Per Flaiano la satira è già nella cronaca e nel costume: basta saperli guardare. Lo conferma "L'occhiale indiscreto". Su ilLibraio.it uno dei pezzi contenuti nella raccolta ("Ma non sarà un po’ troppo noioso?"), dedicato al nudismo

Ci sono autori, ha scritto Cesare Garboli, che hanno saputo amministrarsi con oculatezza: da loro, “una volta passati a miglior vita, non ci aspettiamo più nulla”. E ci sono i dissipatori, gli eccentrici come Ennio Flaiano (Pescara, 1910 – Roma, 1972), che la morte “tradisce e smaschera”. È dunque nelle sue carte disperse, nei libri usciti dopo la sua scomparsa che troviamo “una verità che non ci è stata detta”.

Come avviene nella raccolta riproposta da Adelphi, L’occhiale indiscreto, che dal 1941, allorché l’autore comincia a occuparsi di cronaca, ci conduce sino ai pezzi di costume del 1970-1972.

L'occhiale indiscreto Flaiano

Per Flaiano, infatti, la satira è già nella cronaca e nel costume: basta saperli guardare. Basta cioè guardare “fatterelli” in apparenza irrilevanti con un “occhiale indiscreto” (così si chiamava la rubrica che teneva nel 1945), capace cioè di applicare – per usare le parole di Anna Longoni – una “correzione metonimica”. La capacità visiva ne risulterà modifcata e il dettaglio si trasformerà in patente, irridente testimone del tutto. Vale a dire degli inestirpabili vizi degli italiani: la natura di voltagabbana, il cinismo che sempre induce verso la parte del più forte, la “leggerezza di carattere”, l’intolleranza, la colpevole smemoratezza. Con gli anni, “l’orrore, la pietà e anche lo sconforto” che queste debolezze suscitavano si andranno accentuando, e l’ironia, di fronte ai fenomeni di costume degli anni Settanta, si farà più amara, tagliente: sino a suscitare la solitudine del satiro, sino a fargli dire “ho vissuto abbastanza per poter affermare in piena coscienza che dietro ogni italiano, me e voi compresi, si nasconde un cretino”.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Ma non sarà un po’ troppo noioso?

La prima e l’ultima volta che entrai in un campo di nudisti, in un sobborgo di Los Angeles, fui colpito da un sentimento che era nell’aria e che non riuscivo a definire, finché decisi che si trattava di semplice noia. Niente come il corpo umano nudo esprime noia. Capivo per la prima volta che l’uomo nudo non dovrebbe stare in posizione eretta, ma camminare a quattro zampe. In posizione eretta rivela il trucco della sua evoluzione, sembra (nudo) un cane ammaestrato, uno scimmione depilato, qualcosa che non s’inserisce nella natura, che anzi la smentisce e la distrugge. Tutto questo oggi è evidente, l’uomo detesta la natura e lo sta dimostrando con un processo che non potrà essere arrestato se non da una catastrofe; ma allora, quel giorno (non si parlava ancora di ecologia), io pensavo che l’uomo fosse il re del creato e che Dio lo avesse fatto a sua immagine.

Nel campo nudista si stava appunto celebrando la messa. C’erano molte donne, che io vedevo di spalle, e anche molti uomini, e ragazzi. Solo il pastore era in clergyman. Mi stupivo di non trovare il cartello pubblicitario, la giovane donna nuda e sorridente che porge un pacchetto di assorbenti e dice: «A messa in qualsiasi giorno del mese grazie a…» e qui il nome del prodotto. Io mi sentivo con la coscienza a posto perché ero lì per studiare l’ambiente. Davanti a me, dunque, quel mare di spalle e di natiche, anzi (se permettete, consulto il Tommaseo), non solo di natiche, ma di chiappe, culi, culatte, sederi, ani, podici e deretani, tutti con una loro certa personalità. Ne vedevo di quadrati, obesi, tondetti, contratti, dilatati, sfuggenti, ipocriti anche; e ammiccanti, immusoniti, persino pensosi, anzi soprattutto pensosi, con quell’aria di disgusto caricaturale che assumono i didietro quando stanno immobili e si annoiano e vorrebbero sapere che succede davanti, perché si sta fermi (loro non possono saperlo), e perché non ci si siede un po’.

Fu proprio quel giorno che persi ogni illusione sulla bellezza del nudo umano. Il nudo sarà utile, comodo, eccitante, si presta al cinema, alle allegorie, a esprimere virtù (basta guardare i diplomi di una volta), si presta alla pubblicità, ma è sostanzialmente brutto. Prendete un gruppo di bellissime ragazze, denudatele, diventano brutte, coi loro triangolini di peli superflui; e l’unica cosa che viene da chiedersi è se per caso non sono in vendita. L’uomo nudo diventa animale, ma senza la disinvoltura, l’innocenza, l’eleganza dell’animale.

Certo, posso capire i naturisti e i nudisti: sono legati alle stagioni, al clima e naturalmente all’«igiene» (che si trascina fatalmente la ginnastica e l’abbronzatura solare) e alla cosiddetta liberazione dai complessi, uno dei miti di questo secolo, forse il più imprudente, perché voglio vederlo quest’Eden promesso, questo Paradiso ritrovato, quando non avremo più complessi e saremo tutti pacificati: che mandrie di villeggianti! Dicevo, posso capirli e mi auguro che aumentino di numero, abbiano le loro associazioni, le loro aspirazioni, che diventino anche una forza politica: dall’uomo nudo non ci si possono aspettare che buoni sentimenti governativi. E forse il ritorno alla moralità potrà avvenire per via paradossale proprio attraverso il nudismo e il naturismo, quando dal nudo sarà espulso il concetto di erotico e di osceno che ora lo accompagna. Quello che mi convince meno nel naturismo e nel nudismo è la vita all’aperto, i fornelli a gas, le tende, le zanzariere, i barbecues, le lavanderie, i reticolati, le lingerie messe ad asciugare, le roulottes, le fosse igieniche, le radio portatili, i vicini. Ecco: un uomo nudo solo, una donna nuda sola, va bene. S’inseriscono nel paesaggio. Con un centinaio siamo già nel campo di concentramento.

(uscito su L’Espresso il 20 agosto 1972)

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