Da San Vittore a Vigevano, passando per Marassi: Carlo A. Martigli racconta ai lettori de IlLibraio.it cos'ha scoperto parlando di libri (e non solo) con i detenuti

A San Vittore (Milano):

stavo parlando dell’impegno religioso. E del fatto che trovavo poco coerente, e pure illogico definirsi “cattolico non praticante”, che avevo paragonato al fatto di essere “un poco incinta”: o lo si è o non lo si è, intendendo il fatto che se si accetta di essere cattolici, allora si devono seguire le regole della Chiesa Cattolica stessa, con i suoi vincoli, i suoi riti e via dicendo. Nel dire quindi che non avevo mai conosciuto qualcuno che si definisse “musulmano non praticante”, uno dei detenuti alzò la mano e mi disse: “Io lo sono”. Al che gli chiesi per quale motivo. E lui, tristemente, mi rispose: “Solo perché non mi consentono di praticare”.

A Vigevano:

nel teatro, di fronte a circa 300 detenuti, alla mia sinistra gli uomini, detenuti comuni, alla mia destra le donne, in regime di massima sicurezza (quelle del clan dei casalesi, le più “pericolose”). Ero sul palco e il direttore del carcere mi invita a consegnare un premio per un contest di racconti. Sale una signora, giovane, minuta, educata. Le faccio i complimenti di rito e lei mi ringrazia dicendomi che in carcere ha almeno il conforto della lettura e della scrittura. Credevo fosse un’insegnante e invece era una detenuta. Ma non basta. Aggiunge che passerà lì molti anni, anche se non capisce perché debba ancora subire vari processi. “Non capisco – dice con aria candida – che cosa  vogliano sapere di più, ho già confessato di aver ucciso mio marito” – aggiunge spalancando gli occhioni blu. – “Signora – le rispondo – sono sicuro che avrà avuto le sue buone ragioni!” Mi sorride, ringrazia e va via…

Ancora Vigevano:

sto autografando dei libri, sono da solo sul palco, nessuna guardia intorno. Alzo gli occhi e mi vedo davanti un gigante con degli avambracci grossi dome prosciutti. Calvo, orecchino, alto quasi due metri. In un nano secondo mi vedo con un coltello alla gola: mi sovrasta del tutto. Invece, quel gigante, simile al Mastro Lindo della pubblicità, si inginocchia e, con voce gutturale, mi prega di fargli una dedica. L’apparenza inganna: il gigante buono. Con me, ma fuori?

A Marassi (Genova):

dopo aver fatto una chiacchierata nel carcere, sono invitato dalla direzione ad assistere allo spettacolo dei detenuti al Teatro della Tosse. Una rappresentazione dell’Amleto, insieme ad attori professionisti. Quando mi vedono, all’ingresso, parte il coro “professore, professore!”. Mi si fanno intorno, con il pubblico stupito a guardare, e mi vogliono regalare la loro maglietta con su scritto: “Amleto. Potrei vivere in un guscio di noce e sentirmi padrone di uno spazio infinito. W. Shakespeare”. Pago la maglietta e la porto con orgoglio. Sono loro che mi hanno fatto una  lezione, dolce e piena di speranza.

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