Intervista a Lucía Extebarría autrice di Di tutte le cose visibili e invisibili ISBN:8882464466

Ruth è una giovane regista cinematografica disperatamente innamorata di Juan, giovane poeta tenebroso di belle speranze. Ruth si sveglia una mattina e si trova in un letto di ospedale, senza sapere ancora bene perché. Sogna di essere un albero e, come questi, di avere salde radici piantate in terra e forti braccia alte nel cielo. Comincia a credere (o a temere?) che il suo amico Pedro, bisessuale, suo angelo custode, sia il vero uomo della sua vita… No, non può continuare così: ha tentato per la seconda volta il suicidio e la sua vita le sfugge ogni ora di più dalle mani. Che fare? Andare avanti con un’esistenza fatta di amori laceranti e autodistruttivi o voltarle le spalle e provare a cambiare il corso delle cose? Al riparo nel suo lettino d’ospedale, Ruth riparte dal suo albero immaginario, così diverso dalla sua vita esteriore: forte, saldo, stagliato nel cielo, ma con le radici ben fitte in terra. Al riparo, Ruth comincia a interrogare la sua vita… Il mondo narrativo di Lucía Extebarría, fortunata autrice di Amore, Prozac e altre curiosità, non cambia molto in Di tutte le cose visibili e invisibili: è sempre quello di giovani vite femminili allo sbaraglio, alle prese con amori impossibili (ma da cui non sanno o non vogliono ancora fuggire) e mestieri improbabili, immerse come sempre nei ritmi della “movida” madrilena, che stancamente si ripete incessante ogni notte. Ruth è pronta a capire le ragioni profonde della propria esistenza tormentata… ma non ancora convinta che crescere, “sistemarsi”, sia la cosa giusta da fare.

D. Di tutte le cose visibili e invisibili si apre (e chiude) sull’identificazione immaginaria della protagonista con l’esistenza di un albero: che cosa rappresenta dunque quest’albero per la sua vita?

R. Tanto per cominciare, quasi tutte le religioni hanno un albero: i Celti avevano l’albero del paradiso, i messicani quello della vita, gli Indù un altro ancora e così via… Nel libro ho rappresentato l’albero dello sviluppo della vita di Ruth: le radici sono il suo passato, i rami la parte spirituale. Inoltre, c’è anche un riferimento a Diana, che nella mitologia preferì trasformarsi in un alloro per scappare da Apollo, preferendo essere libera piuttosto che la prostituta di un dio.

D. Il libro è costruito intorno alla storia d’amore distruttiva tra Ruth e Juan. Dopo averlo letto, siamo quasi convinti che l’amore secondo Lucía Extebarría non sia altro che una pericolosa potenza illusionistica, incapace di mantenere le sue promesse. Morale: meglio stare soli?

R. In realtà quella tra Ruth e Juan non è una vera storia d’amore. Lui è soltanto un arrivista che cerca la fama attraverso le donne; è plagiato dalla madre, che gli chiede quel riconoscimento sociale che lei non ha mai avuto. Ruth è angosciata dal suo passato. In generale, sono persone insicure (e per questo possessive) e profondamente limitate dai condizionamenti socio-culturali (il cattolicesimo maschilista tra tutti): Ruth confonde l’amore con il dolore, e quando arriva non sa riconoscerlo. L’amore vero è un altro, fatto di rispetto, interesse, affetto, collaborazione, e passione reciproca. Questo libro affronta ciò che comunemente viene preso per amore ma che in realtà non lo è affatto.

D. I personaggi maschili escono sempre piuttosto male dai suoi libri: distruttori di esistenze femminili e poco interessati ai sentimenti. Pensa che le donne siano migliori degli uomini?

R. No, per niente (tra l’altro ho due fratelli che amo tantissimo e un sacco di amici e colleghi maschi). Inoltre, il personaggio di Pedro, l’amico nonché vero amore di Ruth, è bellissimo e molto positivo. E la sua bisessualità non c’entra (secondo me, comunque, siamo tutti bisessuali!). L’importante è il tipo di rapporto che c’è tra le persone, non il sesso cui appartengono.

