Su ilLibraio.it un capitolo dal nuovo romanzo dell'autore de "La psichiatra"

Simon è un ragazzo difficile, rinchiuso da sempre nel suo mondo. La sua vita precipita in un incubo dopo la morte dei genitori in un terribile incidente d’auto, dal quale Simon esce miracolosamente illeso, ma da allora, soffre di fobie, allucinazioni, sogni che lo tormentano ogni notte. Costretto a trasferirsi dalla zia Tilia dopo un periodo di riabilitazione in ospedale, passa le sue giornate esplorando la campagna sulla bicicletta del fratello Michael. Nella zona sembra aggirarsi un mostro: una ragazza è scomparsa, e una notte si perdono le tracce anche di Melina, la fidanzata di Michael, il quale diventa l’indiziato principale. Insieme a Caro, una ragazza solitaria che ha conosciuto nella sua nuova scuola, Simon affronta le proprie paure più nascoste e va a caccia del lupo che miete le sue vittime nel bosco di Fahlenberg. Ma niente è come sembra…

Arriva in libreria per Corbaccio Incubo, il nuovo psicothriller di Wulf Dorn, l’autore de La psichiatra.

L’AUTORE IN ITALIA: Dorn sarà a Milano il 30 maggio (qui i dettagli) e il 31 maggio (qui i dettagli)

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it le prime pagine del romanzo:

PROLOGO

… una bella giornata di giugno. Due bambini di cinque anni, un maschio e una femmina, osservavano dalla staccionata del giardino il gatto dei vicini che aveva catturato un uccellino.

L’aveva bloccato sul prato, ci aveva giocato per un po’, poi gli aveva spaccato la testa con un morso.

La bambina distolse lo sguardo, disgustata, e strinse la mano del bambino.

“Sai una cosa?” disse. “Ci hanno detto una bugia.”

Il bambino la guardò senza capire. “Chi ci ha detto una bugia?”

“I grandi. Ci raccontano le favole, ma non sono mica vere.”

Indicò il gatto che aveva divorato la preda in due bocconi e stava trotterellando via soddisfatto. Dell’uccellino rimanevano soltanto un’ala strappata e un mucchietto di piume insanguinate.

“Se adesso apriamo la pancia del gatto, l’uccellino non volerà via. Non è possibile, è morto.”

Il bambino pensò alla favola che sua madre aveva letto loro la sera prima. “È vero. È quello che sarebbe successo anche a Cappuccetto Rosso e alla nonna, ma solo se il lupo se le fosse mangiate per davvero.”

“Proprio così.” La bambina annuì. “Il lupo ha denti molto più affilati di un gatto. Quindi la favola è una bugia e la tua mamma non ci ha detto la verità.”

“Forse voleva dire un’altra cosa” rifletté il bambino. “Le favole si raccontano per insegnare qualcosa.”

“Secondo te è così?”

“È quello che dice il mio papà.”

La bambina ci pensò su qualche istante, senza distogliere lo sguardo dal triste mucchietto di piume. “Ma allora il lupo non è un vero lupo” disse alla fine. “Forse significa un’altra cosa?”

Il bambino si strinse nelle spalle. “Può darsi. Ma che cosa?”

“Il lupo è vivo” disse la bambina. “Forse significa che Cappuccetto Rosso ha fatto qualcosa di male. E visto che è stata cattiva viene punita. Viene mangiata come l’uccellino.”

Il bambino non era troppo convinto. “Ma la nonna non aveva fatto niente di male. Perché il lupo mangia anche lei?”

“Non è stata colpa sua” ribatté la bambina. “Ma, siccome Cappuccetto Rosso ha creduto al lupo e ha fatto qualcosa di male, anche alla nonna è capitato qualcosa di brutto.”

“Qualcosa di male” la corresse il bambino.

“Il male è da tutte le parti” dichiarò seria la bambina.

“Lo dice sempre il mio papà. E che bisogna stare sempre in guardia.”

