Zadie Smith, in libreria con "Swing time", intervistata da ilLibraio.it entra nei dettagli della sua scrittura, parla di femminismo e delle scrittrici contemporanee, di geografie letterarie, dell'impatto della maternità sul suo lavoro, del rapporto con la musica, di quello con la lingua italiana e di molto altro...

Un romanzo risonante sulle relazioni e sull’identità femminili, Swing time, il quinto della scrittrice Zadie Smith, è uscito anche in Italia edito da Mondadori con la traduzione di Silvia Pareschi. Dopo oltre 4 anni dal precedente NW e a tre dal romanzo breve L’ambasciata di Cambogia, Smith resta ancorata a Londra, sua città natia e ambientazione prediletta per la sua narrativa, quasi come un’ossessione. L’anonima protagonista del nuovo romanzo, incentrato sulla danza, volteggia tra le tre relazioni femminili più importanti della sua vita, che la attraggono e la respingono al tempo stesso, come se passasse da un compagno di ballo all’altro: quella con la madre, quella con la migliore amica e quella con la popstar mondiale di cui diventa assistente.

Un lavoro all’apparenza meno complesso dei precedenti di Smith, dove i passaggi temporali e spaziali sovrapposti erano numerosi, uno stile che l’ha lanciata a 24 anni sul panorama letterario mondiale con Denti bianchi. In quest’ultimo romanzo, per la prima volta Smith si confronta con l’uso della prima persona, con interessanti esiti, e disloca l’azione tra Londra e l’Africa Occidentale, tra infanzia, gioventù ed età adulta, il presente.

ilLibraio.it ha raggiunto l’autrice per intervistarla in merito a questo suo ultimo lavoro.

Swing time

Il titolo Swing time non è stato tradotto da Mondadori. Come lo spiegherebbe a un pubblico italiano? Sembra suggerire anche un’idea di incertezza, è così?
“Il titolo ha a che fare con il modo in cui la memoria tende a funzionare, non in una linea continua, ma in un movimento oscillante avanti e indietro. Il libro si muove attraverso il tempo in un moto che oscilla e ha una certa costruzione ritmica, si muove con un certo ritmo, più come lo swing, come la danza”.

Lei ha dichiarato di apprezzare la scrittura di Ferrante, a suo parere femminista. Anche il suo romanzo è molto focalizzato sulle relazioni femminili. Cosa ne pensa di questa ondata di scrittrici sempre più legate a temi femministi, come il corpo, la maternità, le relazioni? Come si colloca all’interno di questo panorama?
“Penso che sia una situazione storica, che porti le donne a scrivere liberamente di ciò che conoscono meglio. Le donne hanno sempre scritto, ma erano perlopiù senza figli: Jane Austen, Eliot, Woolf. Erano sempre donne in grado di scrivere perché economicamente indipendenti. L’idea di una scrittrice che fosse nubile con figli dovette passare attraverso una sorta di evoluzione, una rivoluzione sociale, in cui i partner condividessero il lavoro casalingo. Ciò avvenne negli anni ’70 e ’80, proprio quando si cominciò a vedere sempre più scrittrici con figli. Penso anche che, in un certo senso, avessero una sorta di ansia, perciò continuavano a scrivere di questioni riguardanti la casa mentre la scrittura era un’attività secondaria. Di recente ho letto alcuni libri di Alice Munro. Ora che i lettori comprendono le opere femminili che descrivono ciò che avviene nell’ambito casalingo, le scrittrici acquisiscono sicurezza, vedendo che altre donne vengono pubblicate e che questa area della vita è altrettanto degna di essere rappresentata, che non c’è solo la storia grandiosa, ma anche l’intimità della vita all’interno delle famiglie. La maggior parte delle mie colleghe sono donne, e sono persone straordinarie”.

Qual è il ruolo della maternità nel romanzo e quanto la sua esperienza ha influenzato la sua scrittura?
“Non riguarda tanto il ruolo, è che quando scrivi, in fin dei conti, usi tutto quello che hai a disposizione, ma forse l’essere madre influenza di più la mia saggistica. Ad esempio, dovevo scrivere questo saggio su alcuni dipinti a Witney e non potevo lasciare i miei figli e li ho portati con me, di conseguenza sono entrati nel saggio. È una questione puramente pratica. Non ho intenzione di tenerli nascosti, magari mi fanno pensare a qualcosa di diverso quindi finiscono per esserne inclusi. La maternità semplicemente trasforma la tua relazione con il tempo. E non ho mai letto niente in merito: potrei scrivere un saggio su una pubblicità che vedo fuori dalla finestra, e non penso che possa essere qualcosa di cui parleresti se tu non avessi figli, vorresti scrivere di viaggi, nuove avventure e così via. Ma io non posso farne, perciò ho bisogno di raccontare quello che ho di fronte al mio naso, e quello avevo di fronte quel giorno. Quindi è una specie di restrizione ma può essere altrettanto creativa, come tutte le limitazioni”.

