Il nuovo libro di Enrico Brizzi, "Il sogno del drago. Dodici settimane sul Cammino di Santiago da Torino a Finisterre", racconta la sua esperienza lungo il celebre cammino... - Su ilLibraio.it un capitolo

Arriva in libreria (e anche in edicola con il Corriere della SeraIl sogno del drago. Dodici settimane sul Cammino di Santiago da Torino a Finisterre, (Ponte alle Grazie), di Enrico Brizzi, prolifico autore italiano che ha esordito giovanissimo con il romanzo cult Jack Frusciante è uscito dal gruppo, pubblicato per la prima volta nel 1994 dalla casa editrice Transeuropa.

Il nuovo libro di Brizzi è dedicato al racconto della sua esperienza sul Cammino di Santiago, un pellegrinaggio (sempre più diffuso) che, per l’autore, è danza, preghiera e musica, un viaggio che fa del camminare un modo per esperire e conoscere. È partito dalla sua amata Torino in compagnia dei Buoni cugini, con lo zaino in spalla carico di curiosità, pazienza e obiettivi da raggiungere, primo fra tutti: Finisterre.

È la nuova avventura di un autore che di pellegrinaggi a piedi ne ha intrapresi diversi: nel 2006 ha intrapreso un viaggio a piedi di tre mesi sulla via Francigena, da Roma a Canterbury, in compagnia di alcuni amici, esperienza che fu lo spunto per un reportage in cinque puntate su L’Espressonel 2008 si è messo sulle tracce dei pellegrini medioevali e, partendo da Roma, ha raggiunto Gerusalemme; l’anno successivo ha intrapreso un viaggio a piedi lungo la Linea Gotica. 

Enrico Brizzi cammino di santiago

Il nuovo libro racconta il suo cammino più recente, una testimonianza del fatto che “ogni pellegrinaggio è una vita in miniatura, una metafora del labirinto che ci tocca traversare prendendo le decisioni corrette a ogni bivio, ed è inutile arrovellarsi su cosa ci apparirà alla sua conclusione; bisogna arrivarci e basta, e a quel punto lo si scoprirà”.

Il sogno del drago. Dodici settimane sul Cammino di Santiago da Torino a Finisterre enrico brizzi copertina

 

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un capitolo del libro: 

Dopo i primi tre giorni, nei quali il corpo protesta, s’impunta e tenta di ribellarsi alla fatica, camminare diventa l’attività più naturale del mondo.

Ormai conoscete a memoria il rituale che vi accompagnerà per settimane: ogni mattina vi sveglierete alle sei e mezza, riprenderete conoscenza intorno al tavolo della colazione e comporrete daccapo lo zaino. Un ultimo sguardo alle mappe per evitare incertezze al momento di lasciare l’abitato, e sarete di nuovo all’aperto, a caccia di un secondo caffè e di una merenda da riporre nelle tasche esterne del sacco prima di rimettervi davvero in marcia. Una volta individuato il primo segnavia, vi porterete al secondo, quindi al terzo, come Pollicino al momento di risalire la sua scia di briciole o Teseo impegnato a seguire il salvifico filo che Arianna gli aveva consigliato di lasciarsi dietro per uscire dal labirinto.

La prima salita di giornata brucerà nei polmoni e nei polpacci, poi romperete il fiato, troverete il vostro ritmo, dimenticherete il peso dello zaino sul dorso e sulle spalle, per farvi tutt’uno con l’idea
di andare.

È come una danza e una preghiera, come una musica senza parole che segue il respiro antico del mondo, libera la mente dall’inessenziale e lascia spazio ai pensieri sulle cose ultime. È una sospensione e uno stato di grazia, è come essere di nuovo ragazzi e, allo stesso tempo, vecchi come potevano essere vecchi gli uomini della vostra età nel Medio Evo.

Ogni tanto fischiettate, ogni tanto improvvisate una melodia che riemerge spontanea dai baratri della memoria, ma il domino dei vostri pensieri non s’interrompe. Vi accompagna, anzi, vi sospinge e vi tiene a galla.

Una volta sbucati dal bosco, le indicazioni della Via Francigena proseguono a lato della Statale, ampia e semideserta, rampa di lancio ideale per avvicinarvi alle salite decisive.

Sulla sinistra il bosco vi impedisce la visuale, mentre sul lato opposto i poggi disseminati di conifere indorate dal sole permettono allo sguardo di spaziare verso la mole dello Chaberton che spicca contro il cielo.