Il bambino aggrottò la fronte. “Ma allora che cosa c’entra il cacciatore? Se il lupo è il male, il cacciatore che cos’è?”

“Non ne ho idea” rispose la bambina. Poi lo prese per mano. “Vieni, mi sto annoiando. Torniamo a giocare.”

Ritornarono di corsa in terrazza e ben presto dimenticarono il gatto, l’uccellino e la fiaba.

Il vento poi spazzò via il mucchietto di piume. Solo guardando attentamente era ancora possibile scorgere una traccia di sangue nell’erba.

PRIMA PARTE

BRUTTI SOGNI

Here in the black, it comes.

Here in the black, it comes for me.

Here in the black, I’m lost.

Gary Numan

1

Niente dura per sempre. La sicurezza è un’illusione. Simon Strode fece questa amara esperienza un sabato di marzo. Bastò un secondo e la sua v ita non fu più quella di prima.

Tutto ciò che gli era caro e prezioso gli fu tolto. Senza preavviso. Quel sabato era cominciato come tutti gli altri. Dopo colazione si era messo a studiare per il compito d’inglese di lunedì, quindi aveva letto gli ultimi post su un forum di videogiochi e ascoltato un po’ di musica, finché la madre lo aveva chiamato per il pranzo. Tutto era come sempre, ma prima di sera sarebbe diventata

la giornata peggiore della sua vita.

Quella notte, sdraiato in un letto dell’ospedale di Fahlenberg a guardare le ombre sul soffitto della camera, la sua mente era occupata da un unico pensiero. Era un pensiero che gli girava nella testa come un uccello nero e non voleva più andare via.

Perché sono sopravvissuto?

2

Erano riusciti a partire solo intorno all’una e mezzo. Il padre di Simon era dovuto andare a ritirare il cesto dei regali per zia Tilia e come al solito aveva sottovalutato il traffico del sabato a Stoccarda. Di solito Lars Strode si spostava con i mezzi pubblici, che erano molto più veloci, ma il cesto era troppo ingombrante e pesante per trascinarselo dietro per mezza città.

Quando, con notevole ritardo, si erano messi in viaggio per il compleanno di Tilia, il cesto decorato con un nastro rosso, simile a un mostro inquietante, occupava il bagagliaio della Ford station wagon. Sotto l’involucro di cellophane frusciante Simon riconobbe bottiglie di vino, praline e leccornie assortite provenienti dal negozio di specialità italiane di cui il padre era cliente abituale, oltre a una grossa moneta d’argento appesa al manico.

Tilia non dovrà fare la spesa per qualche settimana, questo è poco ma sicuro, pensò Simon. Tuttavia dubitava che avrebbe apprezzato il cesto per il suo cinquantesimo compleanno.

Era un regalo adatto a una persona anziana, e anche in quel caso solo se non ti veniva in mente qualcosa di più adatto. D’altronde, però, suo padre non aveva mai avuto molta fantasia per i regali. E sua madre aveva preferito non dare suggerimenti; dopotutto Tilia era la sorella del marito.

Di solito Simon evitava le feste in famiglia, se possibile, ma per Tilia faceva volentieri un’eccezione. Da una parte perché le voleva bene, ma soprattutto perché la zia preparava dolci sensazionali. In cambio era disposto ad affrontare le solite conversazioni del tipo: “Quanto sei cresciuto!” “Come va la scuola?” “Sai già che cosa vuoi fare da grande?” oppure “Allora, ce l’hai la ragazza?”

Inoltre Simon avrebbe rivisto suo fratello Mike, e questo lo riempiva di gioia. Sentiva molto la sua mancanza da quando Michael si era trasferito nei dintorni di Fahlenberg due anni prima.

Avere un fratello più grande di sei anni era fantastico. Mike lo aveva accompagnato a giocare a calcio, lo aveva portato al cinema e ogni tanto lo aveva fatto entrare a vedere i film vietati ai minori. Ma soprattutto aveva fatto in modo che Simon si guadagnasse il rispetto degli altri ragazzi della scuola, che altrimenti gli avrebbero reso la vita impossibile, perché Simon… ecco, era diverso.