Da Londra all’Africa, il suo romanzo si dipana tra queste due realtà. Sempre più scrittori stanno decentrando il racconto dagli Stati Uniti o dalla Gran Bretagna. Lei è stata una delle prime a farlo. In che direzione sta andando la letteratura? E come si è evoluto questo aspetto nella sua scrittura?
“È una domandona, davvero non saprei. Forse è troppo ampia, più adatta a una 24enne! A un certo punto smetti di pensare in termini generali e io ora penso al mio lavoro e al mio prossimo romanzo. Certo, come una persona più giovane riesco a individuare dei trend, come ad esempio quello che riguarda la narrativa della Ferrante. Il mio prossimo romanzo è di genere storico, perciò mi allontano molto da alcune idee generalizzate della letteratura. Devo semplicemente finire il mio libro”.

Qual è la prossima sfida?
“La mia scrittura cambia perché il progetto cambia, hai un obiettivo differente ogni volta, quindi in questo caso l’obiettivo era di provare a scrivere in prima persona e vedere come sarebbe stato. Nel prossimo romanzo, la sfida è che non risulti pesante e sia invece leggero e breve, cosa piuttosto difficile perché quando fai molta ricerca è difficile mantenere un tocco leggero. Perciò, forse non esiste un intreccio in cui io mi vedo e che sia in generale utile per il lettore, ma è quello che mi muove, un obiettivo sempre diverso in testa”.

Il suo è un romanzo che parla di talento: è un caso che sia ambientato temporalmente prima dei talent show? Sarebbe stata la stessa storia adesso?
“Ritengo che il talento abbia un certo peso, e per giunta non molto importante. Riguarda la mia esperienza. Quando insegno, dico ai miei studenti: non è tanto il fatto di avere talento, che è decisamente utile, ma ha più a che fare con il provare a stare da soli mentre si scrive, per esempio, e il talento può non essere utile in questo. È la stessa cosa di quei reality show o talent, pieni di persone che cantano in maniera meravigliosa, ma è diverso dall’essere dei cantanti. Puoi avere un talento esagerato, ma non fa di te un artista o musicista, non fa di te niente. Il talento non è una cosa necessaria, è una sorta di abilità per cui canti senza sforzo, balli senza sforzo, scrivi senza sforzo, ma per diventare un artista ti serve molto più di questo. Lo puoi diventare anche senza essere in grado di cantare. Il talento è un’aggiunta, ma è necessario molto più di questo”.

Il personaggio di Aimee ricorda per molti aspetti Madonna. A quali cantanti si è ispirata? 
“Senz’altro ho usato lei, ma anche parti di altri persone. Quando cominci a scrivere un personaggio, presto diventa una cosa a parte, come se non ci fossi l’autore alle sue spalle. Avevo bisogno di una cosa differente, mi serviva dare una traccia alla memoria del lettore, quando pensano di cogliere Kylie o Madonna o Angelina, o chi per esse. Ma poi diventa una creazione in sé e per sé, una cosa da fan un po’ vouyeristica, e ti chiedi: ‘come sarebbe lavorare per quella persona?’, e tu devi provare a immaginartelo. È divertente pensare a cosa potrebbe essere. Il personaggio di Aimee è diventato sé stessa molto velocemente”.

Quanto alla musica, si considera un’appassionata?
“Amo la musica ma non sono un’esperta, non riesco a restare aggiornata su tutto ciò che esce e sono veramente fan solo dell’hip hop, ma la musica ha un ruolo molto marginale rispetto alla lettura, credo. Ho così tante cose da leggere, che mi ci vuole tempo per altre cose. Ho provato a scrivere di hip hop, e ho dovuto interrompere un pezzo molto lungo su Kendrick Lamar. Penso sia molto difficile scrivere di musica così intelligente e autosufficiente, tanto che alla fine mi sono resa conto che stavo prendendo così tanti appunti, ma non potevo dire le cose meglio di quanto avesse fatto Kendrick stesso. Non c’è nulla che tu possa tradurre, perché è così intelligente che non c’è spazio per interpretarlo, così penso che sia molto più produttivo scrivere di arte, una forma non verbale, dove posso inserirmi meglio. Con l’hip hop è difficile scrivere riguardo a qualcuno così verboso e complesso, che ti senti ridondante a fare osservazioni su frasi e versi. Gli ascoltatori già senza commento sentono di avere una relazione diretta con la musica. Anzi, il mettersi in mezzo viene percepita come un’ostruzione, chiunque può ascoltare e capire. Così ho rinunciato. Con la danza è più facile e lo spazio bianco da colmare è maggiore e ti trovi a tradurre qualcosa in linguaggio, è la cosa più piacevole da fare”.

Ha vissuto a Roma, anni fa. Qual è il suo rapporto con i lettori italiani? E con la cultura italiana?
“Passa attraverso la lingua, che provo a migliorare e imparare. Sono felice di riuscire a capire la maggior parte delle cose, non riesco ancora a parlarla. Tuttavia è vero che ho passato tutta la vita a provare a capire e imparare un’altra lingua ed è speciale perché ora posso capirla. Non riesco a capire il francese o lo spagnolo, ma per qualche ragione l’italiano è quella a cui sono più abituata, per questo motivo ci sono così affezionata, perché riesco a leggere l’italiano, riesco a guardare film italiani e a cavarmela e non ho mai dovuto provare a studiare metodicamente per capire qualcosa in una lingua diversa dalla mia. Per me questo è un piacere per davvero. Ho letto Ferrante, Francesco Pacifico, Paolo Giordano. Anche piccole cose, ma i quotidiani e le riviste sono molto lontani da dove vivo correntemente per poter tenermi in esercizio con l’italiano, purtroppo”.

Commenti