Il reportage "Porti ciascuno la sua colpa" della giornalista Francesca Mannocchi è il lungo racconto della liberazione di Mosul dall'Isis. Il saggio fa emergere le tensioni di un paese, l'Iraq, diviso da una guerra civile, in cui i concetti di giusto e sbagliato si confondono, lasciando spazio a interrogativi irrisolvibili. ilLibraio.it ha intervistato l'autrice: "Se il giornalismo e la letteratura possono fare qualcosa, oggi, in tempo di grande riduzione della complessità, il loro compito è quello di aiutare le persone a porsi domande complesse e chiedere costantemente risposte perché queste domande non restino perse nel vuoto. E di non accontentarsi della soluzione semplice, della dichiarata vittoria dopo un conflitto"

Francesca Mannocchi, giornalista freelance e reporter da alcune cruciali zone di conflitto, ha dedicato i suoi ultimi lavori, un documentario e un libro, a un argomento su cui, paradossalmente, le telecamere tendono a spegnersi: il “dopo la guerra”. In questo caso parliamo di quella in Iraq, contro l’Isis, e della città di Mosul, che durante il difficile processo di liberazione è un territorio diviso, in cui bene e male spesso si confondono e che chiede, prima di tutto, di rispondere a una terribile domanda: cosa succederà ai bambini dell’Isis, ai “cuccioli del califfato”?

La reporter Francesca Mannocchi

Dopo il documentario, Isis, Tomorrow. The Lost Souls of Mosul, co-diretto con Alessio Romenzi, Francesca Mannocchi pubblica con Laterza il saggio Porti ciascuno la sua colpa. Un testo carico di voci e di immagini (tanto necessarie quanto dolorose e crudeli) che si sviluppa sul filo del dubbio, nello scarto tra questo bene e questo male che si confondono vertiginosamente fino allo smarrimento del lettore, uno smarrimento che si riflette come in un rimando di specchi in quello della narratrice.

In questa intervista a ilLibraio.it, la giornalista racconta la genesi di Porti ciascuno la sua colpa e approfondisce alcune questioni che il libro porta alla luce.

Porti ciascuno la sua colpa di Francesca Mannocchi

Porti ciascuno la sua colpa racconta una storia di cui non si parla, che si muove a braccetto con il dubbio e l’incertezza. Le sembra di aver trovato delle risposte a questi dubbi?
“L’esperienza del raccontare quella e altre guerre, ma anche altre crisi (non necessariamente conflitti), in questi anni mi ha consegnato essenzialmente degli interrogativi. Ma alcune risposte le ho trovate e riguardano il metodo, più che il merito, delle cose che racconto. Credo che ci sia uno stimolo che mi sento di dover tutelare con maggiore forza: spesso noi pensiamo, in quanto scrittori o giornalisti, di dover spiegare, dare risposte, dare una visione del mondo, fare analisi. Ecco, in questo libro ho avuto la necessità di condividere con i lettori i dubbi che ho incontrato sul mio cammino e che mi hanno accompagnata”.

Come mai?
“Perché ho scoperto di non essere immune dagli stereotipi, non salva dalla semplificazione, ma ho riconosciuto lungo il mio cammino lo stupore che si lega al non aver capito delle cose, al fatto che la realtà che ho incontrato fosse diversa da quella che immaginavo. Quindi, più che la semplice cronaca di quello che ho visto, mi sono sentita di dover restituire ai lettori anche questo smarrimento, che è poi lo smarrimento che mi ha fatto desiderare di raccontare quel pezzo di mondo lì”.

E questo racconto ha scelto di consegnarlo al lettore nel modo più limpido possibile.
“Quando ho cominciato a scrivere questo libro ho preso le trascrizioni integrali di decine di ore di interviste che avevamo raccolto nel lavoro in Iraq e che erano state la base di Isis, Tomorrow. Leggendo queste cinquanta ore di interviste, e pensando a come inserire quelle parole esatte, puntuali, nella narrazione, mi sono chiesta se la mia presenza, in quel dato momento, per quelle testimonianze, fosse inopportuna e non necessaria. E ho pensato che fosse esattamente così e – con la scorta di essere stata un’accanita lettrice di Svetlana Aleksievič – ho pensato che la scelta del monologo, della restituzione della viva voce dei protagonisti, fosse una forma di rispetto nei confronti dell’intimità che le persone che ho incontrato mi hanno voluto accordare”.

