L’anonimato o gli pseudonimi erano decisamente diffusi nel ‘700, quando, per timore di censura, senso del pudore, status sociale o ruolo, paura delle critiche o semplice divertissement, gli autori utilizzavano questa pratica volontariamente. Nel saggio di Lodovica Braida “L’autore assente” si parla, tra gli altri, di grandi della letteratura come Alfieri, Parini e Goldoni, e di una realtà editoriale molto diversa rispetto all'attuale - L'approfondimento

Quando pensiamo a un libro, siamo abituati a immaginare la sua copertina con il nome dell’autore che troneggia in bella vista, spesso al di sopra del titolo. Ma se con una macchina del tempo viaggiassimo fino al Settecento, avremmo davanti agli occhi una situazione ben diversa: l’anonimato o gli pseudonimi erano decisamente diffusi, per quanto occorra precisare che non c’era alcun rapporto di causa-effetto tra il riconoscimento della proprietà intellettuale e la mancanza o la presenza del nome sul frontespizio.

La scelta di pubblicare in forma anonima era ovviamente tutt’altro che casuale, e rispondeva a esigenze molto diverse tra loro: dal timore per la censura a un semplice senso del pudore per la materia trattata, dalla volontà di oscurare un nome ridicolo alla consapevolezza di aver scritto un’opera indegna del proprio status sociale o al ruolo (specialmente se si apparteneva a un ordine religioso), dalla paura di ricevere critiche al semplice divertissement…

Nel suo saggio L’autore assente. L’anonimato nell’editoria italiana del ‘700 (Laterza), Lodovica Braida si sofferma su alcune di queste ragioni e su esempi paradigmatici dell’anonimato o, viceversa, dei tentativi di affermazione della propria identità di autore.

laterza Lodovica Braida L'autore assente

Per cominciare, è necessario ricordare che anche il diritto d’autore nel Settecento in Italia latitava e avrebbe continuato a lungo: Napoleone avrebbe provato a portarlo nella Repubblica Cisalpina solo attorno al 1840, ma anche in quel caso i risultati sarebbero stati scarsi e le edizioni pirata avrebbero continuato a proliferare. A quell’epoca, gli autori non erano tutelati e la remunerazione era minima, spesso ridotta a un tot di copie o a un piccolo anticipo; in ogni caso, l’unica protezione dell’opera immessa sul mercato era rappresentata dalle privative di stampa, rilasciate dai governi agli stampatori per un periodo determinato per evitare che altri nello stesso stato pubblicassero la medesima opera. Tuttavia, bastava superare il confine per appropriarsi del testo e farlo ripubblicare presso un’altra tipografia senza grandi pericoli. Questo anche perché nel 18esimo secolo c’era una riflessione vaga e rara su questa pratica, come se un libro finisse con lo stadio creativo. Addirittura scrivere e pubblicare erano spesso azioni in netto contrasto: basti leggere la ritrosia di Alfieri e le varie lamentele sui tipografi, che spesso, con la loro preparazione inadeguata, rendevano un supplizio “la terribile prova dello stampare”.

In effetti, la pubblicazione delle sue Tragedie ha creato non pochi problemi, soprattutto perché gli stampatori hanno presentato una prima edizione senza il suo consenso. Bisogna proprio dirlo: in un’epoca che vedeva la storia editoriale come frutto di compromessi e di mediazioni, un’epoca in cui fioccavano inviti all’autocensura e si emendavano ancora i classici, è facile immaginare che l’autore avesse un ruolo secondario. Anzi, stando a Carlo Denina, tra i pochi che hanno speculato sull’editoria a lui contemporanea nel suo Bibliopea, le uniche sicurezze degli autori derivavano dall’avere un buon mecenate e stretti legami col potere, spesso attestati nel paratesto dei libri, come ad esempio nelle lettere dedicatorie.

D’altra parte, alcuni generi, più di altri, venivano diffusi in forma anonima: è quello che è successo con i resoconti di viaggio, amatissimi in questo secolo, di cui tuttavia si rivendicava la paternità solo solo se si trattava di spedizioni, sovvenzionate da un mecenate che doveva essere ringraziato e/o se l’opera apparteneva alla trattatistica scientifica. In caso contrario, gli autori, che si definivano “viaggiatori”, preferivano rimanere anonimi, per riportare liberamente le loro considerazioni, sempre tratte dall’esperienza diretta: il soggettivismo e l’empiria andavano paradossalmente a braccetto con l’anonimato se nei resoconti si trovavano riflessioni (potenzialmente compromettenti) sulla politica, la religione, la cultura dei popoli visitati.

