Siamo davvero sicure che il femminismo abbia ancora bisogno di Wonder Woman? Se lo chiede su ilLibraio.it la scrittrice Roberta Marasco, che tira in ballo Nonna Papera...

Il profumo delle torte di Nonna Papera messe a raffreddare sul davanzale. C’è stato un tempo in cui era questo il mio ideale di felicità: la promessa di piacere rappresentata da quel profumo, l’idea di sicurezza, di cura e di affetto che trasmettevano. Dove c’era profumo di torta c’era una famiglia, in qualche modo, o almeno la persona in grado di reggerne le sorti. Nonna Papera era la nonna che tutti avrebbero voluto, pensavo, quella che imbastisce una cena per l’intero parentado in un batter d’occhio ma sa anche imbracciare il fucile, all’occorrenza.

E poi c’era Ciccio. Ciccio che dorme alla prima occasione, che trangugia panini come fossero noccioline, Ciccio l’insaziabile, l’inaffidabile, l’inconcludente. Il ritratto della felicità anche lui, a modo suo.

In qualche modo, queste due figure hanno plasmato nella mia mente di bambina i ruoli e i modelli maschili e femminili. Non ricordo di aver visto una sola vignetta in cui Nonna Papera oziava bellamente, era sempre richiamata al dovere su qualche fronte, in cucina o nella fattoria, dispensando manicaretti o rimbrotti, facendo onore al suo sangue di pioniera (e probabilmente anche alla suocera di Al Taliaferro, il suo creatore, a cui pare fosse ispirata). Una buona dose di rimbrotti era destinata a Ciccio, ma erano rimbrotti affettuosi e rassegnati, che nessuno prendeva mai troppo sul serio, men che meno l’interessato.

Ogni tanto mi chiedo come sarebbe stata diversa la percezione del mio ruolo femminile, se nella mia infanzia ci fosse stata una “Ciccia”, una figura femminile che divideva il suo tempo fra schiacciare un pisolino e decidere dove schiacciarlo, senza che nessuno la criticasse poi troppo e con un Nonno Papero che le faceva trovare il pasto pronto e una torta alla bisogna.

Così non posso fare a meno di stupirmi quando leggo che Wonder Woman, ora sugli schermi cinematografici  nella versione diretta da Patty Jenkins, sia ancora considerata una figura femminista. Togliete la crocchia e metteteci al suo posto un diadema stellato, togliete le penne e scambiatele con un costumino attillato e sono sicura che nessuno noterebbe la differenza: Wonder Woman è femminista quanto Nonna Papera!

Sono entrambe infaticabili e combattive, hanno una forza sovrumana, sono resistenti al dolore, praticamente invulnerabili, pacificatrici e risolvono conflitti e divisioni. Ma soprattutto, entrambe si spendono per gli altri senza un attimo di riposo.

Dietro l’idea di una Wonder Woman femminista c’è probabilmente il sentimento diffuso della necessità di proporre archetipi femminili forti, ribelli e combattivi, altro che sesso debole. Alla bugia del sesso debole però non ha mai creduto nessuno, in realtà, secondo me. Altrimenti, se davvero fossimo state così inoffensive nell’immaginario maschile, perché tanta fatica per umiliarci e lasciarci in secondo piano? Perché sforzarsi di trasmettere l’idea che la donna forte era destinata a restare sola o relegare Wonder Woman nei panni molto meno succinti e molto più sottomessi della direttrice di una boutique, come fece Dennis O’Neil nel 1968 (salvo poi riconoscere l’errore)?

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Neanche il più convinto dei maschilisti può avere dubbi sul fatto che le donne siano il sesso forte, il che spiega i loro sforzi per dimostrare il contrario e venire così a patti con un’idea di virilità che andrebbe stretta a chiunque, ma che diventa imprescindibile se si vuole tenere a bada un “sesso debole” che di debole ha ben poco.
Non c’è neanche bisogno di scomodare la biologia o le statistiche, basta un po’ di buon senso, basta guardarsi intorno per vedere fino a dove arrivino le capacità di sopravvivenza femminile e quante donne concentrino nell’arco delle ventiquattr’ore una quantità di impegni e sforzi fisici e mentali se non sovrumani, di certo superiori alle loro forze e a quelle di chiunque.