Da quando Michael non abitava più con loro, c’erano di nuovo problemi con i compagni di scuola. Epiteti come “idiota”, “fighetta”, “perdente” erano l’aspetto più innocuo. Molto peggio erano i contatti con Ronny, un bullo della sua classe, più grande di lui perché aveva ripetuto l’anno.

Era da lui che Simon doveva stare particolarmente in guardia. Il divertimento principale di Ronny sembrava essere quello di umiliarlo. Un tipo come lui, il migliore della classe in quasi tutte le materie, ma un perdente in qualsiasi sport a causa della statura e della magrezza, era il bersaglio ideale per i tipi come Ronny.

Una volta Ronny lo aveva seguito al gabinetto insieme a due amici. Qui gli avevano strappato di dosso lo zaino e, dopo averlo spinto a terra, glielo avevano rovesciato sopra. Poi Ronny gli aveva preso la merenda, gliel’aveva inzuppata nell’orinatoio e lo aveva costretto a mangiarla.

Simon naturalmente si era rifiutato, ma Ronny si era messo cavalcioni su di lui e gli aveva tirato le mutande verso l’alto, fino a strizzargli i testicoli. Nonostante le grida di Simon, nessuno lo aveva aiutato. I ragazzi avevano smesso di tormentarlo solo quando si era deciso a dare un morso al pane bagnato che sapeva di piscio. Quando aveva vomitato sul pavimento in mezzo ai suoi libri, gli altri se n’erano andati sghignazzando. Simon non aveva avuto il coraggio di raccontare l’episodio ai professori o ai genitori. Sarebbe servito solo a peggiorare le cose, di questo era convinto. Si era invece rifugiato nel mondo dei libri e dei videogiochi e cercava di evitare il più possibile gli altri ragazzi.

Non aveva parlato della cosa nemmeno con Mike. Non voleva fargli pensare di non sapersela cavare senza di lui. Mike era il suo modello, Simon voleva che fosse orgoglioso di lui, e quel sabato era ansioso di rivederlo.

Seduto sul sedile posteriore, giocava nervoso a Crossy Road. Non era per niente facile far avanzare la gallina sana e salva per le strade. Quello stupido volatile reagiva troppo lentamente e continuava a farsi investire.

Simon in realtà trovava alquanto stupidi i giochi per il cellulare, ma se non altro gli servivano a passare il tempo durante i lunghi viaggi. Guardava sempre più spesso l’orologio del cellulare e aveva sempre di più l’impressione che fossero in viaggio da un’eternità. In autostrada erano passati da un ingorgo al l’altro e, appena imboccata l’uscita per Fahlenberg, il notiziario sul traffico aveva annunciato un incidente con un mezzo pesante.

Lo speaker consigliava di evitare la superstrada, dove si era già formata una coda di quindici chilometri. Lars Strode decise di prendere la provinciale. Fantastico. Al diavolo i camion! Ci metteremo un sacco di tempo, pensò Simon.

Ora tutto questo lo perseguitava nei sogni, e rimpiangeva che avessero evitato la superstrada.

Se fossero rimasti in quella dannata coda, se ci avessero messo di più… almeno sarebbero arrivati. Era assurdo, Simon lo sapeva. Il passato non si poteva cambiare. Eppure…

A volte non rimanevano che i desideri.

3

Raggiunsero ben presto una zona che Simon non conosceva. Ogni tanto guardava fuori dal finestrino, dove si alternavano vasti campi coltivati e boschi. Qua e là un villaggio con un paio di case, una trattoria e una chiesa. Di tanto in tanto superavano un supermercato o un distributore di carburante. La batteria del cellulare era quasi scarica. Simon sospirò. Era un modello antiquato che andava tenuto sempre in carica. Aspettava con ansia il giorno del suo sedicesimo compleanno, a giugno, quando avrebbe ricevuto in regalo un nuovo smartphone.