Ci spiega meglio?
“Essendo tutte quelle testimonianze dei virgolettati figli di un ascolto puro, volevo che il lettore si trovasse di fronte al potere evocativo delle parole, che possono venire usate anche da persone molto umili o con pochi strumenti in situazioni di grande dolore. Le persone che abbiamo incontrato in questi anni – bambini, adulti, donne, vedove più o meno povere (alcune di loro erano analfabete) – hanno avuto la capacità di regalarci delle frasi, delle immagini, che non avrei potuto inventare e che non avrebbero potuto essere figlie della mia immaginazione o della mia creatività”.

Tra queste voci ce ne sono alcune a cui ha deciso di dare spazio più ampio, utilizzandole per intervallare i capitoli. Come le ha scelte?
“La selezione è nata dalla volontà di spostare costantemente il punto di vista: raccontare il figlio di un miliziano e il figlio di una persona uccisa da un miliziano, una vedova di una vittima civile e una vedova di un miliziano”.

Ci sono altri momenti del libro in cui invece sceglie di comparire in prima persona, con i suoi pensieri e le sue sensazioni. Per esempio, a pagina 72 racconta l’incontro con un miliziano sciita che si vanta dei suoi omicidi.
“Il non esserci era eminentemente relativo ai monologhi, quindi all’idea che alcune voci meritassero uno spazio a sé stante. Ma, naturalmente, essendo un reportage narrativo in prima persona è cruciale la funzione testimoniale. Quello che ho cercato di fare, anche raccontando degli aneddoti che mi vedevano protagonista, è stato non giudicare quello che vedevo, la situazione in cui mi trovavo, o gli effetti di quella situazione, ma, semplicemente, raccontare un evento, e anche uno smarrimento, un precipizio, un disagio rispetto ad alcune situazioni. In quel momento specifico, rispetto all’esposizione della ferocia di quel miliziano, ricordo precisamente che le sue parole mi trasportarono immediatamente ai particolari del suo corpo che – forse una delle pochissime volte in questi anni – mi sembrò ripugnante. E questa cosa la ricordo con estrema nettezza, quindi mi è sembrato giusto scriverla esattamente come l’avevo provata”.

Tra le vicende che racconta, ci sono quelle dei bambini dell’Isis, i “cuccioli del califfato”, che spesso si formano in una famiglia già radicalizzata, con magari un padre martire.
“Le persone che ho incontrato – ‘vittime’ o ‘famigliari dei colpevoli’ diciamo per semplificare -, anche i più giovani, avevano una consapevolezza molto netta della circolarità della storia. Nel caso specifico dell’Iraq, questo tipo di fondamentalismo ha spesso cambiato nome negli ultimi vent’anni: si è chiamato Al-Qaeda, Al-Qaeda in Iraq, Isis, domani forse si chiamerà in un altro modo. Ma tutti questi fondamentalismi hanno delle direttrici comuni, che sono i vuoti che restano sulle ceneri dei combattimenti, i vuoti su cui le telecamere si spengono, perché non li racconta nessuno, mentre le guerre le raccontiamo tutti. Raccontiamo gli spari, le vittime, gli ospedali da campo, i campi profughi, le emergenze, ma non raccontiamo quasi mai la sensazione di abbandono, stigma sociale, che si crea perché quei vuoti non vengono quasi mai riempiti da un’alternativa virtuosa in grado di tirare fuori quelle famiglie, quelle donne e quei bambini, dall’ineluttabilità del ripetere la stessa vita dei padri”.

A proposito di donne, che ruolo hanno in questo sistema?
“Le donne sono state per me, come giornalista prima e come scrittrice poi, la parte forse più difficile, ma sicuramente la più stimolante. Non dimentichiamo mai che Isis significa Stato Islamico: noi ci concentriamo sempre su ‘islamico’, ma non dobbiamo dimenticarci che nel progetto dell’Isis c’è la costruzione geografica di uno stato, il che significa scuola, significa educazione, significa funzione sociale della donna. E, nel progetto folle di costruzione di questo stato fondamentalista islamico, le donne hanno la funzione di crescere e educare i ‘cuccioli del califfato’ come futuri combattenti, come futuri martiri se necessario. In questo senso ho avuto lo stupore di trovare un’altra storia rispetto a quella che immaginavo. Le donne che mi sono trovata di fronte – molte, ovviamente non tutte – non erano donne a cui era stato fatto il lavaggio del cervello, inglobate in un’idea che rifiutavano: erano donne che potevano argomentare il loro supporto a questa ideologia. Non le definirei solamente ‘radicalizzate’, perché questa parola racconta solo una parte del problema: sono donne che, in molti casi, hanno scelto di supportare i loro uomini sapendo che questo avrebbe significato anche educare i propri figli a seguirne le orme”.