Nel giro di venticinque minuti raggiungete una stradetta che scende verso il ponte sulla Dora, oltre il quale si trova l’abitato di Fenils; prendete da quella parte, così da lasciare il versante in ombra e portarvi sui pendii soleggiati della riva sinistra.

Il villaggio è composto da due diverse borgate. Nella frazione più alta, presso l’attacco della strada militare diretta alle batterie, trovate un punto ideale per una sosta: una panca è addossata alla costruzione d’uno spartano museo della montagna, e subito a fianco sorge la struttura coperta d’un lavatoio dal quale attingere acqua potabile. Ce n’è abbastanza per disarcionare gli zaini, sedervi spalla contro spalla e fare merenda con i vostri panini al formaggio.

«Andate allo Chaberton?» domanda un vecchietto spuntato dalla grangia di famiglia bilanciando una zappa in spalla. Agita la mano libera come per raffreddarla e commenta: «È una bella faticata».

«Non saliamo lassù» spieghi. «Magari un’altra volta, quando non c’è neve. Adesso andiamo al Monginevro».

«È una bella faticata» ripete, accennando alla cima dello Chaberton, e aggiunge in una lingua a metà strada tra il francese e il dialetto: «Deux-milles meter».

«Mi sa che non ha capito» sussurra Leo, e scandisce: «Monginevro».

«Sono tanti deux-milles meter» considera l’uomo, impermeabile alle vostre segnalazioni. «Ci andavo a caccia da giovane, lassù. Ma non potevi mica prendere e salire. Serviva allenarsi due giorni, prima. Un giorno salivo i primi mille meter e tornavo giù. Il giorno dopo mille-cinq-cent, e solo il terzo andavo fino in cima. Era pieno di camosci, e si trovavano anche dei bellissimi bouquetin…».

«Piccoli bouquet» traduce Leo.

«Si vede che portava i fiori alla fidanzata» deduce Ivan.

«Come si dice bouquetin in italiano?» si sforza di ricordare l’uomo. Si copre gli occhi, concentrato nello sforzo, poi scuote la testa. Niente. La parola non gli viene. Allora posa la zappa e si porta i pugni sul capo, gli indici ossuti dritti verso il cielo. Lì per lì ti sembra che voglia imitare un capo indiano con le penne in testa, ma subito esclama: «I stambecchi!»

Leo si stringe nelle spalle e ripete: «Stambecchi. Non c’entrano niente i fiori».

«Voi siete allenati?» vuol sapere l’uomo.

«Diciamo che usciamo da un periodo invernale fatto di tanto lavoro sedentario e, detto fra noi, anche di eccessi» la prende larga Ivan.

L’uomo annuisce, poi domanda daccapo: «Siete allenati?»

«Così così» risponde Leo. Scruta la cima e ammette: «Non so se lassù ci arriverei tanto facilmente».

«È l’inizio della primavera» spiega Ivan. «Stiamo lavorando per tornare in forma. È vero?».

«Sono tanti, deux-milles meter» riprende il suo monologo l’anziano.

«È lo Chaberton. Il gatto di Bertone. E gli piace fare scherzi». Ivan ti guarda di sottecchi come avesse appena ascoltato una notizia spaventosa. Leo invece sorride e domanda: «Quali scherzi, signore?» Il vecchio non risponde. Per un po’ resta a guardarvi, quindi nota:

«Voi però non siete cacciatori. Randonneurs?» domanda, indicando gli zaini. «Dove andate?»

«Al Monginevro» scandisci ad alta voce, indicando verso la testa della valle per fargli chiara la vostra destinazione.

«Siamo pellegrini» ti fa eco Ivan. «Facciamo il Cammino di Santiago».

«Le Chemin de Saint-Jacques» spieghi all’uomo, sperando che in francese le informazioni gli arrivino più facilmente.

Il vecchio annuisce, assai poco impressionato, e ti domandi cos’abbia capito questa volta. Poi punta verso di voi l’indice scarno e assicura: «Andare da Saint-Jacques è facile».

«Se lo dice lui» mormora Leo.

«Camminate di notte» spiega l’uomo recuperando la zappa, e non capisci se sia una domanda oppure un invito.

«Glielo dico senza superbia» premette Ivan in tono accorato. «Di notte non si vede niente. È facile cadere, o andare a sbattere contro qualcosa».

«I pèlerins seguono le stelle» illustra l’uomo, indifferente all’obiezione. «Sono le stelle che mostrano la via per l’Espagna».

(Continua in libreria…)

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