"Non sono più figlio, perché i miei genitori sono morti. Adesso sono papà e a volte mi sorprendo a dire ai miei figli le stesse cose che mi diceva mio padre. Allora, quando succede, lui ritorna e si crea una comunione di tre generazioni...”. In occasione dell’uscita di “In tutto c’è stata bellezza” di Manuel Vilas, ilLibraio.it ha intervistato l’autore spagnolo, con cui ha parlato del valore del passato, del significato della morte e dell’atto della scrittura...

È da pochi giorni in libreria In tutto c’è stata bellezza (Guanda, con la traduzione di Bruno Arpaia), in lingua originale Ordesa, il romanzo che presenta all’Italia lo scrittore, giornalista e poeta Manuel Vilas, molto conosciuto in Spagna. In questo libro, indagine esistenziale, gusto per la narrazione e autofiction si incrociano e preparano uno scavo minuzioso e dettagliato, a tratti lirico, sul passato e sulle radici dell’autore.

Conoscere i dettagli della sua famiglia ormai scomparsa, ricostruirli attraverso fotografie, è solo un tentativo per recuperare la propria identità: i fantasmi della famiglia del protagonista si aggirano per le pagine, ora portando ricordi piacevoli, ora rimarcando sempre di più la solitudine e la sofferenza di un figlio che si ritrova improvvisamente e definitivamente orfano. Il presente sbiadisce di fronte a un passato imperfetto, ma ugualmente mitizzato, dove i genitori – con i loro vizi, le loro complessità e contraddizioni – sono eroi dell’infanzia e della sua vita di figlio. E in questa rievocazione – e non solo, come si scoprirà nei brevi capitoli di questo libro, a tratti ricchi di riflessioni esistenziali – il protagonista coglie la bellezza del mondo, della vita e anche, sorprendentemente, della morte. 

Per approfondire alcuni dei temi complessi e atavici del romanzo, ilLibraio.it ha intervistato Manuel Vilas. 

Nel dipanare il dialogo con i fantasmi dei suoi cari defunti, presenti a loro modo, il protagonista e io-narrante si rivolge spesso direttamente a suo padre o a sua madre, che compaiono anche in fotografie che sono parte integrante del testo. Ci vuole spiegare questa scelta di ricostruire il passato dei propri cari attraverso la forma romanzo? Cosa significa condividere con i lettori sentimenti e ricordi così privati?
“M’interessa molto la fotografia, perché permette di vedere il passato e permette di credere che sia esistito. Roland Barthes diceva che il tema della fotografia è la morte. Le foto di famiglia sono sempre perturbanti. Condividere con il lettore la mia vita privata è un invito a far sì che il lettore pensi alla propria vita. La mia famiglia e la mia vita servono a far evocare al lettore la propria famiglia e la propria vita”.

Il suo romanzo è molto più concentrato sul passato che su quanto avviene al protagonista nel presente: solo, con i postumi di una pericolosa dipendenza dall’alcol, si trova a fare i conti con una bruciante solitudine, imputata maggiormente alla morte dei genitori che alla recente esperienza del divorzio. Non teme che continuare a guardare al passato impedisca di vivere quanto il presente e il futuro hanno da offrire?
“Tutti i tempi, il passato, il presente e il futuro, sono misteriosamente legati, uniti. Il passato è importante, specialmente quando cominci a invecchiare. Il presente è più intenso se contiene in sé anche il passato. Il futuro è l’estinzione. Ma tutto è pieno di bellezza”.

“Se smetti di essere figlio, non sei nulla”, si legge, certamente all’interno di un contesto più complesso a pagina 192; e più avanti (p. 303): “Quando sei padre, come lo sono io, lo sei di tutti i figli del mondo, non soltanto dei tuoi”: cosa significa essere figlio? Ed essere padre?
“Non sono più figlio, perché i miei genitori sono morti. Sono sempre stato figlio, mi sono sempre sentito figlio. Adesso sono papà e a volte mi sorprendo a dire ai miei figli le stesse cose che mi diceva mio padre. Allora, quando succede, lui ritorna e si crea una comunione di tre generazioni. Sicuramente mio figlio dirà ai suoi figli le stesse cose che gli dico io, e così anche io tornerò alla vita”.

Nel romanzo, dei genitori si scoprono via via difetti e vizi: amare i genitori significa amarli a prescindere dalle loro azioni? È possibile?
“Certo che è possibile! Tra genitori e figli c’è un amore incondizionato. L’amore tra genitori e figli non è una costruzione culturale. È atavico, appartiene alla natura, non alla politica o alla cultura”.

In Ordesa vengono trattati anche temi forti come la malattia e la morte; a suo parere, l’uomo contemporaneo è più spaventato dalla morte, dall’invecchiamento o dalla malattia? Perché?
“Non abbiamo fedi religiose, come è stato in altri tempi. Sappiamo che la morte significa l’estinzione. Ma anche l’estinzione è un mistero. L’invecchiamento e la malattia sono odiosi, è chiaro. Ma bisogna viverli con serenità, con dignità. Anche nell’invecchiamento c’è poesia. Ho provato tante passioni nella mia vita che mi sembra impossibile che quei sentimenti scompaiano per sempre. Non ha senso”.

Nel suo libro parla senza remore della morte, tema che torna anzi ritmicamente, insieme ai ricordi sui progenitori. In questi ultimi anni si stanno sperimentando alcuni social network e software in grado di elaborare un “avatar digitale” del defunto, con cui è ancora possibile avere una sorta di dialogo, basato sui gusti e sui dati che sono stati immessi nel sistema. Cosa ne pensa di queste innovazioni tecnologiche? Possono aiutare a placare il dolore per la perdita?
“Io credo nei fantasmi, nell’evocazione dei morti. Questi “avatar digitali” non possono competere con i morti che tornano alla vita attraverso l’invocazione dei vivi. I miei genitori ritornano, si ripresentano. Mi parlano. Io credo nei fantasmi innamorati. Tutti i giorni sono lì, i miei morti. Non ho bisogno di alcun avatar digitale. I miei fantasmi sono migliori, e sicuramente più economici”.

“Scrivere è una mano che si muove su un foglio, una pergamena o una tastiera. Una mano che si stanca. Si scrive una cosa o un’altra a seconda del foglio, della mano, della biro, della stilografica o del computer o della macchina da scrivere. Perché la letteratura è materia, come tutto. La letteratura sono parole incise su un foglio. È sforzo fisico. È sudore. Non è spirito. Basta con la sottovalutazione della materia” (p. 70). Quali sono le sue abitudini di scrittore? Quando, come e su quale supporto preferisce scrivere?
“Mi sembra che scrivere sia un lavoro duro. Comporta logorio psicologico, solitudine, autodistruzione. Spesso non sai se quello che scrivi servirà a qualcuno. Scrivo e leggo tutto il giorno. E quando non scrivo, penso al perché non scrivo. Scrivo con il computer, ma non mi piacciono i portatili; ho bisogno di schermi grandi e di stampare molto: mi piacciono le buone stampanti. Lo ammetto, ne ho fatte fuori molte nel corso di questi anni. Non sono la stessa cosa ciò che leggi sullo schermo di un computer e ciò che alla fine esce da una stampante”.

Parafrasando una domanda che compare nel testo, se potesse rivedere i suoi genitori, quale domanda porrebbe loro?
“Chiederei: cosa vi va di mangiare oggi?”

 

nota: la foto di Manuel Vilas è di Arequipa Mordzinski

Commenti