Il viaggio era ancora lungo, e si augurò che la batteria reggesse. Ormai aveva superato diversi livelli, la gallina era viva e Simon aveva totalizzato quasi quattrocento punti. Forse sarebbe riuscito a superare il proprio record personale e toccare i cinquecento.

In quel preciso istante i suoi genitori lanciarono un grido. Lars e Maria Strode gridarono all’unisono, come se avessero visto qualcosa di spaventoso. Qualcosa che Simon non riuscì neppure a scorgere. Tutto accadde troppo in fretta. In un istante scoppiò l’inferno. Stridore di freni. L’auto che sbandava. Tutto ruotava intorno a lui. Per una frazione di secondo Simon scorse la scarpata oltre il ciglio della strada. Poi l’auto volò in quella direzione e si capovolse, più volte. Il sotto diventò il sopra, il sopra il sotto, poi daccapo…

Il frastuono era assordante, come se un gigante stesse prendendo a pugni la carrozzeria. Simon si sentì sballottato come il bucato nella lavatrice. Si aggrappò disperatamente allo schienale del sedile anteriore, ma perse subito la presa, mentre intorno a lui era tutto un cigolare di lamiere e fragore di vetri infranti. Fu questione di secondi, ma a Simon parve che la caduta non dovesse mai finire. La cintura di sicurezza lo tratteneva dolorosamente sul sedile. Intorno a lui era un vorticare di oggetti. Il cesto regalo, le bottiglie di vino, una scatola di cioccolatini, barattoli di conserva, un salame, una giacca, una penna, un paio di occhiali da sole. Qualcosa di piccolo e duro lo colpì alla guancia e per un secondo Simon pensò assurdamente al proprio cellulare.

Poi ci fu lo schianto, brusco e così violento da fargli perdere i sensi.

4

Non sapeva quanto tempo fosse stato svenuto. Forse pochi secondi, qualche minuto. Forse più a lungo. Quando riprese conoscenza, aveva un mal di testa micidiale. Era stordito, non riusciva a pensare. Provò ad aprire gli occhi, ma aveva le palpebre gonfie. Anzi, tutta la testa era gonfia come un pallone. Inoltre avvertiva una forte pressione alle orecchie. Udiva l’urlo incessante del clacson come attraverso uno strato di ovatta. Faceva fatica a respirare, la cintura di sicurezza gli comprimeva il petto come un nastro d’acciaio e gli schiacciava dolorosamente il lato destro del collo. Per qualche motivo Simon non riusciva a muoversi.

Gli girava la testa e, quando provò a concentrare lo sguardo su un punto fisso, per superare quella sensazione, rimase sorpreso vedendo le proprie braccia rivolte verso l’alto a sfiorare il tettuccio della macchina. Tra le mani aveva un sacchetto di caramelle che la madre gli aveva offerto mentre erano in viaggio.

Perché non sono sdraiato sul tappetino? si chiese confuso.

Impiegò ancora un istante prima di ritrovare la lucidità e rendersi conto di essere appeso a testa in giù. Allora avvertì un odore di benzina e fu colto dal panico.

Devo uscire da qui!

Devo uscire subito!

5

“E poi sono svenuto. Non so per quanto tempo.”

Come accadeva sempre quando raccontava l’incidente, Simon percepì di nuovo quell’indescrivibile oppressione al petto. Gli sembrava di trovarsi ancora intrappolato a testa in giù dentro la macchina.

“Poi mi ritrovo sulla strada. Il clacson non smette mai di suonare. Non so come, ma riesco a uscire dalla macchina, mi trascino carponi sull’asfalto. Ho dolori dappertutto. Alle mie spalle sento il fragore dell’incendio. Non riesco a girarmi, non ce la faccio. Mia madre e mio padre… Loro… insomma, loro erano ancora dentro!”

Deglutì, incapace di proseguire. Succedeva sempre così.

Tutte le notti sognava l’incidente, e non smetteva mai. Ma la cosa peggiore era quando doveva parlarne. Il dottor Forstner gli lasciò tempo, rimanendo in silenzio come al solito, e tutte le volte Simon gli era riconoscente per questo.