Ci fa un esempio?
“L’incontro più interessante in questo senso è stato sicuramente quello con Nour, una ragazzina di sedici anni sia orfana sia già vedova di due miliziani dello Stato Islamico. Lei per me ha rappresentato il precipitato perfetto della radicalizzazione in una ragazza, con tutto quello che può significare: con l’idea di un futuro ideale, e di una radice sociale di questa scelta, che è politica ben prima che religiosa”.

Dal suo libro emerge una spettacolarizzazione della morte.
“Il primo impatto con la guerra irachena è stato l’impatto con una guerra ipermediatica. Quando è iniziata l’offensiva su Mosul si contavano centinaia di telecamere, di troupe, di giornalisti sul campo, e questo mi ha fatto molto riflettere sul ‘metodo’ del racconto. Sull’idea che la grande maggioranza dei racconti (non tutti, naturalmente, perché per fortuna il mondo del giornalismo è pieno di colleghi bravissimi) si basavano su grandi cliché. Sembravano le funzioni di Propp applicate alla guerra di Mosul”.

Da Porti ciascuno la sua colpa emerge la posizione ambigua delle potenze occidentali. Facendo riferimento al titolo, quale le sembra sia stata in questo caso la loro colpa?
“La responsabilità dei governi occidentali è sicuramente anche la colpa di una narrazione dominante. Visto che siamo noi giornalisti a creare parte dell’immaginario e dell’opinione pubblica, dobbiamo essere testimoni responsabili. La colpa, sempre da un punto di vista del “metodo”, è l’idea di non accendere le telecamere sulla cosa più interessante delle guerre: il dopoguerra. Cosa succede dopo? Cosa nasce su queste macerie? Il tema è esattamente questo: possibile che non abbiamo imparato le lezioni che la storia recentissima ci ha già dato? Possibile che non abbiamo imparato le lezioni del post-invasione americana? Possibile che non abbiamo imparato la lezione del 2010, quando l’amministrazione Obama ha deciso che le truppe americane dovessero abbandonare l’Iraq, lasciando il paese in balia di quel vuoto che poi è diventato l’Isis? Se c’è una responsabilità è esattamente questa: la responsabilità di non imparare le lezioni che la storia recente ci ha consegnato, da Abu Ghraib in poi”.

A pagina 43 scrive: “C’è un momento in cui realizzi che in nessuna guerra può esserci giustizia, che quella guerra, la guerra all’Isis, è già diventata un’altra cosa, il preludio della prossima guerra civile, sunniti contro altri sunniti, milizie sciite che vogliono fare pulizia, ma anche arabi contro curdi”. Sembra qualcosa che sta già accadendo.
“Esatto. C’è una cosa che mi ha insegnato soprattutto la Libia in questi anni: quando sei sul campo per raccontare una guerra, se sei attento e accendi le antenne giuste, vedi già gli elementi della guerra successiva. Sono tutti lì: nella dinamica ‘il nemico del mio nemico è il mio amico’ vedi già quelli che sono i potenziali nemici di domani. Tornando alla domanda precedente: ci si deve impegnare nella decodifica di tutti quegli elementi che la storia, il campo, la cronaca degli eventi ci consegnano. Bisogna solo saperli mettere insieme”.

A lettura terminata viene da chiedersi: “Ma noi cosa possiamo fare?”. Rivolgo a lei questa domanda.
“Possiamo continuare a farci delle domande complesse, perché la realtà è complessa e, prima che risposte, necessita le domande giuste. Se il giornalismo e la letteratura possono fare qualcosa, oggi, in tempo di grande riduzione della complessità, il loro compito è quello di aiutare le persone a porsi domande complesse e chiedere costantemente risposte perché queste domande non restino perse nel vuoto. E di non accontentarsi della soluzione semplice, della dichiarata vittoria dopo un conflitto. Soprattutto dobbiamo chiederci: qual è l’idea di futuro che abbiamo rispetto a queste grandi crisi? Che sono le crisi migratorie, le crisi dei rifugiati, le guerre, i cambiamenti climatici. Oggi abbiamo dichiarato vittoria, ma vittoria su cosa? E come la costruiamo questa vittoria? Perché altrimenti significa, come il titolo di uno dei capitoli del libro, ‘vincere la guerra e perdere la pace’”.

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