Colloquio con Giuseppe Scaraffia autore di Scrivere è un trucco del cuore ISBN:8879286129

Ritratti, parole e immagini di 30 giganti della letteratura sono stati raccolti da Giuseppe Scaraffia in Scrivere è un trucco del cuore, un libro fatto di interviste immaginarie che mirano a dimostrare quanto sono distanti i contemporanei che sproloquiano su tutto e quanto invece sono vivi e vicini i grandi scrittori del passato. Da Casanova a Hemingway, da Proust a Waugh, le domande sono volutamente banali, il classico repertorio di rito dei giornalisti dei rotocalchi e della televisione. Le risposte risultano sorprendenti, ma derivano tutte da citazioni autentiche, nessuna virgola è inventata. A nostra volta abbiamo rivolto all’autore alcune domande.

D. Come le è venuta l’idea di un libro così?

R. Leggendo l’infinità di interviste che ci affliggono, che sono, di solito, vere collezioni di banalità. Un contributo non trascurabile l’ha dato anche la meravigliosa vacuità di interviste come quelle di Gigi Marzullo, che riesce a banalizzare chiunque sfiori. Mi sono allora chiesto se “intervista” e ovvietà dovevano coincidere. Il mio libro vuole dimostrare il contrario. Che i veri grandi, cioè, possono sempre essere intelligenti, divertenti e sconcertanti. A volte imbarazzanti, ma mai noiosi.

D. Qual è il senso del suo libro?

R.Più passa il tempo, più mi accorgo che sta scomparendo la lettura, incalzata dalla pioggia di notizie dei media. Molte persone, anche se amano un autore, ne leggeranno magari frettolosamente un solo libro. Se la critica ha un senso è perché fa leggere un autore, un libro in un modo nuovo. Queste mie interviste vogliono salvare i classici antichi e moderni — dal marchese de Sade a Fitzgerald — dalla patina solenne e scostante di cui li ammanta la critica ufficiale. In queste pagine Hemingway e Diderot sono due persone come noi, alle prese con il sesso, la vecchiaia, il lavoro, il denaro, la morte, l’amicizia e il male.

D. Quale autore immaginariamente intervistato le ha dato più soddisfazione?

R. Dorothy Parker, sempre spiritosissima, disperata e allegra.

D. Quale invece si è rivelato più ostico?

R. Poe: era chiuso, introverso, solenne, ma alla fine sono riuscito a farlo parlare.

D. Da dove provengono le risposte?

R. Dagli autori. Non c’è niente di inventato. Più dei testi, ho preferito utilizzare le lettere, i diari, le memorie e persino le frasi riportate da chi li ha frequentati.

D. A chi ha rinunciato?

R. A Montherlant e a Morand e me ne dispiace molto, ma alla fine bisogna pure smettere

D. Chi, a posteriori, avrebbe inserito?

R. La Woolf e la Mansfield, così libere, dolenti e liete.

D. Quali sono i suoi progetti di lavoro?

R. sto cercando di finire un romanzo-saggio ambientato nella Francia del 1910. Poi penso che farò la biografia romanzata di una romanzesca italiana dell’800.

D. Come mai, ad esempio, ha intervistato Casanova e non Goldoni?

R. Perchè Goldoni è meno schietto di Casanova. È un “avventuriero onorato” e un semplice avventuriero come il grande seduttore. Goldoni ha qualcosa da perdere. Casanova vuole semplicemente divertirsi. È spudorato perchè non vuole annoiare se stesso.

D. Vedo che nella sua lista non ha messo scrittori tedeschi.

R. È vero. In parte è dovuto a motivi casuali. In parte ho provato con Rilke, ma era troppo ampolloso. Schnitzler usa troppo il sesso come metafora. Kraus ha già fatto tutto da solo. Quelli che mi piacevano o erano troppo taciturni, come Lernet-Holenia, o erano già stati intervistati troppe volte, come Junger.

D. E i russi?

R. Li amo molto, ma la loro verbosità non li rende particolarmente adatti alle interviste. Tolstoj poi, con le sue manie religiose… Cecov è troppo discreto, Lermontov è melodrammatico. Rimpiango invece di non avere messo Majakovsky o Bulgakov.

D. So che è impossibile, ma si potrebbe azzardare un filo comune tra le risposte?

R. Certo è difficile. Anche perché le stesse parole acquistano sfumature diverse con l’andare dei secoli. La parola “amore” nel Settecento ha un senso ben diverso da quello che acquista nel novecento. Tuttavia in tutti si ritrova lo stesso orrore della stupidità e dell’ipocrisia, la fiducia nel lavoro come mezzo per sopravvivere al dolore, la convinzione che non si può fare a meno di amare e di cercare la felicità e al tempo stesso la lucida coscienza che non la si troverà mai.

D. Come mai ha messo illustrazioni nel suo libro?

R. Ammetto di essere un po’ feticista per quanto riguarda gli scrittori. Ho una piccola raccolta di libri autografati e qualche lettera, per esempio una di Morand con un buffo disegno. Questo libro è a metà tra l’album delle figurine e la raccolta dei souvenir. Le foto degli autori, i loro disegni, la loro calligrafia sono per me reliquie di vite spese bene. E parlano quanto le loro parole.

D. Come mai alle interviste ha premesso descrizioni degli autori?

R. Nei piccoli ritratti che ho messo prima delle interviste ho cercato di farli rivivere in tutto il loro peso corporeo. Erano persone come noi, non bisogna dimenticarlo. E non solo pagine patinate, autorevoli quanto noiose. Quello che rimpiango è che non sia possibile fare sentire le loro voci. Ne ho sentita qualcuna su Internet. Quella di Fitzgerald, per esempio è meravigliosa, indescrivibile.

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