"Buongiorno, mezzanotte" di Jean Rhys (1890 – 1979) deve il titolo a una delle poesie di Emily Dickinson e racconta la storia di Sasha, una ragazza inglese che vive a Parigi, con la quale l'autrice condivide ben più della città natale... La riedizione del libro è l'occasione per ricordare l'opera e la tormentata esistenza della scrittrice britannica di origini caraibiche

La britannica Jean Rhys (Ella Gwendolen Rees Williams all’anagrafe, nata a Dominica nel 1890) è forse conosciuta principalmente per il suo ultimo romanzo, Il grande mare dei Sargassi (Adelphi, traduzione di Adriana Motti) che dà spazio e dignità a uno dei personaggi di Jane Eyre più trascurati da Charlotte Brontë: Bertha Mason, la moglie di Rochester abbandonata e rinchiusa in soffitta.

La sua produzione non è particolarmente abbondante, ma certamente incisiva: seguendo il filo comune di protagoniste che lottano per la sopravvivenza alla solitudine e alla depressione, spesso causate dagli uomini – la discesa verso la pazzia di Antoniette ne è un ottimo esempio – i lavori di Jean Rhys spiccano per il contrasto estraniante tra lo stile sobrio e scanzonato e temi difficili di esistenze distrutte. Perciò Adelphi, dopo Quartetto (traduzione di Franca Cavagnoli), Addio, Mr Mackenzie (Marcella Dallatorre) e Io una volta abitavo qui (Marisa Caramella e Laura Noulian), pubblica il libro la cui stesura ha provocato un rigetto e un allontanamento dalla scrittura da parte dell’autrice: parliamo di Buongiorno, mezzanotte (traduzione di Miro Silvera), capolavoro del 1939 di cui è uscita un’edizione per Bompiani del 1973.

Il titolo è tratto da una poesia di Emily Dickinson (Buongiorno, mezzanotte/ Torno a casa./ Il giorno si è stancato di me:/come potevo io – di lui?/ Era bella la luce del sole./ Stavo bene sotto i suoi raggi./ Ma il mattino non mi ha voluta più,/ e così, buonanotte, giorno!), che ben si sposa con l’ambientazione notturna e con l’atmosfera nera che accompagna il lettore per tutta la narrazione.

Sasha è una donna inglese sulla quarantina che, per un certo periodo della sua vita, è stata felice. Vive in una squallida stanza d’albergo a Parigi dalla quale non può staccarsi, conta le ore del giorno e della notte, organizza ogni minimo dettaglio della giornata. Vivere non è poi così difficile, se ci si limita a compiere un’azione dopo l’altra: e così Sasha si alza all’ora di pranzo, mangia, fa un pisolino, passeggia, mangia ancora e infine va a letto, frizionando tutta la giornata di aperitivi nei locali parigini. Ora l’obiettivo diventa un cappello nuovo, ora le scarpe, ora un nuovo taglio di capelli; a pensarci bene, il cloroformio sul comodino può aspettare. Magari si può attendere dopo la pigione dell’albergo, già pagata per il mese successivo.

Passa la giornata tra un caffè e l’altro bevendo Pernod, cerca di stare attenta ai posti che sceglie perché potrebbe incappare in persone che conoscono la sua storia, ed è meglio evitare, ma allo stesso tempo l’imbarazzo di entrare in un locale nuovo è tanto, se l’alcool in corpo non è abbastanza. E poi ci sono le lacrime, che sgorgano incontrollate e incontrollabili dal nulla, senza che lei possa prevederle. Per fortuna ci sono gli estranei: il pittore, l’ebreo, i russi; persino quello strano René, che dice di essere canadese e che, probabilmente, l’ha abbordata per chiederle dei soldi. L’aspetto di Sasha, infatti, è benestante fino a quando non si toglie la pelliccia, unico ricordo di una vita precedente al matrimonio, fatta di dignità, amici e lavoro. Sprazzi di episodi ci raggiungono nel corso della narrazione, dando ancor più l’impressione dell’esistenza spezzata della protagonista; va avanti solo grazie ai soldi prestati da vecchi conoscenti inglesi.

Viene naturale confrontare, a questo punto, la biografia dell’autrice con la storia di Sasha: come la sua protagonista, Rhys ha trascorso anni interi in balia dell’alcolismo, arrivando a farsi finanziare dai suoi numerosi amanti ben dopo che questi l’avevano lasciata. Il primo fu Lancelot Hugh Gray Smith, conosciuto ai tempi in cui Jean si chiamava Ella e sognava di fare l’attrice, che le pagò un aborto e continuò a mandarle assegni. E negli anni successivi, insieme a matrimoni finiti in modo disastroso (per lei), la detenzione in carcere, la prostituzione e qualche soggiorno in manicomio, arrivò anche la scrittura.

Dopo Smith, fu il turno del rifugiato belga Jean Lenglet. I due vissero una storia d’amore parigina e scapestrata, a causa dei problemi con l’autorità di Lenglet e della costante mancanza di soldi. Esattamente come Enno fece con Sasha, si sposarono senza alcuna garanzia e Ella rimase incinta subito. Diede alla luce William, che morì prestissimo; un’altra triste analogia con il romanzo, in cui Sasha racconta, con un’alienazione talmente forzata da risultare vera, della morte del suo bambino appena nato (Come può un neonato essere così bello,
così pallido, così silenzioso? Gli altri bebè piangono dal mattino alla sera. […] E lui è lì, giace con un biglietto legato al polso, perché è morto in ospedale…) e della successiva incarcerazione di Langlet. Se nel romanzo Enno prende un treno promettendo di tornare, il risultato non cambia: Ella e Sasha si trovano nuovamente sole, abbandonate.

Il terzo uomo, nonché il più incisivo per la sua carriera, è lo scrittore Ford Madox Ford. Si conobbero a Parigi, la ribattezzò Jean Rhys e, soprattutto, le insegnò a scrivere delle sue esperienze dolorose. Aveva poco più di trent’anni, era donna, pubblicava in prosa la sua vita. Manco a dirlo, la loro storia finì con un pugno in faccia e con la stesura di Quartet, così Rhys tornò a Londra e sposò il suo secondo marito, Leslie Tilden Smith; faceva l’agente letterario.

Ma Sasha non arriverà a trovare pace, dopo l’abbandono di Enno e la morte del loro bambino. Per lei il mondo non imbastisce altro che dolore, scherno da parte di tutte le persone con cui si confronta, persino della stanza stessa, che spesso canzona la sua stupidità; la vita è una sfilza di sofferenze, lo ripete anche in francese – che si insinua spessissimo nel romanzo – “«Non, non, j’en ai assez». Allora piango anch’io. La vita è troppo triste, è impossibile”.

Certo, c’è spazio per un umorismo tagliente e amaro, scoppi di risate incontrollate, ricordi divertenti nella loro assurdità e la rassicurazione del fatto che, qualunque cosa accada, sarà presto dimenticata e che in fondo non abbiamo colpe delle nostre colpe (discorso che mette in bocca a uno dei vari amis, un russo: “Non hai chiesto tu di nascere, il mondo non lo hai fatto tu, e tu stesso non ti sei fatto tu. Perché dunque tormentarti? Perché non prendi la vita come viene? Ne hai il diritto. Non sei tra i colpevoli. Quando non si è ricchi o forti o potenti, allora non si è colpevoli. E dunque si ha il diritto di prendere la vita come viene, e di essere quanto più felici è possibile”).

Dopotutto, per ogni evenienza, c’è sempre la boccetta di cloroformio.

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