Sì, esiste un valore economico della lettura, in grado di favorire in modo diverso lo sviluppo territoriale: è quanto emerge da nuova ricerca commissionata dall’Associazione Italiana Editori, che compie 150 anni. Emergono anche altri dati, negativi: in Italia si legge poco, la "qualità della lettura" è scadente, solo il 24,8% ha elevate competenze nella comprensione dei testi, e il digitale non ha allargato la base di lettura...

I libri cambiano la vita. Di più, cambiano il Paese. È una conferma quella che arriva dalla nuova ricerca commissionata dall’Associazione Italiana Editori in occasione dei festeggiamenti per i suoi primi 150 anni, e realizzata da un pool di ricercatori dell’Università di Bologna e del Piemonte orientale (Antonello E. Scorcu, Laura Vici e Roberto Zanola).

Lo studio fa seguito a una precedente analisi del 2006, sempre per AIE, che evidenziava lo stretto nesso tra lettura e sviluppo economico e sociale: le regioni con più alti tassi di lettura avevano fatto registrare tassi di crescita della produttività più alti, anche a parità di altri fattori, sia riferiti a variabili strettamente economiche, sia connessi al capitale umano quali appunto i livelli di istruzione formale.

La ricerca – come sottolinea la sintesi – dimostrava chiaramente come tassi più elevati di lettura producessero tassi di crescita della produttività di assoluto rilievo, in grado di cambiare le capacità competitive delle regioni in cui si verificavano.

Tredici anni dopo è ancora così? Sì, esiste un valore economico della lettura, in grado di favorire in modo diverso lo sviluppo territoriale: dopo aver ricordato una serie di ricerche che in questi anni hanno ribadito, con metodologie diverse, le stesse conclusioni, gli autori, analizzando i dati regionali dal 1995 al 2016 evidenziano, attraverso modelli econometrici, il legame tra la dinamica della produttività del lavoro e quella degli indici di lettura, nel senso che “la dinamica ritardata di tale variabile [l’indice di lettura] esercita un effetto significativo sulla dinamica della produttività del lavoro”.

Investire in promozione della lettura, specie nelle zone con tassi di lettura più bassi, è evidentemente un necessario investimento per la crescita del Paese. È la riduzione generalizzata e persistente degli indici di lettura a partire dal 2011 ad aprire un quadro diverso e sconfortante per l’Italia, che da allora sembra aver perso di vista con la stessa chiarezza la correlazione tra accumulazione della conoscenza e lettura e, in ultima analisi, il contributo che il lavoratore, attraverso questa conoscenza, offre al processo produttivo.

Lo studio evidenzia un secondo risultato, forse altrettanto significativo: la crisi produce un effetto negativo sugli indici di lettura, più accentuato e duraturo nelle regioni del Sud, già in partenza svantaggiate. È un esito meno scontato di quanto possa apparire. È infatti naturale che una congiuntura economica negativa abbia effetti negativi sugli acquisti di libri e nell’ultima crisi sono stati più severi che in passato. Qui parliamo però di indici di lettura, misurati come percentuale della popolazione che legge almeno un libro l’anno. L’idea che questa crisi economica abbia indotto una parte degli italiani ad abbandonare la lettura, fenomeno inedito nella nostra storia, è un risultato per nulla scontato. E di grande preoccupazione per la competitività dell’intero Paese.

lettura

Piani organici e prolungati nel tempo per lo sviluppo della lettura, dell’istruzione, delle infrastrutture dedicate (biblioteche pubbliche e scolastiche, librerie) sono invece le leve di sviluppo da manovrare per tornare a crescere. Almeno nove altri Paesi europei, come dimostra la tabella, sono lì a dimostrarcelo.

Fatte queste premesse, sarà la lettura la sfida centrale, per l’industria editoriale e per il Paese nel complesso, nei prossimi decenni. Sia essa fatta di libri, di ebook o di audiolibri. O nelle nuove modalità in cui si sviluppa.

In Italia oggi:

– si legge poco (il 60% dei 15-74enni legge un libro all’anno): tra i cinque maggiori mercati editoriali europei, l’Italia si presenta come il Paese con il più basso indice tra la popolazione adulta;

– la “qualità della lettura” – in termini di numero libri letti (il 45% ne legge uno ogni 4 mesi) e di tempo dedicato (solo il 9% nel 2019 vi ha dedicato più di un’ora continuativamente nel giorno precedente l’intervista; Fonte: Osservatorio AIE) – è scadente. Un aspetto ancor più preoccupante è quello che emerge nelle fasce più giovani della popolazione: si collocano, è vero, con l’87%, ai vertici della classifica per numero di libri letti; ma solo il 5% di chi le compone dedicava alla lettura almeno un’ora continuativa al giorno nel 2017, percentuale scesa all’1% (!) nel 2019;

-solo il 24,8% ha elevate competenze nella comprensione dei testi (tra i Livelli 4 e 6): l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i maggiori Paesi europei. Questo si riflette inevitabilmente nei bassi indici di lettura e permette di comprendere anche le difficoltà che una parte della popolazione ha nell’interpretare i processi di trasformazione sociale, nell’accedere al mercato del lavoro, nel capire le dinamiche in atto, i quadri geopolitici, nel tenere collegate tra loro informazioni che provengono da fonti e canali diversi. Il tutto in una cornice di decrescenti investimenti nella scuola e nella formazione professionale, nell’assenza di infrastrutture per la lettura (biblioteche pubbliche e scolastiche, librerie di prossimità, ecc.) e con un basso indice di popolazione laureata: 27,8% rispetto alla media Ue28 del 40,7% (Fonte: Eurostat, 2018).

– il 26,7% (dato 2018) di chi ha una laurea non ha letto alcun libro nel corso dell’anno precedente. Parliamo di più di un laureato su quattro. Sempre nel 2018, il 40,8% di imprenditori, dirigenti di azienda, in genere di chi occupa ruoli apicali nella grande, media e piccola industria italiana, dichiara di non aver letto alcun libro: nessun romanzo, nessun libro di saggistica di qualunque genere e argomento (geopolitica, trasformazioni sociali, marketing, effetti della globalizzazione dei mercati, comunicazione, sviluppo tecnologico, industria 4.0, intelligenza artificiale). Non meglio fanno i quadri intermedi, dove abbiamo un 38,2% di non lettori. Ma anche gli studenti, dove il livello sale al 70,4%, o chi è in cerca di occupazione (69,4%);

– il digitale non ha allargato la base di lettura: i mercati europei degli ebook (Regno Unito escluso) valgono tra il 4% e il 6% di quello trade (in Italia siamo vicini al 5%). E ancora oggi solo il 5% dei lettori italiani legge libri “solo in digitale”. Nel frattempo si sono aggiunti gli audiolibri che vengono “letti” dallo smartphone. La lettura di libri di carta nel 2019 è praticata dal 60% dei 15-75enni (nel 2017 dal 62%); quella degli ebook dal 24% (nel 2017 dal 27%); e l’ascolto di audiolibri dal 6%.

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