In occasione dell'uscita di "Fazzoletti rossi", la scrittrice e traduttrice Roberta Marasco riflette sul vuoto lasciato dal discorso femminista nell'età preadolescenziale e sulle possibilità comunicative che quel messaggio potrebbe avere nell'età del cambiamento - L'approfondimento

“Tira un po’ giù la gonna.”
“Perché non compri dei pantaloncini che non siano tanto corti?”
“Non puoi mettere una maglietta meno attillata?”
Diciamoci la verità, è più facile insegnare alle bambine che possono giocare con il fango e sedersi come vogliono, che restare serene quando la figlia di dodici anni sale su un autobus in shorts e canottiera.
Perché lei ancora non li vede, ma noi sì. Gli sguardi di uomini insospettabili che le vagano addosso come se fosse tutta roba loro. Perché lei ancora non lo sa che ci sono uomini per cui una taglia di reggiseno in più equivale al permesso di fissarla e desiderarla. Ma noi sì. Ci sentiamo tenute a proteggerla, le insegniamo a difendersi e senza accorgercene, la obblighiamo a scontare le colpe altrui. Quante ragazze scoprono che le prime curve significano più divieti e più limiti? Il corpo si impone e ti espone a critiche e sguardi che ti reclamano, e da un giorno all’altro non sembra più tuo.

Le bambine hanno le bambine ribelli. Le adolescenti hanno le magliette con la scritta Girl Power e le prime battaglie femministe. Ma le preadolescenti che cos’hanno? Perché il femminismo non parla di più a loro, soltanto a loro, a quell’età preziosa e sfuggente in cui diventare donna può sembrare odioso e motivo di vergogna, più che di orgoglio? Quali sono le parole giuste per l’età del primo reggiseno, che un po’ ti rende fiera e un po’ ti stringe e ti impiccia? Per gli anni in cui scopri le mestruazioni, che puoi sbandierare la prima volta ma che dovrai nascondere tutte le altre, quando diventare donna significa anche che se ti invitano a una festa in piscina il giorno sbagliato del mese dovrai passarla a guardare gli altri sguazzare?

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Negli anni del passaggio di consegne fra quello che desideriamo per le nostre figlie e quello che loro desiderano per se stesse, il testimone del femminismo a volte vacilla incerto per un istante di troppo fra le mani di madre e figlia, e quando la figlia finalmente lo afferra e riprende a correre per conto proprio, è già tardi. Sarà anche per questo che le ambizioni delle donne a poco a poco si assottigliano, diventano più fragili e fuggevoli con l’avanzare dell’età? Sarà lì, in quella staffetta piena di dubbi e domande, che inizia tutto? Che fine fanno le bambine sveglie e curiose delle elementari e le ragazze ambiziose e intraprendenti dell’università, che sembrano perdersi per strada e non arrivano nelle stanze del potere o sui palchi da cui sono quasi sempre uomini a rivolgersi al pubblico, quello sì, composto quasi esclusivamente da donne. Che fine fanno le idee delle ragazze, i loro progetti, i loro sogni, la loro determinazione?

Una parte forse se la porta via proprio il ciclo mestruale, quando ti instilla il dubbio di giocare in un’altra categoria, quando lo vivi con vergogna, ti senti sporca e sbagliata, e inizi a sospettare che per te valgono regole diverse da quelle che valgono per gli uomini e che il femminile è fatto di discrezione, di sopportazione, di silenzi e di segreti, e di sensi di colpa. Se nella società non c’è posto per le mestruazioni, allora significa che non c’è posto neanche per le donne. Significa che il femminile è privato. E il maschile è pubblico.

Forse cominciamo le nostre battaglie materne sempre troppo tardi o troppo presto. Forse intuiamo qualcosa di prezioso e fragile in quei primi momenti in cui le figlie diventano donne e abbiamo paura di soffiarci sopra troppo forte. Né bambine né ragazze, troppo grandi per l’ingenuità e troppo piccole per essere prese sul serio. Dovremmo ricordarci più spesso di quanto possono essere forti e di quanto meritano di essere libere. Dovremmo ricordarci più spesso che è in quegli anni che hanno più bisogno del femminismo, non solo per vivere serenamente il cambiamento, anche per viverlo a voce alta e senza segreti. Perché sappiano che non sono tenute a coprirsi e sottrarsi agli sguardi, a tacere e a imparare la discrezione. Difendersi dalle colpe degli uomini non è una loro responsabilità e il femminile non può essere raccontato solo fra pudori e sussurri. Fazzoletti rossi è il mio modo per dire a quelle ragazze di non nascondersi mai. Se nessuno le ascolta, non significa che sono sbagliate. Non significa che sono troppo piccole. Non significa che non sono abbastanza importanti. Significa solo che devono gridare più forte.

fazzoletti rossi roberta marasco

L’ AUTRICE E IL SUO NUOVO LIBRO – Camilla ha tredici anni e vive con il padre, la sua fidanzata e una sorellastra. Quando un imbarazzante video di Camilla che parla delle sue prime mestruazioni diventa virale, troverà un’amica in Luna, compagna di classe e tiktoker da milioni di visualizzazioni: Fazzoletti rossi (Il Battello a Vapore) è il nuovo romanzo di Roberta Marasco, scrittrice e traduttrice, già autrice de Le regole del tè e dell’amore (Tre60), destinato a lettrici e lettori dagli undici anni in su. Marasco con il suo blog Rosapercaso, dedicato al femminismo rosa, invita le donne a liberarsi della “Sindrome dello strofinaccio” e ad affermare il proprio diritto di essere felici. L’autrice vive e lavora in Spagna, in un paesino sul mare, dove ha scoperto che la strada per tornare a casa è quasi sempre nascosta nelle storie.

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