Cosa spinge un uomo ad abbandonare la famiglia e a vivere come un senzatetto? Lo racconta l’autore di manga Hideo Azuma (che ha raggiunto la notorietà negli anni Settanta con opere come "Nanako SOS" e "Olympus no Pollon") ne "Il diario della mia scomparsa". E spiega: "Se si riesce a superare la fame e il freddo, è un'esistenza piena di momenti piacevoli, visto che si è completamente liberi, non si hanno obblighi, né limitazioni”. Un libro che appassionerà i fan del sensei e che svela alcuni dei lati più oscuri della società giapponese - L'approfondimento

Cosa spinge un uomo ad abbandonare la famiglia e a vivere come un senzatetto? Lo racconta l’autore di manga Hideo Azuma ne Il diario della mia scomparsa, pubblicato in Italia da J-POP Manga, nella traduzione di C. Spiga.

Il mangaka, nato in Hokkaido nel 1950 e trasferitosi da giovanissimo a Tokyo per inseguire la sua passione, ha raggiunto la notorietà negli anni Settanta, con opere come Nanako SOS e Olympus no Pollon, da cui in seguito sono state tratte le trasposizioni animate celebri anche in Italia: Nanà Supergirl e C’era una volta… Pollon.

Hideo Azuma diario della mia scomparsa

Ma, all’aumentare del successo e delle richieste di collaborazioni da parte di magazine e case editrici, Azuma ha iniziato a soffrire di depressione. E così, alla fine degli anni Settanta ha lasciato la sua casa. “Me la sono filata senza dire una parola”, racconta ne Il diario della mia scomparsa.

Azuma si lascia quindi alle spalle una moglie, che fino ad allora è stata anche sua assistente, e due figli piccoli, che al suo ritorno faticano a riconoscerlo. Un ritorno quasi obbligato: dopo che la polizia lo nota a vagabondare per le strade, viene portato in centrale e viene riconosciuto da un agente suo fan.

Hideo Azuma diario della mia scomparsa

Ma la tranquillità in casa dura poco: i suoi demoni, che illustra nell’opera come presenze che lo accompagnano nella vita quotidiana, continuano ad assillarlo. Finisce per scappare di nuovo.

“Se si riesce a superare la fame e il freddo, la vita da senzatetto è piena di momenti piacevoli, visto che si è completamente liberi, non si hanno obblighi, né limitazioni”, spiega nell’intervista raccolta da J-POP in chiusura dell’opera.

La sua esistenza da senzatetto segue un ritmo regolare: sveglia alle quattro del mattino, qualche ora dedicata alla ricerca di cibo gettato nella spazzatura ma ancora mangiabile, la raccolta dei mozziconi di sigaretta da fumare durante la giornata, un giro ai bagni pubblici per lavarsi, poi alla biblioteca per prendere qualcosa da leggere.

Hideo Azuma diario della mia scomparsa

Finché questo non gli basta più, il tempo libero è troppo, e trova un lavoro come operaio per una compagnia del gas. Ha di nuovo una casa, dei colleghi, rientra in contatto con la famiglia e finalmente decide di tornare a dedicarsi alla sua arte.

Una passione che è anche stata il suo lavoro da quando aveva 19 anni, ma che spesso lo ha spinto a bere più del dovuto. Così, a fine anni Novanta, nonostante sia ritornato a lavorare come mangaka a tempo pieno, Azuma è di nuovo di fronte a un bivio: “Bevevo due tazze di sake al mattino, tre a pranzo e circa dieci nel pomeriggio. Non riuscivo a mangiare nulla e la mattina dopo, ovviamente, vomitavo. Tuttavia, continuavo a bere e a sentirmi male”. A quel punto viene ricoverato in un ospedale psichiatrico: un’altra esperienza al limite che descrive sempre ne Il diario della mia scomparsa.

Hideo Azuma diario della mia scomparsa

L’opera ha tutte le carte in regola per far appassionare i fan del sensei Azuma (i dietro le quinte della genesi di alcune delle sue opere, le ispirazioni da cui sono nate…), ma permette anche a chi non lo è di godere di una storia che rappresenta alcuni dei lati più oscuri della società giapponese, come quello del johatsu, ossia dell’”evaporare” di alcune persone che, stanche del lavoro, depresse, oppure schiacciate dai debiti, decidono di scomparire.

In molti si ricostruiscono una vita, come fa Azuma dopo la seconda sparizione, quando “rinasce” tecnico del gas ma, a differenza sua, quasi sempre non fanno ritorno alla loro vecchia esistenza e ai loro cari.

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