Cercò di calmarsi, guardò fuori dalla finestra e si toccò le cicatrici ai polsi. Ormai erano guarite e non gli prudevano più, l’impulso di grattarsi era diventata una stupida abitudine.

Quando si rese conto di ciò che stava facendo, smise subito. Lo studio del dottore si trovava al secondo piano del reparto di psichiatria pediatrica. Era un’afosa giornata d’agosto e guardare fuori il parco della Waldklinik era un bello spettacolo. Gli edifici che ospitavano i reparti erano circondati da alberi, aiuole fiorite e cespugli, che davano l’impressione di trovarsi in un parco e non in un ospedale. Negli ultimi cinque mesi Simon era andato spesso a passeggiare in quel paradiso.

A poca distanza si trovava la foresta di Fahlenberg, il luogo che aveva cambiato per sempre la sua vita.

Per un po’ rimase a osservare un elicottero, sospeso sopra gli alberi come una libellula, quasi fosse alla ricerca di qualcosa o qualcuno. Il sole si rifletteva sulla cabina, ma per un attimo Simon ebbe la certezza di vedere la vernice verde e la scritta POLIZIA.

Si domandò se anche dopo l’incidente avessero usato un elicottero, magari un mezzo dell’elisoccorso, ma non se lo ricordava. Non ricordava tante cose. Per esempio non sapeva come fosse uscito dall’auto.

“Questi vuoti di memoria” disse tornando a guardare il dottor Forstner. “Lei ha detto che sono una conseguenza dello choc, vero?”

Il dottore annuì. Era un uomo magro dai capelli castani con occhi amichevoli che osservavano attentamente Simon. A Simon piaceva, soprattutto perché non somigliava affatto all’idea che si era fatto di uno psichiatra. Nei film di solito erano sempre figure anziane, con il camice bianco, gli occhiali spessi e folte chiome alla Einstein. Il dottor Jan Forstner, al contrario, sembrava un amico comprensivo. Dimostrava meno della sua età, e per qualche motivo gli ricordava Mike. Solo che Mike non sarebbe mai riuscito a rimanere seduto in poltrona tranquillo così a lungo, pensò. Quanto al carattere, il fratello maggiore e lo psichiatra erano agli antipodi.

“Esatto, dipendono dallo choc” confermò il dottor Forstner, “e dalla commozione cerebrale che hai subito. Si chiama amnesia lacunare. Come abbiamo già detto, nel tuo caso si tratta di una forma molto lieve. Non hai alcun motivo di preoccuparti. Hai recuperato molto bene.”

“Sì, forse” sospirò Simon. “Ma che cosa mi dice di questi sogni? Se ne andranno?”

“Certo che se ne andranno. Magari non del tutto, ma saranno meno frequenti. Fino a quel momento non dimenticare mai quello che ti ho detto: i brutti sogni hanno anche un lato positivo, servono a uno scopo. È come fare le pulizie di primavera nella tua testa, una specie di igiene mentale che ti aiuta a elaborare l’accaduto. Per questo dovresti essere paziente, anche se è difficile.”

Simon si girò di nuovo verso la finestra. L’elicottero si era allontanato e stava sorvolando un altro punto del bosco.

“E la porta?” domandò, facendo riferimento alla parte del sogno che non riusciva a spiegarsi.

Il dottor Forstner si sporse verso di lui. “Continui a sognarla?”

“Sì, la vedo sempre in fondo al sogno. È in mezzo alla strada nel bosco e non riesco ad aprirla. È pazzesco, no?”

“Non direi” lo tranquillizzò il dottor Forstner. “Non tutto ciò che vediamo in sogno deve avere un significato. Neppure quando sogniamo avvenimenti reali come succede a te. A volte un sogno è solamente un sogno. Ovvio che la porta può simboleggiare i ricordi perduti, ma potrebbe benissimo trattarsi di una porta e basta, che è lì in mezzo a una strada.”

