Torna la rubrica #labotanicadegliscrittori. In questa puntata, spazio, tra l'altro, all’infestante molesto: "quell'autore, per intenderci, cui anni prima hai rifiutato un manoscritto andando ben in profondità con vanga e falcetto..."

Partiamo subito da un necessario distinguo tassonomico (ho sempre paura di un lettore-agronomo che mi schiacci impietoso sotto il peso del suo sapere): “infestante” non è, a rigore, un corretto criterio di classificazione. Non esistono cioè caratteristiche biologico-evolutive che indichino come infestante una pian… scusate, volevo dire uno scrittore, ovviamente. Si tratta, diciamo, di una definizione empirica e non scientifica. Quindi la descrizione generale, ma forse esauriente che si può dare di “scrittore infestante”, come ben sa qualunque agronomo (o qualunque editor), è semplicemente quella di “duro a morire”. Il che, attenzione, non è sempre un male (ragion per cui evito volutamente il termine volgare di “malerba” o “erbaccia”).

In un terreno, ad esempio, in cui a un certo punto la logica diventa monocolturale (o “monoculturale”, potremmo dire, badando sempre alle magiche corrispondenze tra vegetale ed editoriale –ve l’avevo detto, no?-), in cui prevale cioè il criterio dell’estensività rispetto alla diversità, in cui lo stagionale indifferenziato sembra prevalere sulla forza delle radici, ecco che l’infestante, in barba a diserbanti (e recensori), spunta.

E’ lui. Inconfondibile. E’ il dente di leone che stupisce i bambini, è il papavero nel campo di grano la cui bellezza difficilmente potrebbe essere considerata inutile. A volte la sua forza consiste nello starsene quasi in disparte sul ciglio della strada per donare, con regolarità e dovizia, frutti abbondanti e graditissimi, simile al cespuglio spinoso del Rubus Ulmifolius, noto ai più come mora selvatica. E del resto, il fatto di punteggiare ostinatamente i campi coltivati ci fa forse apprezzare di meno le proprietà della Matricaria Chamomilla che, tecnicamente, è una delle infestanti più tenaci? Ma al contrario, quante volte siamo sprofondati nel sonno cullati da un libro-camomilla, profumato e rilassante?

Persino l’Urtica Dioica, la perfida ortica da cui ci hanno insegnato a stare alla larga fin da bambini, ha favolose proprietà, una volta superato il suo umore urticante, peraltro facile da evitar se si sa come maneggiarla. Del resto i nomi stessi delle infestanti spesso sono splendidi, e sembrano rimandare a mondi lontani, letterari, in cui prevale la sorpresa dello sboccio rispetto alla certezza del risultato: Amaranto, Stramonio, Veronica, Artemisia

Questione di punti di vista, alla fin fine. Certo, è vero, dobbiamo dirlo e lasciamoci così, esiste anche l’infestante molesto, quello che volentieri non rivedresti periodicamente nel tuo orto. Quello, per intenderci, cui anni prima hai rifiutato un manoscritto andando ben in profondità con vanga e falcetto, evidenziando criticità, avanzando perplessità, decretando incompatibilità con il tuo giardino, ecc… Anni dopo, come un cespo di gramigna a primavera, eccolo rispuntare nella tua casella di posta: “Ho fatto tesoro delle sue critiche e ho riscritto il mio testo seguendo scrupolosamente le sue preziose indicazioni. Potrebbe darmi riscontro? Grazie mille”. E tu a quel punto vorresti mettere mano al diserbante più vietato al mondo, quello con i tre teschietti sul flacone.

 *L’autore della rubrica è direttore editoriale della Longanesi

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