D. Lei ha ricevuto numerose etichette letterarie, da quella di “scrittrice rosa” a quella di novella Emily Brontë, passando spesso per fenomeno letterario mass-mediatico. Leggendo Di tutte le cose visibili e invisibili si ha l’impressione che abbia cercato di mischiare le carte: perché non ci dice lei direttamente che tipo di scrittrice ritiene di essere?

R. Non amo le etichette. Comunque quella di scrittrice rosa me la sono affibbiata da sola (è il colore del movimento gay in Spagna), per rivendicare una letteratura in cui ci fosse posto per i sentimenti, in polemica con il romanzo post-strutturalista spagnolo. La mia letteratura è femminista, politica, realista (vedi Flaubert), e di costume (sto pensando a Dickens). Ma, ripeto, non amo le etichette e rivendico una mia letteratura, alla Lucía Extebarría!

D. Veniamo al cuore della vicenda: Ruth riesce a ricordarsi del proprio lutto originario e a ritrovare la forza di vivere grazie all’incontro con uno psicoanalista. Ciononostante, dai successivi commenti della voce narrante, sembra che Ruth volti le spalle alla terapia sostanzialmente per due ragioni: la psicoanalisi sembra essere una disciplina “maschile” e, soprattutto, in quanto pratica basata sulla parola (e sul dialogo), le appare troppo “umbratile” e poco fondata; è vero?

R. Per me la psicoanalisi è una filosofia e, in quanto tale, un’organizzazione gerarchica della società. Inoltre non mi piace il modo in cui Freud ha patologizzato la cosiddetta devianza, come l’omosessualità o la promiscuità femminile, considerandole di origine traumatica o isterica. M’interessano più l’antipsichiatria di Lacan e l’inconscio collettivo di Jung. Dell’episodio che lei ha citato, conta che sia finalmente emerso dalla nebbia interiore il fantasma della madre di Ruth: e questo è potuto accadere non tanto per la bravura dell’analista quanto perché lui aveva conosciuto sua madre: l’analista spinge Ruth ad affrontare una verità che lei già sapeva ma che aveva sempre rifiutato per paura.

D. Di tutte le cose visibili e invisibili, alla fine, sarà il titolo del film autoterapeutico di Ruth. In Italia gli ultimi due film di Pedro Almodovar sono andati molto bene: lo diciamo soltanto perché, con tutte le sacrosante differenze del caso, abbiamo l’impressione che i vostri rispettivi universi creativi abbiano qualcosa in comune. Concorda?

R. Il titolo racconta il rapporto tra l’ordine visibile del mondo, come la fama, e quello invisibile, come la cultura, il mondo interiore di una persona (la psiche, per esempio, o la fede): c’è una dinamica violenta che caratterizza entrambi e che li lega. Almodovar l’ho conosciuto quando avevo 17 anni, in un taxi, e lui ha pensato che fossi un ragazzo… molto carino (avevo i capelli corti a quel tempo). Adesso frequentiamo gli stessi bar: la cosa interessante è che vediamo lo stesso mondo, quello dell’ex movida, con occhi diversi. Quindi non c’è un vero legame tra i nostri universi narrativi, anche se lui è un grande maestro, per tutti. Comunque io odio la cultura “taurina” e le corride.

D. Quando passa la florida bellezza di Ruth gli uomini sembrano impazzire. Facciamo questo gioco. Deve andare a una festa e scegliere (senza pensarci su tanto) fra tre vestiti: un bellissimo grembiule magico che le fa fare le migliori tortillas di Madrid; un vestito rosso fuoco che s’incendia passo dopo passo lasciandola desnuda e a mezz’aria; una camicia rubata dal guardaroba di Cary Grant…

R. Sceglierei senza dubbio la camicia di Cary Grant. Le mie tortillas sono già ottime, il mio corpo non mi rende così orgogliosa da mostrarlo in piazza…

[Intervista a cura di Michele Weiss]

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