Riportare l’esperienza di una ragazza che cerca disperatamente di abortire in un mondo che non le riconosce questo diritto significa portare alla luce una ferita collettiva. "L’evento" di Annie Ernaux, uscito in Francia nel 2010, è la terribile richiesta in forma letteraria di costruire un presente più giusto per tutte quelle donne incinte, vicine o lontane, a cui è proibito per legge o nei fatti disporre di se stesse - L'approfondimento

“Nell’amore e nel piacere non mi sentivo un corpo intrinsecamente diverso da quello degli uomini”.

E invece.

Ottobre 1963, a Rouen in Francia: una studentessa di ventitré anni aspetta da più di una settimana che le venga il ciclo. La vita intorno continua e pressa perché anche lei faccia lo stesso: la tesi attende di essere scritta, al cinema danno sempre qualcosa di nuovo e triste, a teatro l’ultima pièce di Sartre chiama a raccolta le amiche, c’è un biglietto, gratis, anche per lei. Peccato che lei non possa andare avanti come tutto il resto perché c’è una realtà nuova che le cresce dentro la pancia. Ormai è certo: il ciclo non verrà. Nel commento del dottore che conclude la sbrigativa visita in cui si proclama il verdetto c’è tutta la ferocia di un mondo che non può e non vuole comprendere: “I figli dell’amore sono sempre belli”. La risposta è un’unica, lapidaria annotazione sul diario della studentessa: “È orribile: sono incinta”.

 l'evento

L’evento di Annie Ernaux mantiene tutte le promesse e realizza tutte le aspettative di chi ha pazientemente atteso una traduzione italiana (a cura di Lorenzo Flabbi) di un romanzo uscito in Francia per Gallimard nel 2000. La scrittura è la stessa che ha dato vita a Il posto, a L’altra figlia, a Una donna: sempre affilata, sempre netta nel rifiuto costante di affidarsi agli artifici retorici e alle capriole del linguaggio necessari ai libri che vogliono stupire senza mai raccontare davvero.

Ne L’evento, invece, la storia c’è ed è necessario raccontarla. Su questo l’autrice non ha dubbi e non solo perché ha deciso che tutta la sua vita sarebbe stata tradotta in scrittura (“Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla”) ma anche perché riportare l’esperienza di una ragazza che cerca disperatamente di abortire in un mondo che non le riconosce questo diritto significa portare alla luce una ferita collettiva. L’alternativa è inaccettabile.

“Se non andassi fino in fondo a riferire questa esperienza contribuirei ad oscurare la realtà delle donne schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo”.

Così, dal momento della scoperta, Annie Ernaux ci costringe a passare del tempo con questa ragazza e, col procedere dei giorni e delle pagine, a diventare lei, avvertendo la stessa angosciata concitazione nella ricerca di qualcuno che possa liberarla dalla ravidanza.

Intorno troveremo il vuoto o peggio: uomini affascinati dall’idea di una donna in procinto di commettere un reato, eccitati dall’evidenza di una disponibilità sessuale che potrebbe riguardarli, o ancora uomini preoccupati di difendere l’ordine costituito, la legge che impedisce di cancellare una decisione che la natura ha già preso. Stupisce, a questo proposito, vedere quanta distanza separi questa legge dalla società che la approva e la subisce (“Era impossibile determinare se l’aborto era proibito perché era un male o se era un male perché era proibito”) ma anche questa perplessità viene affrontata nel corso del romanzo: la parte della società che approva la legge o semplicemente se ne disinteressa, infatti, non è la stessa che la subisce. In questo senso, spaventosa è la solitudine della protagonista mentre comprensibile appare l’assenza di parola e di azione da parte dello studente che l’ha messa incinta: abortire o partorire sono compiti che spettano a lei e, se la maternità è indesiderata, l’interruzione di gravidanza, il reato, è un affare che lei deve sbrigare in fretta, prima che sia troppo tardi. Se tutto andrà bene, se avrà i soldi per pagare, se sarà discreta e non lascerà tracce, la società si girerà dall’altra parte come se nulla fosse successo. L’unica possibilità di esercitare quel diritto su se stessa, dunque, è farlo di corsa, di nascosto, soffrendo e rischiando di morire.