“Lo crede davvero?”

Il dottor Forstner lo guardò ammiccando e indicò un calendario artistico appeso al muro sopra la scrivania. Quel mese l’immagine raffigurava due elefanti dalle orecchie a punta. Camminavano impettiti l’uno verso l’altro su sottili zampe da gru portando in groppa una costruzione torreggiante.

“Pare che Salvador Dalí sognasse spesso elefanti del genere” disse il dottore alzando le mani con un sorriso. “E anche giraffe in fiamme, corpi umani con cassetti e orologi fusi. Questi sogni lo hanno reso famoso, ma non per questo era considerato pazzo. Al massimo lo si potrebbe definire provocante ed eccentrico. Quindi, per quale motivo tu non dovresti sognare una porta su una strada nel bosco, senza per questo doverti considerare pazzo?”

Simon sorrise all’idea che qualcuno lo paragonasse a quel pittore fuori di testa. Finora conosceva soltanto i celebri dipinti con gli orologi sciolti. Ne avevano parlato durante la lezione di storia del l’arte. Sapeva che quell’immagine era un esempio emblematico del surrealismo, ma gli sembrava che ci volesse una mente piuttosto folle per farsi venire un’idea del genere. Tuttavia capiva ciò che voleva dire lo psichiatra, e preferì non fare commenti.

“Magari potresti dedicarti anche tu alla pittura, che ne dici?” propose il dottor Forstner. A questo punto Simon non riuscì a trattenere una risata.

“Meglio di no.” Pensò al suo maestro di arteterapia che tutte le volte esaminava con interesse i suoi lavori, senza riuscire a nascondere la compassione per la mancanza di talento artistico di Simon. “Al dottor Grünberg verrebbero ancora più capelli bianchi.”

Anche il dottor Forstner scoppiò a ridere. “Vedo che stai ritrovando il senso dell’umorismo. Questo è molto promettente.» Guardò l’orologio. “Bene, la nostra seduta è terminata e non dobbiamo far aspettare la zia. Non mi resta altro che augurarti tutto il bene possibile per il futuro.»

Seguì un saluto breve ma sincero. Fino a quel momento Simon non avrebbe ritenuto possibile che un giorno l’idea di lasciare la clinica gli sarebbe risultata spiacevole.

Come se gli avesse letto nel pensiero, il dottor Forstner gli ricordò le ore di terapia in ambulatorio di cui poteva approfittare tutte le volte che ne avesse sentito il bisogno. Il medico sarebbe andato in ferie per tre settimane, ma sarebbe rimasto a sua completa disposizione.

In cuor suo Simon decise che avrebbe aspettato il ritorno del dottor Forstner. Non aveva mai stabilito un buon rapporto con il dottor Grünberg. Lo psicoterapeuta lo aveva sempre guardato come se non si fidasse di lui. Di fronte a lui Simon si era sempre sentito un pazzo.

“E per quanto riguarda i brutti sogni” disse ancora il dottor Forstner mentre lo accompagnava alla porta, “meno cercherai di respingerli, prima se ne andranno. Lascia che l’impresa di pulizie faccia il suo lavoro nella tua testa. Dalle un po’ di tempo, e vedrai che i sogni spariranno.”

Simon avrebbe voluto tanto crederci.

6

Fece i bagagli in meno di cinque minuti. Dal giorno dell’incidente, Simon possedeva soltanto il minimo indispensabile. L’occorrente per lavarsi, un paio di jeans, magliette e biancheria.

Infilò tutto in una borsa sportiva che gli aveva procurato Tilia, ci aggiunse il libro intitolato Non preoccuparti, vivi!, un regalo della zia, e chiuse la lampo.

