"Come l'accidia, anche l'avarizia è illogica: accumulare per non spendere è tanto insensato quanto sfinirsi nel tentativo di non fare niente...". Su ilLibraio.it tornano le riflessioni della scrittrice Ilaria Gaspari sui vizi capitali, con tante citazioni dalla letteratura e dal cinema

Poveri avari! Schiavi di un vizio biforcuto che li spinge ad ammonticchiare salvacondotti per un benessere di cui non potranno godere proprio perché, ahiloro, sono affetti da quel brutto vizio. Come l’accidia, anche l’avarizia è illogica: accumulare per non spendere è tanto insensato quanto sfinirsi nel tentativo di non combinare niente. Un vizio potente, di quelli che finiscono per forgiare tutto uno stile di vita; tanto che quello dell’avaro è un perfetto carattere comico, pieno di tic spietatamente spassosi: dai tempi della commedia antica, con il vecchio Euclione dell’Aulularia di Plauto terrorizzato all’idea che gli sia sottratta una pentolaccia piena d’oro – oro che d’altra parte non spende – fino ad arrivare a zio Paperone, che per non comprare i giornali legge quelli di giorni passati, e nel suo deposito pieno di monete ci nuota come in una piscina.

Certo l’avarizia, o meglio ancora l’avidità – che nel latino in cui sono plasmati i nomi dei vizi capitali la comprendeva – sa rendere cattivi, spietati addirittura. Come Shylock, l’usuraio del Mercante di Venezia, che arriva a esigere una libbra di carne (umana) dal suo debitore, il mercante Antonio. La pretesa di Shylock, personaggio contorto e sofferente, che un debito in denaro sia onorato con una libbra di carne, rivela che la transazione economica più che col denaro ha a che fare con il potere: lui, il reietto, per una volta forte di questo potere, vorrebbe accanirsi sul corpo del suo debitore – usanza che purtroppo gli strozzini non disdegnano nemmeno ai nostri giorni, anche se il corpo torturato del debitore è un mezzo, non un fine, per l’usuraio non shakespeariano.  O come il livido Gordon Gekko, cinico – e a tratti involontariamente grottesco – simbolo di un edonismo agonistico da guadagnare a tutti i costi, che si spertica in un paradossale elogio morale dell’avidità in Wall Street di Oliver Stone. L’avidità è giusta, sostiene Gekko, che l’American Film Institute colloca al ventiquattresimo posto nella classifica dei cinquanta personaggi più cattivi del cinema – e che poi comunque, passata l’euforia capitalistica del primo film (1987) tornerà nel 2010. In un sequel pleonastico che, cercando di raccontare la crisi, lo fa persino redimere, con moralismo non troppo realistico, nel finale. Paradossalmente, però, era più rassicurante il Gekko spietato, rispetto a quello redento: forse perché dell’avidità classica, quella esagerata, sbandierata, è più facile diffidare senza incertezze; ed è più facile anche riderne.

Shylock e Gekko, entrambi rapaci, mostrano due facce dell’avidità: Gekko quella edonistica, la più semplice e in un certo senso la più propensa a trovare soddisfazione; quella per cui la fame di ricchezze è desiderio di un potere da esercitare. Shylock è invece l’avidità avara, più ripiegata sul risentimento, sul puro accumulare, concentrata su un potere tutto potenziale: come si spende una libbra di carne?

Il denaro che l’avarizia si rifiuta di spendere perde il suo valore simbolico, il suo potere di acquisto e diventa solo un feticcio. L’avaro è un collezionista ossessionato da oggetti di cui distorce il valore. Dante, sia nell’Inferno che nel Purgatorio, condanna insieme, alla stessa pena, avari e prodighi. È l’unico caso, nella Divina Commedia, in cui un eccesso e il suo opposto sono puniti insieme: perché, nell’uno e nell’altro caso, quello che si smarrisce è il senso della misura nell’uso delle ricchezze. L’avarizia (come la prodigalità), distorcendo la prospettiva dell’utile, tradisce la funzione – convenzionale e simbolica – del denaro.

L’avarizia, vizio solipsistico e apparentemente asettico, non sembra nemmeno avere come oggetto il piacere o la soddisfazione del corpo – anche se, a sentire il vecchio Freud, questa tendenza all’accumulazione e alla conservazione sarebbe apparentata alla fase anale dello sviluppo della personalità, e in effetti non è difficile vedere la connessione. È un vizio che a prima vista non sembra nemmeno riguardare direttamente il rapporto con gli altri: eppure,  proprio perché è così fortemente simbolica, siamo inclini a identificare l’avarizia di chi ci è vicino con un carattere che trascende le questioni economiche e riguarda anche gli affetti.

A differenza di altre debolezze, l’avarizia in sé non suscita particolare scandalo, ma una divertita indulgenza che sembra proporzionale alle fortune dell’avaro. La scusiamo come un vezzo eccentrico in persone molto ricche ma poco inclini a spendere, soprattutto se sono distanti da noi – mentre ci secca nei nostri amici: proprio perché è così trasparente il suo simbolismo che, quando la vediamo in chi conosciamo bene, è rapido l’avverarsi dell’equazione fra avarizia di soldi e di affetto, che ci intimorisce, ci insospettisce, ci fa sentire lontani. Il luogo comune dell’avarizia prende una sfumatura fra il campanilistico e il vernacolare per descrivere, in un’accusa divertita, l’antica prosperità mercantile di certe città – Lucca, Genova – e la pretesa austerità di certi popoli, come i liguri e gli scozzesi. Qualche volta ricalca poi un vecchissimo pregiudizio antisemita, a sua volta legato al fatto che l’Europa medievale vietasse ai cristiani il prestito di denaro, e agli ebrei, invece, moltissime altre professioni, spingendoli verso le attività finanziarie. Ma, in generale, l’avarizia sembra un vizio buffo, quasi comico – soprattutto se osservata da una certa distanza.

L’avaro ha una postura chiusa, diffidente: il suo è un vizio che rende paurosi. E la paura rende, a sua volta, metodici: trasforma i comportamenti in rituali meccanici, ridicoli, se visti dall’esterno, come movimenti di marionette. Ecco perché l’avaro, dai tempi di Plauto e probabilmente anche da prima – l’avaro che dovrebbe essere temuto in quanto ricco e potenzialmente potente – fa ridere, schiavo com’è delle sue abitudini, condannato a rendere inutile la sua fortuna. Il vero avaro è anche avido, naturalmente; ma la sua massima preoccupazione, che supera persino il desiderio di accumulare, è quella di evitare di disperdere una ricchezza che tiene tutta per sé e non usa. Involontariamente comico, come Paperone con la sua finanziera logora e un deposito pieno di monete, imprigionato in un controsenso: quello di rendere sterile il denaro, di impedirgli di trasformarsi nella miriade di cose che potrebbe comprare. Di renderlo inutile, purché stia al sicuro, ben protetto dalle grinfie dei fannulloni che – secondo la più gretta etica capitalistica, quella degli avari come Ebenezer Scrooge – lo desiderano senza saperselo guadagnare, e quindi senza meritarselo. Il potere del ricco avaro è un potere perfettamente vuoto, nonostante tutti i suoi sforzi per mantenere pieni forzieri, portafogli, depositi; fa ridere. E ridere dell’avaro è un’insolenza sottile, che rovescia la prospettiva delle cose e, almeno un poco, consola delle ingiustizie.

 

 

Ilaria Gaspari - foto di Angelo Palombini
Ilaria Gaspari – foto di Angelo Palombini

L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, classe ’86, si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa e ha debuttato nel romanzo con Etica dell’Acquario (Voland).
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

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