"Ogni giorno è un dio" è la prima traduzione italiana di un'opera della scrittrice americana Annie Dillard. Vincitrice del premio Pultizer nel 1975, Dillard è apprezzata soprattutto per le sue raccolte di saggi romanzati, "novelized non-fiction", come li definisce la stessa autrice, in cui la natura e il risveglio (inteso come presa di consapevolezza del mondo) sono i temi principali... - L'approfondimento

Mi sono svegliata poco a poco, come tutti i bambini, per gradi, nel corso degli anni. Ho scoperto me stessa e il mondo, poi li ho dimenticati, e li ho riscoperti. Mi svegliavo a intervalli, finché cioè gli intervalli del risveglio non facevano pendere l’ago della bilancia, ed ero più sveglia che no. Ho preso coscienza di questo processo del risveglio, e con terrificante logica ho ipotizzato che uno di questi anni, di qui a non molto, sarei stata sveglia di continuo senza mai più tornare indietro, senza mai più liberarmi di me stessa“.

Svegliarsi è una brevissima riflessione che appare tra le pagine di Ogni giorno è un dio (Bompiani), prima traduzione italiana di un’opera della scrittrice americana Annie Dillard. Di lei, fino a ora, non si è parlato molto in Italia, mentre all’estero sono stati tanti i riconoscimenti: nel 1975, all’età di 29 anni, Dillard ha vinto il Pulitzer per la saggistica con il volume d’esordio Pilgrim at Tinker Creek, grazie al quale ha conquistato molti lettori, tra cui David Foster Wallace e Geoff Dyer. Da quel momento ha continuato a scrivere, pubblicando poesie, due romanzi, un memoir e, principalmente, raccolte di saggi.

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La prosa di Annie Dillard, però, ha qualcosa di peculiare, che la distingue e l’allontana dal genere. Le sue opere non rientrano a pieno titolo nella categoria della saggistica, la stessa autrice in un suo diario parla di “novelized non-fiction“. In pratica, saggi che sembrano dei racconti.

Questa forma narrativa permette a Dillard di compiere un’indagine naturalistica e letteraria insieme, di esercitare uno sguardo vigile e critico, ma anche costantemente meravigliato. Il già citato brano Svegliarsi sintetizza questa visione in una perfetta immagine: una tuffatrice che incontra il proprio riflesso nell’acqua di una piscina. “Le punte delle dita sull’acqua, i polsi che le scivolano su per le braccia. La tuffatrice si avvolge tutta nel proprio riflesso, sigillandolo nelle punte dei piedi, e lo indossa mentre si arrampica risalendo dalla piscina, e da allora per sempre”.

Il risveglio è il tema centrale del suo pensieroPilgrim at Tinker Creek inizia proprio con l’autrice che, svegliandosi, trova il suo corpo “ricoperto di impronte di zampe insanguinate”. Svegliarsi significa aprire gli occhi e iniziare a vedere il mondo: “Ci sono un sacco di cose da vedere, regali scartati e sorprese gratuite. Una volta ero in grado di vedere gli insetti in volo nell’aria. Ma devo aver perso interesse in quest’abitudine, perché l’ho abbandonata. Sfortunatamente, la natura è una specie di ora-la-vedi, ora-non-la-vedi-più. Un pesce guizza, poi si dissolve nell’acqua davanti ai miei occhi come altrettanto sale. Cervi all’apparenza ascendono al cielo corporalmente; il rigogolo più brillante sparisce nel fogliame. Queste sparizioni mi lasciano stupefatta e immersa in una concentrata fissità”.

Al risveglio della coscienza segue una naturale conseguenza: la scrittura, perché la scrittura “è tutta una questione di tenere gli occhi aperti“, rimanere sempre concentrati, per non vivere la vita come sonnambuli. Annie Dillard è convinta che il compito dello scrittore sia quello di indagare ogni oggetto della natura con estrema chiarezza, per scoprirne il mistero: “Insisti. Esamina tutte le cose intensamente e incessantemente. Sonda e scandaglia ogni oggetto in un’opera d’arte. Non liquidarla, non scorrerci sopra come se fosse già stata capita, seguila invece nel suo svilupparsi finché non la vedi nel mistero della sua stessa specificità e forza […] Sei stato sbalzato su questo mondo per dare voce a questo, al tuo stupore”.

Eppure, nonostante l’appello alla lucidità e alla chiarezza, spesso l’autrice scrive in modo oscuro (forse proprio in questo consiste parte del suo fascino?). Parlando di Piligrim at Tinker Creek, Eudora Welty ammetteva che in alcuni passaggi “onestamente non so di cosa stia parlando”.

Dillard affronta questioni etiche e metafisiche: il suo sguardo rivolto alla natura è una strada per accedere a un’altra conoscenza. Ogni albero è un dettaglio che può permetterle di guardare oltre. Se c’è un altro mondo, è in questo mondo. Nel saggio Eclissi totale scrive: “La mente vuole che il mondo ricambi il suo amore, o la sua consapevolezza; la mente vuole conoscere il mondo intero, e l’eternità intera, e persino Dio”.

Per questo la scelta del saggio romanzato come unica forma letteraria attraverso cui poter intraprendere questa indagine: “Il romanzo come forma letteraria di rado è stato metafisico; di solito presenta la società così com’è. […] Gli scrittori attratti dalla metafisica possono bellamente ignorare gli strombazzamenti commerciali, quasi fosse una radio, o usare ambientazioni storiche, o trovare rifugio nella saggistica o nella poesia”.

Il lettore che sceglie di leggere Annie Dillard deve avere la stessa predisposizione della scrittrice, la stessa capacità di rimanere sempre vigile. Come scrive Geoff Dyer nell’introduzione di Ogni giorno è un Dio, “con ciò intendo dire sul serio che Dillard ringiovanisce persino gli stufi-delle-parole, i quali – capita anche ai migliori di noi – hanno ceduto, come Henry nel quattrodicesimo Canto onirico di John Berryman, a un senso di noia nei confronti della letteratura”.

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