In "Da dove vengo" Joan Didion rammenta aneddoti di famiglia per disegnare una genealogia che risale fino alla sua "bis-bis-bis-bis-bisnonna Elizabeth Scott", nata nel 1766. Ma oltre a riportare alla luce storie legate alle sue origini, riprende i fili di una trama che non ha mai smesso di tessere: la narrazione della California... - L'approfondimento e un estratto

“Un giorno Papà, intento a leggere, non si accorse che la casa si era riempita di indiani, finché Mamma non aprì bocca”, si legge nel dattiloscritto di alcuni ricordi di una dei dodici figli di Nancy Hardin Cornwall, bis-bis-bisnonna di Joan Didion. Dattiloscritto che l’autrice riporta nella sua autobiografia Da dove vengo (Il Saggiatore, traduzione di Sara Sullam).

Da dove vengo Joan Didion

Lo stesso aneddoto era già stato raccontato dalla scrittrice, nata il 5 dicembre 1934, in uno dei personal essays che compongono Verso Betlemme (Il Saggiatore, traduzione di D.Vezzoli). Così come un altro fatto curioso: il ranch che appartiene da generazioni alla sua famiglia è situato su una “collina”. Peccato che lo sia solo per gli standard della città di pianura che è Sacramento: si tratta in realtà di un un gradino di terra dell’altezza di una trentina di centimetri. O ancora che Joan Didion abbia imparato “a nuotare nel fiume Sacramento e nell’American, prima delle dighe”.

Joan Didion

In Da dove vengo, Joan Didion riprende aneddoti di famiglia per disegnare una genealogia che risale fino alla sua “bis-bis-bis-bis-bisnonna Elizabeth Scott”, nata nel 1766, cresciuta “sulle frontiere della Virginia e della Carolina” e morta “su un’altra frontiera ancora, la Oil Through Bottom, sulla sponda meridionale del fiume White, in quello che oggi è Arkansas”. Una famiglia, quella di Didion che a partire dal Settecento è emigrata, frontiera dopo frontiera, verso l’Ovest. Fino ad arrivare in California, a Sacramento, la città in cui la scrittrice è nata.

Da dove vengo, oltre a riportare alla luce storie legate alle origini della grande autrice – che lo fa attraverso la descrizione di cimeli di famiglia, ma anche di dattiloscritti raccolti nei quasi due secoli di peregrinazione verso ovest dei suoi avi -, racconta la California, riprendendo i fili di una trama che Joan Didion non ha mai smesso di tessere.

Negli anni Sessanta ha descritto il sogno californiano, dalla contro-cultura di San Francisco, fino al dramma suburbano della San Bernardino Valley, passando per la sua città natale, sulle pagine di riviste come il Saturday Evening Post, su cui sono apparse ben tredici delle venti essays raccolte in Verso Betlemme.

Se ora Joan Didion decide di scriverne ancora, spiega lei stessa al lettore, è perché “la California resta per me ancora impenetrabile, un faticoso enigma, come per molti di noi che veniamo da lì”.

E anche questa volta tenta di svelarlo attraverso storie che affascinano il lettore: da un lato scava nel suo passato, nella vita dei suoi avi, seguendo il modus operandi su cui è solita fare affidamento come autrice: inserire un tassello personale, mettere a nudo per prima cosa se stessi. Dall’altro indaga, da acuta reporter quale è, nella storia della California attraverso documenti e pubblicazioni. Ma soprattutto scrive e riscrive le storie di chi vive e ha vissuto la California – non in California come in un luogo qualsiasi -, ma la California come desiderio, sogno, terra promessa, eredità.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

(…)