Ma allora, siamo davvero sicure che il femminismo abbia ancora bisogno di Wonder Woman?

Il creatore della supereroina, William Moulton Marston, sostenitore del femminismo, viveva da poligamo con la moglie e un’altra donna amante di entrambi, di cui si diceva “felicemente schiavo”, quindi doveva conoscere bene la forza delle donne mentre delineava il proprio personaggio. E probabilmente l’ha reso più realistico di quanto credesse lui stesso, quando affermava di voler proporre “un personaggio femminile con tutta la forza di Superman ed in più il fascino di una donna brava e bella”.

Insomma, ciascuno è libero di optare per il modello femminista che gli pare, io però potendo scegliere mi prenderei Ciccia, non Wonder Woman. Voglio una Ciccia, nella mia vita e nel mio immaginario, che mi insegni a poltrire ogni tanto senza sensi di colpa e mi guarisca dalla Sindrome dello Strofinaccio; una Ciccia che non mi faccia sentire obbligata a spendermi per gli altri, a occuparmi e preoccuparmi di quello che mi circonda, che si tratti degli acari o della pace nel mondo, prima che di me stessa. Voglio una Ciccia che mi insegni a oziare beatamente, perché sono convinta che solo così, attraverso quest’ozio femminile che non a caso spaventa tanto, avremo le forze e la lucidità per guardarci più da vicino e scoprire chi siamo, che cosa vogliamo davvero e come ottenerlo. Per capire quali sono i sogni che ci rendono felici. E per convincerci che abbiamo tutto il diritto di realizzarli, senza sensi di colpa.

Dietro il fastidio verso l’ozio femminile si nasconde il tabù della nostra felicità, ne sono convinta, quella sensazione strisciante di essere dalla parte del torto ogni volta che spostiamo il punto di equilibrio verso noi stesse, o verso il far niente, quella vergogna sottile verso l’idea di una realizzazione di sé scambiata per egoismo, quel rifugiarci in uno spirito servizievole che viene spesso confuso con l’amore e che mette al riparo dalle critiche ma talvolta anche dalla felicità.

Quindi sì, lascio volentieri Wonder Woman ai sogni altrui e mi tengo la mia Ciccia, con tanto di colpevole girovita. Una Ciccia che mi insegni a saziarmi quando ne sento il bisogno, che sia fame di panini, di emozioni o di me stessa. O di niente. Se c’è un superpotere che vorrei davvero, è quello di riposarmi senza sensi di colpa e senza sentire la necessità di farmi il vuoto attorno per questo, o di dare un’etichetta clinica al mio bisogno, come si finisce per fare a volte. Questo non farà di me un’amazzone, d’accordo, ma sono sicura che mi farà vivere più a lungo. E più felice.

IL LIBRO E L’AUTRICE – Le regole del tè e dell’amore (in libreria per Tre60) è l’ultimo libro di Roberta Marasco. L’amore di Elisa per il tè risale alla sua infanzia. È stata sua madre a insegnarle tutte le regole per preparare questa bevanda e ad associare, come per gioco, ogni persona a una varietà di tè. Daniele, il suo unico grande amore, è tornato dopo tanto tempo. Ma Elisa ha imparato da sua madre a non fidarsi della felicità, a non lasciarsi andare mai, perché il prezzo da pagare potrebbe essere molto alto. Prima di tutto dovrà trovare se stessa, poi potrà capire se Daniele può renderla felice. Quando trova per caso una vecchia scatola di tè con un’etichetta che riporta la scritta ROCCAMORI, il nome di un antico borgo umbro, Elisa ne è certa: si tratta del tè proibito della madre, quello che le fece provare solo una volta e che, lei lo sente, nasconde più di un segreto. Forse proprio lì, in quel borgo antico, Elisa potrà trovare le risposte che cerca e imparare a lasciarsi andare e a fidarsi dell’amore, guidata dall’aroma e dalle regole del tè…

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