"Billy", il cui autore si firma con lo pseudonimo einzlkind, è un romanzo giallo, scritto all'insegna dell'umorismo: il protagonista lavora nel campo degli omicidi e dopo dodici casi "risolti" si sta recando a Las Vegas per "divertirsi" un po'... - Su ilLibraio.it un estratto

Billy (Nottetempo) è un romanzo, ma anche un progetto multimediale, circondato da un alone di mistero: l’identità del suo autore, che si firma con lo pseudonimo einzlkind, resta sconosciuta. Il romanzo, un giallo scritto all’insegna dell’umorismo che non disdegna il sangue, racconta la storia di Billy che, come il resto della famiglia, si occupa di omicidi in giro per il mondo.

Dopo dodici casi “risolti” si sta recando a Las Vegas per incontrare un collega e divertirsi un po’, ma le cose per lui andranno diversamente.

billy einzlkind

Billy è cresciuto a Duffmore, in Scozia, insieme a zio Seamus, zia Livi e ai cugini Frank e Polly, dopo che Monkboy e Birdy  – i suoi genitori – sono partiti per un lungo trip senza piú tornare. Tutto quello che gli è rimasto di loro è un vecchio giradischi e l’amore per la musica, dai Ramones ai Joy Division. A 19 anni, quando entra a far parte dell’azienda di famiglia, per lui finisce l’innocenza. Nel suo caso non si tratta di fare conti o di stare dietro a un banco, nient’affatto: la nicchia redditizia in cui zio Seamus si è inserito fin da ragazzo è quella della giustizia. Billy e la sua famiglia si occupano di omicidi in giro per il mondo, perché c’è sempre qualcuno che vuole essere vendicato o risarcito. Dodici sono i casi che Billy ha già affrontato con la sua Walther, dodici le istantanee e le storie che porta con sé. A 34 anni è diretto a Las Vegas per incontrare un “collega”, ma anche per divertirsi un po’ nella capitale mondiale del gioco. I suoi piani, però, saranno costretti a cambiare.

billy einzlkind
Le sole foto conosciute dell’autore lo ritraggono senza mostrarne il volto

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, pubblichiamo un estratto:

A guardarti si direbbe che la fine incombente ti provochi qualche malessere. Ti tremano le mani. Sudi. Lo vedo. E lo sentono anche le mie narici. Un odore leggermente acre. Aromatizzato all’arancia. Deodorante chimico da quattro soldi.
Hai paura.
Così tutto solo.
Qui.
Ora.
Per favore, non piangere.
Dobbiamo essere forti.
È sempre la stessa storia quando vi accorgete che non è un gioco, un bluff, che non c’è via di scampo e che nessuno vi risveglierà da questo sogno fosco. Nessun supereroe verrà a salvarvi. Non ci sarà nessun perdono. Inutile invocarlo. All’inizio ridete, un po’ titubanti forse, dopo cominciate a piagnucolare. Poi vorreste pagare. Con il denaro. Ma non è così che si paga. Il denaro non serve. Non qui, non in questo momento.
Ti ho ascoltato per quattro ore. Ascolto sempre. Ve lo devo. E poi sono curioso. Voglio sapere perché lo avete fatto, che infanzia avete avuto, da dove venite, come siete stati educati. In fondo si tratta di questo, del motivo, del perché. Raramente le cose che mi riferite sono emozionanti. Interessanti, certo, questo sì.
A volte arrivate a fidarvi. Nonostante il pochissimo tempo. Spesso vengo a sapere piú cose sul vostro conto di quante ne sappiano i vostri amici o la vostra stessa famiglia. Alcuni di voi sembrano un fiume in piena. Altri invece vanno sollecitati di continuo con delle domande. Ma a me basta per farmi un’idea. Un’istantanea. Ne ho già dodici di queste immagini. Memorizzate in modo indelebile nella mia mente. Talvolta le tiro fuori e mi ricordo. Il vostro riso, la vostra rabbia, i vostri dubbi e il vostro stupore.
E ricordo anche un’altra cosa.
Qualcosa di molto più intenso.
Il silenzio.
Il dono del silenzio.
Dopo.
Ti guardo a lungo negli occhi. Ogni volta, inutilmente spero di vedere la vostra anima, in questi ultimi attimi. Se non ora, quando? Hai occhi castani. Castano chiaro. Occhi grandi. Come anche le pupille nere. Occhi nei quali si potrebbe sprofondare. Ma io non sprofondo.
Hai scelto “Hurt”. Dell’uomo in nero. Per l’addio. Ottima scelta. Premo il tasto play.
È ora.
Mi alzo e spingo la sedia all’indietro. Struscia contro il pavimento lasciando dei segni scuri.
Fuori le anatre schiamazzano. L’idillio è così vicino. Forse le colline sono in fiore.
Infilo la mano sotto la giacca ed estraggo dalla fondina la Walther. La P99.
Seduto sulla sedia muovi scompostamente le mani. Perché lo fai? Non serve a niente. Sono legate. Con il nastro adesivo. Hai delle belle mani. Saresti potuto diventare pianista. Non hai voluto. E adesso è troppo tardi. Non ne avrai più il tempo.
È giusto? Ogni volta mi pongo la stessa domanda. Immancabilmente. Eppure la risposta la so già. In mille varianti. E se considero la questione con il dovuto disincanto, il mio compito, la mia vocazione non hanno nulla di straordinario.
Ogni giorno muoiono millecinquecento persone per un colpo di arma da fuoco. Mezzo milione all’anno. Senza calcolare le guerre.
Sono tante?
O poche?
O non importa?
Non lo so. So soltanto che l’omicidio è qualcosa di quotidiano. Da sempre. L’omicidio è umano. A voler essere pignoli, il concetto di disumano non esiste. Non c’è comportamento, né azione, né delitto, per quanto abominevole, che siano disumani. Gli animali sono disumani. O gli oggetti. L’uomo non lo è. Mai. Non importa cosa faccia. Atipico sí. Ma disumano? No. È fatto com’è fatto e non è come viene dipinto nei libri illustrati né come vorrebbero le anime candide. Il male è umano. Dall’inizio dei tempi.
Tu sei stato un santo. Le hai redente. Tutte quelle donne, quelle donne impure. E non hai mai cercato un riconoscimento per gli sforzi fatti, né parole di elogio o di gratitudine, certo che no. La modestia è il tuo vanto, hai detto, operare con discrezione senza lamentarsi e senza suscitare scalpore.
Ma non preoccuparti. Nessuno sentirà nulla. Cerco sempre dei luoghi che possano serbare un segreto. Case isolate, bunker sotterranei, fienili abbandonati. La riservatezza è d’obbligo. Anch’io non ho nessuna voglia di dare nell’occhio.
Avvito il silenziatore sulla Walther. Non si sa mai.
Miro alla tua fronte.
Tolgo la sicura.
Noi tutti dobbiamo andare, canta Johnny, non c’è scampo.
Socchiudi gli occhi.
Io no.
Una lacrima ti scende lungo la guancia destra.
Potrei fermarla. Con l’indice.
Ma perché dovrei farlo?
Gli ultimi secondi.
Tre.
Due.
Uno.
Farewell.

(Continua in libreria…)

Commenti