Fotografia:
Una donna in piedi su una roccia nella Sierra Nevada, forse nel 1905.
In realtà non si tratta di una semplice roccia, ma di un promontorio in granito: un affioramento igneo. Uso parole come «igneo» e «affioramento» perché mio nonno, le cui miniere si intravedono sullo sfondo della fotografia, mi ha insegnato a usarle. Mi ha anche insegnato a distinguere i minerali che contengono oro dai serpentini luccicanti ma privi di alcun valore che preferivo da bambina, insegnamento inutile, dato che a quell’epoca l’estrazione dell’oro non valeva già più di quella del serpentino e la distinzione era puramente accademica, se non proprio illusoria.
La fotografia. Il promontorio. La miniera sullo sfondo.
E la donna: Edna Magee Jerrett. È la bisnipote di Nancy Hardin Cornwall, e diventerà mia nonna. È nera irlandese, inglese, gallese forse (non è certo) in parte ebrea, per via di suo nonno William Geiger, che millantava un antenato rabbino tedesco, malgrado fosse stato un missionario presbiteriano alle isole Sandwich e sulla costa pacifica; probabilmente (ciò è ancora meno certo) ha una percentuale ancora minore di sangue indiano, da una frontiera chissà dove, o forse, poiché le si scurisce la pelle al sole e le hanno detto di non esporsi, le piace dire così. Crebbe in una casa sulla costa dell’Oregon, piena degli oggetti curiosi che si trovavano nelle esposizioni didattiche dell’epoca: fili di conchiglie e semi di Tahiti, uova di emù intagliate, vasi Satsuma, spade del Pacifico del Sud, una miniatura del Taj Mahal in alabastro e i cesti donati a sua madre dagli indiani locali. È molto bella. È anche molto viziata, sebbene conosca le montagne abbastanza da scuotere le scarpe ogni mattina per controllare che non vi siano dentro serpenti, dedita a più amenità di quante ne offrisse all’epoca una miniera sulla Sierra Nevada. Nella fotografia, per esempio, indossa una lunga sottana in camoscio e un giubbotto confezionato apposta per lei dal sarto più caro di San Francisco. «Non riuscireste a pagarle nemmeno i cappelli» aveva detto suo padre, capitano di marina, ai suoi corteggiatori per dissuaderli, e può essere che li abbia dissuasi tutti tranne mio nonno, un ragazzo ingenuo che veniva dal Georgetown Divide* e amava leggere.
Quella stravaganza l’avrebbe accompagnata per tutta la vita. Essendo lei stessa una bambina, sapeva che cosa i bambini volessero. Quando avevo sei anni e la tonsillite, per farmi divertire mi portò non un album da colorare, non del gelato, non un bagnoschiuma che faceva le bolle, ma trenta millilitri di un profumo carissimo, On Dit di Elizabeth Arden, una boccetta in cristallo sigillata da un filo d’oro. Quando avevo undici anni e mi rifiutavo di andare in chiesa, per convincermi non mi diede il timore di Dio, ma un cappello, e non un cappello qualunque, non un cappello a cloche da bambina o un berretto, ma un cappello vero e proprio: paglia italiana sottilissima, fiordalisi di seta francese e una pesante etichetta in satin con su scritto Lilly Dache. Preparava punch di champagne ai nipoti che le venivano affidati la notte di capodanno. Durante la Seconda guerra mondiale si offrì volontaria per salvare il raccolto di pomodori della Central Valley lavorando come operaia al conservificio Del Monte di Sacramento, guardò il nastro di cernita in movimento, le venne uno di quei terribili mal di testa che la sua bis-bisnonna aveva portato a ovest con i semi, e passò il suo primo e unico giorno in fabbrica con le lacrime che le solcavano il volto. Per farsi perdonare, trascorse il resto della guerra a sferruzzare calze da mandare al fronte con la Croce Rossa. Il filato che comperò per farle, quelle calze, era di cashmere, di colori classici. Aveva cappotti in vigogna, sapone fatto a mano, e non molti soldi. Capitava che un bambino la facesse piangere, e mi vergogno di dire che fu talvolta il mio caso.

* Zona dotata di un giacimento alluvionale situata nella parte settentrionale della Mother Lode, nella contea di El Dorado, luogo mitico della corsa all’oro del 1848. [N.d.T.]

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