Anche i romanzi venivano spesso pubblicati anonimi, ma per ben altra ragione: c’era la convinzione che questi fossero di bassa levatura culturale; per molto tempo, il successo di pubblico è stato inversamente proporzionale al riconoscimento da parte della tradizione colta. Questo non ha certamente impedito a Pietro Chiari o Antonio Piazza di avere grande fama, ma anche questi autori sono ricorsi a stratagemmi nei loro libri: talvolta hanno finto di presentare al pubblico la traduzione di un libro straniero o vi hanno posto una data fasulla, per prendere le distanze dalla materia trattata. Insomma, anonimato e falsa attribuzione erano escamotage scelti anche da bestselleristi del Settecento.

Ben diverse e opposte tra loro sono le vicende editoriali di Giuseppe Parini e di Carlo Goldoni. Il celebre abate milanese aveva infatti dato alle stampe in forma anonima Il Mattino e Il Mezzogiorno per ovvi motivi di convenienza, dal momento che i temi trattati erano scottanti e la satira sociale avrebbe potuto mettere a repentaglio il suo lavoro. Inizialmente aveva pensato anche di pubblicare solo poche copie dell’opera e per di più fuori dallo Stato di Milano, proprio per ulteriori cautele. Ma il successo si era diffuso a macchia d’olio, e nelle accademie tutti sapevano chi si celasse dietro l’autore anonimo. Se da un lato Parini si è trovato a dover fronteggiare l’editore che continuava a lucrare alle sue spalle, dall’altro ha scoperto di essere stato imitato da un suo lettore affezionato, un “fan” diremmo oggi, Giovanni Battista Mutinelli, che aveva fatto uscire un ideale sequel, La Sera, sfruttando il successo di Parini. Insomma, Mutinelli aveva agito al posto dell’autore e Parini, dopo averlo saputo, ha potuto fare ben poco; anzi, ha dovuto cambiare il titolo della terza parte della sua opera e negli anni successivi le edizioni “miste”, che riportavano i testi di Parini seguiti da quello di Mutinelli, sono state varie, e questo ha comportato una difficile ricostruzione filologica della storia editoriale del Giorno.

Al contrario, Carlo Goldoni ha percepito fin da subito la debolezza della figura dell’autore e ha voluto lottare contro quel ruolo marginale che non sentiva suo. La crociata dell’avvocato e commediografo veneziano si è concentrata sulle edizioni delle sue Commedie, che erano uscite senza la sua approvazione, come mere trascrizioni di ciò che era avvenuto in scena, in nome di un contratto che lo vincolava a Medebach. Gli attacchi di Goldoni contro tale “mostruosità inaudita”, ovvero la pubblicazione delle commedie non revisionate, si è prolungata nel tempo e l’autore ha sfruttato i paratesti della nuova edizione da lui autorizzata (per l’editore Paperini di Firenze) per costruire la propria autorialità e ha usato la questione legale per far sentire la propria voce. Avvisi dell’autore al lettore e allo stampatore, dediche alle singole commedie sono solo alcune delle strategie con cui Goldoni ha rivendicato il proprio ruolo, insieme alla scrittura autobiografica dei Mémoires, in cui ha esplicitato la sua volontà di essere ricordato dai posteri e la volontà che il pubblico si interessasse alla sua vita di uomo in quanto autore.

Attraverso i casi esemplari di Alfieri, Parini e Goldoni, e una più generale e ugualmente rilevante trattazione del tema dell’anonimato nel Settecento, Lodovica Braida informa il lettore di una realtà editoriale totalmente diversa da quella odierna. Nel secolo letterario raccontato in questo saggio, spesso l’autore era per l’appunto assente, accessorio, succube della minaccia di censura della Chiesa e dello stato e – cosa altrettanto grave – intimorito dal rischio di essere fortemente criticato e deriso dai suoi contemporanei.

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