio di essere come tutti”, racconta quali sono i movimenti, i sentimenti e le contraddizioni che portano l’uomo a comportarsi come si comporta e a essere quello che è. Perché, secondo l'autore e sceneggiatore, ci sono alcuni caratteri che tutti i maschi condividono, caratteri che dipendono da una cultura che si tramanda di generazione in generazione e che costringe (sì, costringe) l’uomo ad accettare, fin da quando è bambino, i valori della virilità, del coraggio, della forza, della violenza e, soprattutto, del sesso… - L'approfondimento

In uno dei capitoli del nuovo libro di Francesco Piccolo viene citato il saggio di Elain Blair, Great American Loser, pubblicato in Italia con il titolo Il nuovo corso dei romanzieri americani. Come spiega lo scrittore, nella traduzione è stata tagliata una parola “irrinunciabile”, ovvero “perdenti”. Una parola che contiene l’essenza di una tipologia di uomo che si contrappone al modello precedente di maschio alfa, presentandosi come uno che si sente costantemente non amato e non amabile, uno che pensa sempre di non essere all’altezza, uno che soffre, uno sensibile.

Uno come il protagonista/voce narrante (è sempre difficile definire il personaggio in un’opera di autofiction) de L’animale che mi porto dentro (Einaudi), un romanzo in cui Francesco Piccolo, classe ’64, vincitore del Premio Strega 2014 con Il desiderio di essere come tutti, racconta cosa vuol dire essere un maschio; quali sono i movimenti, i sentimenti e le contraddizioni che portano l’uomo a comportarsi come si comporta e a essere quello che è.

l'animale che mi porto dentro

Perché, secondo Piccolo, ci sono alcuni caratteri che tutti i maschi condividono. E non si tratta “di fare di tutta l’erba un fascio” (rischio, tra l’altro, molto comune, soprattutto quando si parla di differenze tra sessi), ma di intercettare quel comune denominatore che rende simili tutti gli appartenenti alla categoria maschile. Da cosa dipendono questi caratteri? Principalmente dalla cultura. Una cultura che si tramanda di generazione in generazione (di padre in figlio) e che costringe (sì, costringe) l’uomo ad accettare, fin da quando è bambino, i valori della virilità, del coraggio, della forza, della violenza e, soprattutto, del sesso. 

Si può combattere questa cultura? No. O meglio, si può cercare di farlo: e infatti proprio attorno a questo conflitto si sviluppa il romanzo. 

L’animale che mi porto dentro è il tentativo di un uomo di comprendere il motivo per cui in lui convivono due parti in contraddizione, una bestiale e l’altra sentimentale. La parte bestiale porta l’uomo a sentirsi “stocazzo”, a voler scopare ogni donna che si trova davanti agli occhi, dalla collega alla cameriera del bar, alla mamma di un compagno di scuola del figlio. Lo porta a essere violento, a dominare, a voler avere ragione a tutti i costi. A godere nel vedere la paura negli occhi della moglie e della figlia davanti alla sua aggressività incontrollabile. La parte sentimentale è quella che lo porta a sentirsi “l’ultimo uomo al mondo”. A innamorarsi, a soffrire, a essere insicuro. A voler essere diverso. A voler combattere con tutte le sue forze quel lato animale che lo rende un maschio. 

Ma è possibile sentirsi allo stesso tempo sia l’ultimo al mondo, sia stocazzo?

È possibile smettere di essere tormentati dal desiderio di scopare?

È possibile smettere di misurare la propria virilità in relazione al sesso?

È possibile non vergognarsi di amare? Ma soprattutto, è possibile essere migliore di quello che si è?

A questa lunga serie di interrogativi (a cui in realtà se ne potrebbero aggiungere molti altri, con tante sfumature diverse), Piccolo non dà mai una risposta. Né a se stesso, né al lettore. È come se il romanzo scavasse attorno a un dubbio, ma non riuscisse mai a venirne a capo definitivamente perché, nel momento in cui ci viene data un’interpretazione, ecco che dopo dieci, venti, trenta pagine, quella stessa domanda ritorna, più prepotente di prima, e ne viene fornita una nuova visione. 

Una risposta definitiva non può esserci, perché le contraddizioni di un uomo non possono essere risolte. Quello che invece appare chiaro e definitivo è la certezza che il maschio non può smettere di essere un animale perché vive in branco. È la comunità di maschi che detta le regole alle quali bisogna adattarsi. È la comunità che avalla i comportamenti aggressivi e che porta il maschio a sentirsi euforico di essere com’è: il maschio “si sente autorizzato a esser così, agli occhi degli altri maschi non si vergogna – addirittura è la spinta del mondo maschile che lo porta a essere così”. Anche le femmine, probabilmente, si portano dentro un animale (e l’ha raccontato bene Elena Stancanelli nel libro La femmina nuda, La nave di Teseo), ma a loro non è concesso mostrarlo. La differenza tra uomo e donna, quindi, forse, sta proprio in questo.

elena stancanelli la femmina nuda

E in queste 228 pagine piene di racconti, di confessioni, di ossessioni per le proprie debolezze, sembra che in qualche modo lo scrittore chieda scusa di essere quel tipo di maschio, ma che, allo stesso tempo, sia anche orgoglioso di esserlo.

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