Sarebbe molto facile etichettare il libro di Ernaux come il resoconto crudo e diretto di un’esperienza terribile, soprattutto se consideriamo le pagine che descrivono in tutta la sua realtà l’aborto compiuto in una notte che sembra non avere mai fine. La sfida da cui esce vittoriosa l’autrice, però, è molto più complessa: come negli altri suoi scritti, infatti, la scrittrice ha intrecciato attorno all’evento una serie di questioni che ci costringono a mettere in discussione l’effettività delle presunte libertà ottenute nel mondo moderno.

“Che la clandestinità di chi ha vissuto quest’esperienza dell’aborto appartenga al passato non mi sembra un motivo valido per lasciarla sepolta, scrive Ernaux, Tanto più che il paradosso di una legge giusta è quello di obbligare a tacere le vittime di un tempo con la scusa che “le cose sono cambiate”.

L’evento viene pubblicato in un momento in cui nel nostro Paese una legge, la 194, prevede il diritto di abortire, ma è impossibile leggerlo senza pensare che la presenza di una percentuale altissima di obiettori ne impedisce la piena applicazione. La Francia degli anni sessanta in cui la protagonista, sola e spaventata, attende in un bar di essere operata da una fabbricante di angeli appare meno lontana se ci concediamo di pensare che ancora oggi per certi versi tutto quello che concerne la gravidanza, dal concepimento al parto, sembra a troppi una questione che ricade interamente sul corpo delle donne ma su cui le donne non devono essere ascoltate: così gli assorbenti possono essere tassati come beni di lusso, di violenza ostetrica è difficile parlare, la maternità viene incoraggiata da campagne ministeriali sebbene comporti un vero e proprio svantaggio dal punto di vista lavorativo.

“Non credo esista, in nessun museo del mondo un Atelier della fabbricante d’angeli”, scrive Ernaux e ci sembra quasi ovvio, normale; la conseguenza di un sistema in cui la proibizione di un diritto coincide con una violenza endemica e invisibile. Uno spargimento di sangue e una sofferenza inflitti di nascosto, in appartamenti spogli, negli studentati, nei garage e nelle cantine.

Non affrontare il nostro passato conviene: consente di perpetuare una narrazione sempre uguale su quello che è il ruolo di una donna nella società, di associare inevitabilmente l’aborto al dramma, la maternità al dono e alla piena realizzazione di sé. Di più: ci impedisce di vedere quel passato come un delitto, una ferita consapevolmente inflitta a migliaia di ragazze e di donne. Annie Ernaux non ha paura di raccontare delitti e ferite: quelli inferti dallo stato alle persone, dagli uomini alle donne, da chi appartiene a una classe sociale per cui le regole non valgono o valgono meno a chi non ha scelta e non si fa domande perché certi pensieri “fanno venire il mal di testa”.

Per questo motivo L’evento non è solo l’ennesimo romanzo di valore che L’orma ha il merito di aver portato in Italia. È la terribile richiesta in forma letteraria di costruire un presente più giusto per tutte quelle donne incinte, vicine o lontane, a cui è proibito per legge o nei fatti disporre di se stesse. Sarebbe facile se solo volessimo davvero. Basterebbe un’immagine di quel passato di cui assumerci la responsabilità.

“Migliaia di ragazze sono salite lungo la scala, hanno bussato alla porta dietro la quale c’era una donna di cui non sapevano nulla a cui stavano per consegnare il proprio sesso e il proprio ventre”.

Basti questo: sapere che Annie Ernaux è stata una di queste ragazze e che ha potuto raccontarlo solo perché, compiuto l’aborto, il mondo per lei è tornato normale e lei ai suoi libri, alla vita, alla scrittura. Per un momento, leggendo, temevamo non sarebbe successo.

 

L’AUTRICE – Giusi Marchetta, nata a Milano nel 1982, è cresciuta a Caserta, poi si è trasferita a Napoli. Oggi vive a Torino dove è insegnante. Per Terre di Mezzo ha pubblicato le raccolte di racconti Dai un bacio a chi vuoi tu (2008), con la quale ha vinto il Premio Calvino, e Napoli ore 11 (2010). Il suo primo romanzo, L’iguana non vuole, è stato pubblicato nel 2011 da Rizzoli. Nel 2015 è uscito, per Einaudi, Lettori si cresce. Il suo ultimo romanzo è Dove sei stata, Rizzoli. Per Add ha curato il libro collettivo Tutte le ragazze avanti!

Qui tutti gli articoli scritti da Giusi Marchetta per ilLibraio.it.

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