Lo scrittore brasiliano Daniel Galera parteciperà al festival di Ivrea "La grande invasione" per presentare il suo nuovo libro "Barba intrisa di sangue", un noir dal finale inaspettato, ambientato in una cittadina di mare fuori stagione - Su ilLibraio.it un estratto

Un ragazzo affetto da una malattia che gli impedisce di ricordare i volti, una cittadina di mare fuori stagione, la compagnia dell’oceano e di una cagnetta di nome Beta: questi sono gli elementi intorno ai quali Daniel Galera (foto di Divulgação/ BPP, ndr), scrittore e traduttore brasiliano, classe ’79, costruisce una storia sulla ricerca dell’identità, di un posto nel mondo e nella propria famiglia.

barba intrisa di sangue

Autore di racconti e dei romanzi Manuale per investire i cani è uscito (Arcana) e Sogni all’alba del ciclista urbano (Mondadori), Galera sarà presente al festival di Ivrea La grande invasione per parlare del suo nuovo libro, Barba intrisa di sangue (Sur), con il quale ha vinto il Premio São Paulo per la Letteratura nel 2013.

Poco prima di suicidarsi, il padre rivela al protagonista una scomoda verità sul passato del nonno. Il ragazzo ha poche ragioni per restare nella nativa Porto Alegre, e decide di trasferirsi a Garopaba, idilliaco villaggio di pescatori sull’Atlantico, dove sembra che il nonno sia morto in circostanze poco chiare molti anni prima. Ben presto, il protagonista scopre il lato nascosto di una comunità felice solo in apparenza, nella quale viene trattato come un intruso. Affiancato da un galleria di personaggi strani ed eccentrici, riuscirà pian piano a stringere il cerchio, fino a portare a galla una verità del tutto inaspettata.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un estratto:

Andai a far visita a tuo nonno a Garopaba una seconda volta, e quella fu l’ultima. Era giugno, durante la kermesse, una grande fiera che fanno da quelle parti. Spettacoli di musica e danza, tutti che si abbuffano di cefali, cose così. In una di quelle notti salì sul palco un cantante folk di Uruguaiana, un ragazzone sui venticinque anni, e tuo nonno storse subito il naso. Disse che conosceva quel tipo, che lo aveva visto suonare in qualche posto vicino alla frontiera, e che faceva cacare. Ricordo che a me invece piacque, picchiava sulle corde con forza, faceva smorfie di profondo coinvolgimento mentre cantava e diceva battute provate e riprovate tra una canzone e l’altra. Mio padre lo trovò ridicolo, un pagliaccio, diceva, molta tecnica e poco sentimento. Sarebbe potuta finire lì, ma dopo lo spettacolo, mentre il cantante beveva vin brûlé e cachaça a una bancarella, un tizio pensò che fosse una buona idea presentarli l’uno all’altro, dato che erano entrambi gaúcho in pantaloni alla zuava. Trascinò il cantante per un braccio davanti a mio padre, e quei due si guardarono subito male. Poi venni a sapere che il punto non era solo la qualità musicale, ma all’inizio finsero di non conoscersi, in segno di rispetto verso il tipo eccitato che voleva presentarli. Ma quello fece la stupidaggine di chiedere a bruciapelo a mio padre se gli era piaciuta la musica dell’altro, e mio padre era fatto così, se mi chiedi qualcosa ti rispondo. L’opinione sincera fece andare in bestia il cantante. I due iniziarono a discutere, finché mio padre gli disse di girare la faccia dall’altra parte quando parlava con lui, perché il suo alito sapeva di culo di volpe delle pampas morta. Diverse persone che assistevano alla scena risero. L’indio di Uruguaiana iniziò a insultarlo, ovviamente, e da lì a estrarre il coltello per mio padre fu questione di secondi. Il cantante se la diede a gambe e la discussione finì, ma il fatto importante è che ricordo la reazione della gente che si era radunata intorno a loro. Non si trattava solo di curiosità per la rissa, guardavano tuo nonno di traverso, bisbigliando e scuotendo la testa. Mi resi conto che dalla mia prima visita alla seconda era diventato un personaggio malvisto. Voglio dire, nessuno vuole avere nei paraggi un gaúcho incivile che pensa sia una bella cosa tirare fuori il coltello per qualsiasi idiozia. Dissi a mio padre di smetterla, ma con lui era inutile, non si rendeva nemmeno conto della sua stupidità. Stai spaventando la gente di qui, gli dissi, non va bene, ti procurerai dei problemi seri. Me ne andai e per un sacco di tempo non ebbi più sue notizie. A quell’epoca ero piuttosto occupato a Porto Alegre, lavoravo molto, e fu allora che cominciai anche a uscire con tua madre, ci mettemmo insieme e nei quattro anni precedenti al nostro matrimonio mi mollò tre volte, insomma, rimasi un bel po’ senza fargli visita e molti mesi dopo ricevetti una telefonata da un poliziotto di Laguna, che mi disse che lo avevano assassinato. C’era stato un gran ballo domenicale in un salone per le feste della comunità, uno di quelli a cui partecipa l’intero paese. Al culmine della festa salta la luce. Quando la luce torna, un minuto dopo, c’è un gaúcho steso a terra in mezzo al salone in una pozza di sangue, decine e decine di coltellate. L’hanno ucciso tutti, anzi, non l’ha ucciso nessuno. L’ha ucciso la città. Fu quello che mi disse il poliziotto. C’erano tutti lì, famiglie al completo, probabilmente perfino il parroco. Hanno spento la luce, nessuno ha visto niente. La gente non aveva paura di tuo nonno. Lo odiava.

Bevono una sorsata di birra. Il padre si scola quel che resta nella bottiglia e guarda il figlio negli occhi con un mezzo sorriso.

Però io a questa storia non ci credo.

Come? E perché?

Perché il corpo non c’era.

Ma non stava lì pieno di coltellate?

Questo è quanto mi hanno raccontato. Non ho mai visto il corpo. Quando quel poliziotto mi telefonò la cosa era già parzialmente risolta. Dissero che ci avevano messo settimane a trovarmi. Avevano rastrellato Taquara – qualcuno a Garopaba sapeva che lui veniva da lì –, avevano trovato qualcuno che aveva riconosciuto papà dalla descrizione e conosceva il mio nome. Quando ricevetti la telefonata l’avevano già sotterrato.

E dove?

Proprio a Garopaba. In quel piccolo cimitero del villaggio dei pescatori. C’è una lapide senza scritte, in fondo al terreno.

Ci sei stato?

Sì. Ho visto la lapide e ho risolto delle faccende burocratiche a Laguna. Ho provato la sensazione molto forte che non era lui quello sepolto nella fossa. C’era dell’erba piuttosto alta su quel terreno. Ricordo che ho pensato Porca puttana, col cavolo che questa fossa è stata scavata la settimana scorsa. Non ho trovato nessuno che confermasse quella storia. Era come se non fosse mai accaduta. La storia dell’omicidio in sé era plausibile, il silenzio della popolazione aveva senso, ma il modo in cui ero venuto a saperlo, le chiacchiere del poliziotto, quell’orribile lapide senza alcun nome… non mi ha mai convinto completamente. Comunque, qualsiasi cosa sia successa a tuo nonno doveva succedere. Nella gran parte dei casi le persone vanno incontro a una morte specifica. Lui ha trovato la sua.

(Continua in libreria…)

 

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