Da settimane fanno discutere i trasferimenti nelle scuole del Nord Italia di centinaia di professori del Sud. Su ilLibraio.it l'amaro intervento della scrittrice e insegnante Barbara Bellomo, in vista del difficile inizio dell'anno scolastico

* “Di corsa sul binario fino al treno Napoli-Milano. Trafelata, ma felice per avere fatto in tempo a comprare il libro che tanto desideravo, e che già pregusto di leggere durante il viaggio, salgo sulla carrozza.

Mi siedo, apro il romanzo, ma un brusio mi distrae. Cosa succede? Perché intorno a me ci sono tante persone con i volti afflitti e delusi che parlano tra loro come fanno solo coloro che sono legati da uguale destino? Timidamente mi informo. Mi dicono di essere maestri e professori del Sud che domani prendono servizio nelle nuove sedi, al Nord. Incuriosita, allungo il collo per vedere cosa accade nella carrozza accanto. Anche lì, maestre e professori. Sono davvero tanti. Li osservo meglio e dopo avere preso coraggio, temendo di dire qualcosa di sbagliato, domando: «Perché quei volti? Cosa c’è di più bello che stare tra i giovani, trasmettergli valori, cultura, senso di responsabilità e curiosità?»

Un signore distinto mi risponde. Insegnare gli piace, ma quest’anno c’è qualcosa che non va. In molti annuiscono e una donna dalla voce sicura, velata da una sottile indignazione, inizia a raccontarmi cosa stanno vivendo oggi in Italia migliaia di professori. Mi spiega cosa siano gli ambiti territoriali, come funziona la procedura di chiamata diretta, quali saranno le ripercussioni del caos di inizio anno sui ragazzi. Mentre sgrano gli occhi, una professoressa che siede di fronte mi rende partecipe della disperazione che si prova nell’apprendere che il trasferimento tanto atteso, e di cui si è quasi certi, non arrivi. Le fa eco un’altra docente che lamenta di essersi ritrovata in un ambito territoriale mai richiesto.

Ormai la voglia di leggere mi è passata del tutto. Poso il libro nella borsa e ascolto la storia di chi, lasciata la famiglia a Benevento, è obbligata ad andare a lavorare a Milano. Ancora non sa però a quale scuola della città sarà assegnata. Si definisce ‘una titolare di ambito senza sede.’ «Ma domani inizia l’anno scolastico!» affermo stupita. Qualcuno, rassegnato, alza le spalle.

E davanti a quel gesto mi sento una persona insensibile, perché io tutto questo lo avevo già letto sui giornali, eppure sulla carta stampata la storia della migrazione intellettuale mi era sembrata molto meno terribile di quanto non mi appaia sul treno Napoli-Milano.

Dopo una lunga pausa di silenzio una giovane donna di Palermo, madre di un bambino di due anni, rimasto per ora in Sicilia, interviene per raccontare come sia stata trasferita in Lombardia. Senza volerlo, ma senza potere rifiutare, perché si deve pur lavorare.

«Non puoi chiedere l’assegnazione provvisoria?» le domando, contenta di mostrarmi informata che i docenti possono farsi assegnare per un singolo anno, al posto di un supplente, a una scuola della città in cui risieda il coniuge, un figlio o un genitore anziano. Lei non risponde, ma qualcuno dietro di me sbuffa e con voce bassa, come di chi non ha più speranza, mi dice che quest’anno sono state presentate ben 46.000 domande.
Scendo dal treno, mentre in fondo alla carrozza un uomo con la barba borbotta. Confida ancora nell’atto di conciliazione o nel ricorso.

In attesa della coincidenza mi siedo su una panchina da sola a pensare. Mi chiedo se nella società attuale, in fondo, non sia normale trasferirsi in altre città per lavorare o se, nell’Italia della crisi, non ci si debba sentire comunque fortunati ad avere un impiego sicuro. E prima di trovare una risposta, una domanda sorge spontanea: E se fosse accaduto a me? Se ad Agosto mi avessero avvisata di dovere raggiungere, con i costi proibitivi della fine delle vacanze, una regione lontana ottocento chilometri dalla mia famiglia? Se mi fossi vista costretta, nel giro di poche settimane, a lasciare i miei figli o a portare il piccolo con me? Lo avrei fatto con la prospettiva di uno stipendio che a stento copre le spese di viaggio e che mi precluderebbe la possibilità di ricongiungermi a mio marito nei fine settimana? Mi rispondo, con sincerità. Se obbligata, sì. Avrei fatto come i miei compagni di treno. Ma un dubbio incalza. Tutto questo è giusto? La risposta è secca. No! No, se si guarda ai ritardi delle operazioni di assegnazione della sede; no, se si pensa ai ragazzi costretti a un prevedibile cambio di professori ad anno iniziato; no, per tanti docenti, obbligati a trasferirsi a quaranta o cinquant’anni. Perché, ammettiamolo, a venticinque anni avrebbe tutto un altro sapore. Il sapore dell’avventura. Dopo i quaranta, quando si ha una famiglia, ha il sapore delle mandorle amare.

*liberamente tratto da una storia raccontatami

barbara bellomo salone del libro di torino 2016 ph yuma martellanz-

L’AUTRICE – Barbara Bellomo laureata in Lettere, ha conseguito il dottorato in Storia antica e ha svolto lavoro di ricerca come assegnista presso la cattedra di Storia romana dell’Università di Catania. Attualmente insegna in una scuola superiore e per Salani ha pubblicato La ladra di ricordi.

 

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