Si guardò intorno un’ultima volta, prima di lasciare la stanza che per quasi cinque mesi era stata una specie di casa per lui. Lennard, il suo compagno di camera, era seduto sul letto, come sempre, lo sguardo perso nel vuoto, le cuffie enormi da cui usciva musica a tutto volume. Erano l’unico metodo efficace contro le voci che sentiva nella testa. Lennard aveva diciotto anni, ma con la lunga chioma rasta e la folta barba ne dimostrava almeno venticinque. Poco più di due anni prima aveva abbandonato la scuola per panettieri e si era unito a una rock band come batterista. Ben presto però aveva iniziato a drogarsi e gli stupefacenti avevano scatenato in lui una forma di schizofrenia. Era così diventato anche lui membro del “rispettabile club dei fuori di testa”, come lo definiva. Ora vedeva cose che non esistevano e sentiva voci che nessun altro poteva udire.

Non erano voci qualsiasi, sosteneva, bensì quelle dei suoi parenti defunti. Lo zio, i nonni e il padre, morto cadendo da un’impalcatura, gli parlavano in continuazione. Lennard sosteneva che dopo la morte non si andava in paradiso né da nessun’altra parte, bensì si continuava a vivere nella testa delle persone per le quali si era stati importanti da vivi. Simon in un certo senso condivideva questa teoria, ma perdeva la pazienza quando Lennard si metteva a discutere con i morti nel cuore della notte.

Simon agitò la mano davanti al volto di Lennard e, come sempre, il compagno di stanza impiegò qualche secondo a registrare la sua presenza.

“Ce l’hai fatta” gli gridò Lennard togliendosi le cuffie.

“Ti lasciano andare?”

“Sì. Adesso hai la camera tutta per te.”

“Non dire cavolate” ribatté Lennard battendosi un dito sulla fronte con aria beffarda. “Lo sai che io non sono mai solo. Questi chiacchieroni a volte mi fanno venire il nervoso, ma mi danno anche una bella sensazione. Qui dentro trovo sempre qualcuno, anche quando non c’è nessun altro. Essere fuori di testa dopotutto ha i suoi vantaggi.”

“Puoi ben dirlo” replicò Simon, pensando a tutte le incertezze che lo aspettavano.

Nonostante gli fossero rimasti Mike e Tilia, avvertiva un enorme senso di vuoto e di solitudine. Ancora non si rendeva conto di non avere più una casa né dei genitori e, diversamente da Lennard, non poteva nemmeno ascoltare le loro voci. Dovunque fossero i suoi genitori in quel momento, di sicuro non erano con lui.

“Dai, amico, non fare quella faccia!” Lennard gli diede un pugno amichevole sulla spalla. «Ricorda sempre che sei una persona speciale. Sei un membro onorario del nostro club.” Il suo sorriso si allargò mentre alzava la mano verso Simon. “Avanti, vecchio mio, batti il cinque.”

Simon ricambiò il sorriso di Lennard e il saluto. Il ragazzo gli augurò ogni bene, anche da parte degli altri abitanti della sua testa. Poi si rimise le cuffie e scomparve in un mondo immaginario per il quale ora Simon lo invidiava.

Simon strinse con forza i manici della sacca quando, uscito dalla stanza, vide Tilia in fondo al corridoio. Era accanto all’ingresso del reparto e parlava con Marion, l’infermiera, che la sovrastava con la sua mole imponente. La zia era alta e magra come il padre di Simon, e aveva i suoi stessi lineamenti affilati. Quando vide il ragazzo, gli rivolse un cenno di saluto e lo chiamò per nome.

Era giunto il momento del non ritorno. In quel l’istante Simon comprese fino in fondo che stava per iniziare una nuova vita. L’istinto gli diceva di tornare da Lennard, per chiacchierare con lui di gruppi rock e delle ultime notizie dal mondo dei morti. Era nervoso all’idea di abbandonare l’ambiente protetto della clinica per affrontare un futuro nebuloso.

Anzi, non era così. A essere proprio sinceri, non era semplicemente nervoso. Era profondamente angosciato.

 

Titolo originale: Die Nacht gehört den Wölfen

Traduzione dall’originale tedesco

di Alessandra Petrelli

 

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

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Originally published by cbt Verlag, Munich, Germany

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(continua in libreria…)

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