"La cosa più affascinante del sesso non è il sesso, ma tutto ciò che gli ruota attorno"
Carlo D’Amicis torna con il romanzo "Il gioco", che racconta le vicende tragiche e ironiche di un trio di personaggi - Su ilLibraio.it un estratto

A quasi un anno dall’uscita del film tratto dal suo libro La guerra dei cafoni, Carlo D’Amicis, tarantino di nascita e romano d’adozione, torna in libreria con Il gioco (Mondadori), romanzo che racconta le storie tragiche e ironiche di un trio di personaggi. Un libro che, stando alle voci, potrebbe essere protagonista al premio Strega 2018.

carlo d'amicis il gioco

“La cosa più affascinante del sesso non è il sesso, ma tutto ciò che gli ruota attorno”. È per questo che Leonardo, Eva e Giorgio, si trovano a dover parlare di sesso, raccontando le varie esperienze a un intervistatore il cui scopo è appunto scrivere un libro sul piacere. Ma dove c’è piacere, c’è anche dolore: lo sanno bene i tre protagonisti. Nel gioco erotico tutto è intrecciato e indissolubile: l’io e la maschera, la noia e l’eccitazione, la libertà e il possesso, la trasgressione e le regole. E i tre hanno ruoli chiave nel gioco: Leonardo (nome in codice: Mister Wolf) è il bull, maschio alfa e amatore seriale; Eva (la First Lady) è la sweet, regina e schiava del desiderio maschile, Giorgio (il Presidente) è il cuckold, il tradito consenziente che, nella sua impotenza, ci sguazza maliziosamente. L’ossessione maschile di possedere s’incastra con quella femminile dell’appartenere a se stessa, il tutto in un triangolo classico e scabroso insieme. Ma più i loro corpi sono sul palcoscenico, più le loro anime si denudano, e rivelano l’umanità tenera, struggente ed esilarante che, si sa, ricordiamo in ognuno di noi.

D’Amicis ha pubblicato i romanzi Piccolo Venerdì (Transeuropa), Il ferroviere e il golden gol (Transeuropa), Ho visto un re (Limina), Amor Tavor (Pequod). Per minimum fax ha pubblicato  Escluso il caneLa guerra dei cafoni e La battuta perfetta.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un estratto

Giacomo era mortificatissimo, mi chiese scusa mille volte. Per farsi perdonare, tornando indietro, volle a tutti i costi fermarsi a Ponte Milvio per offrirmi un gelato. Mentre studiava i gusti, vedendolo più calmo, tornai sull’argomento.

Giacomo, tua nonna ti lascia in eredità una villa che risale al regno pontificio e tu non sai nemmeno dove si trova?

Giacomo arrossì e si strinse nelle spalle.

Cioccolato… Pistacchio… Stracciatella… Anzi no, zabaione. E molta panna!

Ci andammo a sedere a un tavolino. Il mio caporedattore leccava sotto ipnosi, non sembrava nemmeno accorgersi di come si stava imbrattando il muso. Sapevo che non mi avrebbe dato più retta fino a che non avesse addentato la cialda, perciò mi alzai e andai a prendergli dei tovagliolini. Osservandolo dal bancone mi accorsi che, insieme al gelato, Giacomo si stava mangiando con gli occhi la cassiera.

Non fissarla così, lo pregai riprendendo posto al tavolino. Sembri uno che scrive racconti pornografici…

Ci pensi che quella gode?, disse continuando a guardarla.

Erano almeno un paio di minuti che Giacomo non sbatteva più le palpebre. Un rivolo di gelato gli colò sulla mano senza che se ne accorgesse.

Abbassa la voce, Giacomo. Non si accorse nemmeno che gli stavo parlando. Le sue gambe dondolavano dalla sedia senza toccare terra: viveva così, in perpetua sospensione…

Quella va a casa e gode, insistette Giacomo.

Per non contrariarlo guardai anch’io la cassiera. Leggermente strabica, fissava il listino prezzi come Lorna fissa il fiore in Woman With A Tulip, lo straziante quadro di Lucien Freud (io adoro Lucien Freud: la sua vita bohémien, la sua arte indisponente, quella capacità di trasportare i suoi soggetti sul bordo di un baratro).

Era appunto là che poggiava lo sgabello della cassiera: sul bordo di un baratro che, oltre a Lucien, solo un poeta come Giacomo sapeva vedere.

Tutto questo mi commuove profondamente, disse.

Gli appoggiai cautamente una mano sul braccio: tutta quella agitazione poteva trasformarsi in crisi nervosa come niente.

Scottie, vogliamo andare?

Finalmente si voltò dalla mia parte. Aveva gli occhi umidi (non esagerava, dunque: si stava commuovendo veramente).

Mi disse di non riuscire a sostenere emotivamente il pensiero di una donna che, dopo aver battuto per tutto il giorno decine e decine di scontrini senza l’ombra di un sorriso, con la stessa serietà, venendo il buio, sarebbe salita sull’autobus sforzandosi di ricordare se nel suo cuore c’era ancora una ragione per andare avanti e/o nel frigo qualcosa per la cena, e accontentandosi di quanto trovato nell’uno e nell’altro, a tarda sera, si sarebbe rannicchiata davanti alla TV e subito accorta che no, non si accontentava, e che, da sola o con uno straccio di marito (secondo te ce l’ha un marito?, mi chiese Giacomo, troppo miope per distinguere fino alla cassa una eventuale fede al dito), aveva un assoluto, irrimediabile bisogno di un orgasmo.

È una cosa troppo bella, si emozionò. Troppo straziante. Questa volta fu lui ad arpionarmi il braccio e a chiamarmi Nath.

Fratello mio, farfugliò stringendosi a me, questa è l’estrema frontiera del sesso: la verità, Nath, nient’altro che la verità in tutto il suo osceno splendore!

Mi accorsi che Giacomo bruciava: non c’era da stupirsi se il suo cono si scioglieva così velocemente.

Il sesso è qui, ovunque, intorno a noi, continuò muovendo la testa a scatti come un cieco. Lo sento!

Sentivo anch’io che, al netto dell’enfasi, Giacomo aveva ragione.

Riprendemmo insieme a guardare la cassiera, e poi il gelataio, una coppia di clienti, la gente che passava lungo il marciapiede: tutti, indistintamente, nascevano dal sesso e al sesso, in un modo o nell’altro, tornavano ogni giorno per sentirsi ancora vivi (in realtà per non sentirsi già morti, ma era meglio non esagerare con la verità).

Perché non possiamo raccontare tutto questo?, palpitò Giacomo.

(continua in libreria…)

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