Nel suo romanzo-memoir “Due o tre cose che so di sicuro”, Dorothy Allison persegue un unico obiettivo: la scrittura come salvezza. Le pagine raccolgono i momenti più drammatici di una storia familiare costellata di violenze, lutti e umiliazioni, come quelle causate dal patrigno che l’autrice accusa esplicitamente di stupro. La narrazione, quindi, abbatte definitivamente i limiti della fiction e diventa uno strumento di redenzione: la forza di Allison sta nell’averla voluta rendere non solo personale, ma collettiva…

È difficile parlare di Dorothy Allison prescindendo da La bastarda della Carolina, romanzo cult a cui deve la sua fama tanto in America quando in Italia, dov’è apparso lo scorso anno grazie a minimumfax. Lo è ancora di più se si considera che Due o tre cose che so di sicuro, appena pubblicato dallo stesso editore con la traduzione di Sara Bilotti, si presenta come il completamento ideale di una storia che smette di essere finzione per rivelarsi in tutta la sua natura autobiografica. 

Due o tre cose che so di sicuro

Che Bone, protagonista del romanzo, fosse in realtà l’alter ego dell’autrice era una supposizione legittima e condivisa dai lettori, mai smentita dalla stessa Allison: al contrario, pochi mesi dopo la pubblicazione del romanzo l’autrice si è cimentata nella scrittura di quella che in origine si configurava come una pièce teatrale – come rivela nella nota conclusiva – e che ha finito per prendere la forma di un vero e proprio memoir.

Poche pagine intervallate da un ricco repertorio di foto, che raccolgono i momenti più drammatici di una storia familiare costellata di violenze, lutti, umiliazioni, immortalando sullo sfondo di una vicenda tutta personale lo scorcio di un contesto sociale misero tipicamente americano: il cosiddetto white trash.

Allison si avvale di una scrittura fluida e intrisa dell’intensità del suo vissuto per saltare da un evento all’altro, da un personaggio all’altro – dalla madre alla zia, dalle sorelle alle compagne. E, inevitabilmente, al patrigno, che accusa esplicitamente dello stupro subito da bambina. Nel flusso di coscienza della Allison, tuttavia, all’uomo non è riservato uno spazio maggiore di quello che spetta alle altre figure: la sua presenza, e la violenza che ha portato nella sua vita – così come altri uomini l’hanno portata nella vita delle donne della sua famiglia – esistono solo come contrappunto alla sua personale resistenza, alla capacità di reagire prendendo in mano il proprio destino. Come questo tragico evento abbia influenzato la sua esistenza sembra quasi essere una preoccupazione secondaria per l’autrice, che in queste pagine persegue un unico obiettivo rivendicato più volte: la scrittura come salvezza.

Racconto storie per dimostrare che ero destinata a sopravvivere, pur sapendo che non è vero. […] Sono qui per rivendicare la mia vita, la morte di mia madre, le nostre sconfitte e i nostri trionfi, per dar loro un nome, per me. Sono qui per rivendicare tutto ciò che so, e ci sono solo due o tre cose che so di sicuro.

La narrazione, quindi, abbatte definitivamente i limiti della fiction e diventa uno strumento di redenzione: la forza di Allison sta nell’averla voluta rendere non solo personale, ma collettiva. Tutti i protagonisti della sua vita, ogni singola persona che abbia anche solo preso parte a un momento di svolta in un’esistenza fatta di lotte e salite, trova il suo spazio in queste pagine, e con lui la sua ragione di essere, nel bene e nel male.

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L’incontro con l’istruttore di karate, i dialoghi con le sorelle (diversissime tra loro, ma in qualche modo, come lei, tutte copie della madre), gli scambi di battute con il parentame si trasformano per Allison in un modo per scavare dentro di sé e comprendere ciò che è diventata, al di là dei banali semplicismi psicanalitici che potrebbero associare l’omosessualità agli abusi subiti. L’identità dell’autrice, fatta di cocci rimessi insieme faticosamente, non può esaurirsi dietro le etichette di lesbica e/o femminista:

Sono una donna sola, ma dentro di me ci sono tutte le storie che mi sono state raccontate, tutte le donne che ho conosciuto, donne che hanno subito danni fino a convincersi di non poter più provare dolore. […]

Come quelle che mamma raccontava a se stessa, come quelle di zia Dot e di mia cugina Billie, le storie plasmavano la mia vita. Di tutte le storie che conosco, le più dure sono quelle che le donne che amavo raccontavano a se stesse in segreto, quelle che allo stesso tempo erano cura e malattia. 

C’è, nella scrittura di Allison, tutto l’orgoglio di essere riuscita a sfuggire alla disperazione e alla resa, di essere ancora in grado di provare sentimenti autentici; e, soprattutto, di aver realizzato questo obiettivo titanico coltivando con tenacia un’unica e sola vocazione: raccontare.

Ecco la storia brutta. La bugia che ho raccontato a me stessa per anni, e che non ho scoperto fino in fondo se non quando ho cominciato a mettere sulla carta le mie storie, quando ho visto dove finivano le bugie e dove cominciavano i pezzi della mia vita distrutta.

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