Il nuovo progetto editoriale "per esploratori del mondo" è una raccolta di libri magazine, ciascuno dedicato a un paese e alla sua identità: dall'Islanda all'Argentina, dai Paesi Bassi alla Norvegia, "The Passenger" di Iperborea si rivolge a un pubblico di curiosi per ampliare gli orizzonti di conoscenza delle nazioni del mondo, con approfondimenti e reportage, saggi e studi - Su ilLibraio.it un estratto dal primo numero, dedicato proprio all'Islanda

Dedito alla scoperta e alla comprensione delle identità culturali, territoriali e identitarie dei paesi del mondo, The Passenger è una nuova realtà editoriale pensata “per gli esploratori del mondo”, come indica il sottotitolo: il progetto prevede la pubblicazione di libri magazine, sei all’anno, ciascuno dedicato all’esplorazione di una nazione, della sua identità, delle sue tradizioni e della sua attualità.

Attraverso saggi narrativi, racconti, approfondimenti, consigli di letture d’autore e reportage fotografici per trattare le questioni più importanti sulla scena sociale e politica della nazione, ogni numero della collana si propone di offrire al lettore un ritratto più completo possibile dell’identità di ogni Paese trattato, a partire dal primo volume, dedicato all’Islanda.

THE PASSENGER iperborea islanda

Dalla questione della pesca alle realtà del calcio di provincia, il primo numero di The Passenger affronta diversi aspetti della contemporaneità islandese, trattate da giornalisti, intellettuali e esperti sia nazionali sia internazionali; interviene lo scrittore Hallgrímur Helgason, in merito all’esplosione turistica degli ultimi anni, il Premio Nobel per la letteratura Hálldor Laxness, riguardo l’impatto ambientale dell’energia pulita, la traduttrice Silvia Cosimini, sulle peculiarità della lingua islandese.

Curati come dei veri e propri libri ma impaginati come riviste, i volumi raccolgono testi inediti e altri tradotti, corredati da immagini, fotografie, cartine e cronologie che accompagnano la lettura e permettono una rappresentazione anche visiva degli argomenti affrontati e permettendo al pubblico di viaggiare senza neanche uscire di casa. Dagli aspetti linguistici a quelli cultura, dalla letteratura alla cultura cinematografica, dall’economia alla giurisdizione, i libri magazine coprono ogni aspetto dell’identità di un paese e il progetto, nato in seno alla casa editrice Iperborea, ha sviluppato un’identità propria, oltre i confini dei paesi nordici; infatti i prossimi numeri saranno dedicati a Paesi Bassi e Giappone, Portogallo, Argentina e Norvegia.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un estratto dal primo volume:

Proteggere le mele mentre si abbattono gli alberi

Andri Snær Magnason è l’intellettuale islandese che più si è esposto per raccogliere l’eredità ambientalista di Laxness e denunciare il paradosso della cosiddetta energia «pulita», prodotta in realtà con un impatto altissimo sul microsistema ambientale e al solo beneficio delle multinazionali dell’alluminio.

di Andri Snær Magnason
(traduzione di Ester Borgese)

[…] In Islanda, e forse nel mondo in generale, la parola sostenibilità è una novità piuttosto recente nel dibattito pubblico. È usata spesso – la sento quasi tutti i giorni – ma non credo che la comprendiamo appieno. Le persone la usano per scopi diversi. A volte mi chiedo se ci serviranno cent’anni per capire il concetto, o se non lo capiremo finché non avremo realmente ridotto il diritto delle generazioni future, o il nostro, ad avere una vita e un ambiente dignitosi. La parola, in inglese e in islandese (sjálfbærni), esiste in due domini diversi in Islanda: sjalfbaerni.is e sustainability.is. Entrambi sono di proprietà dell’azienda produttrice di alluminio Alcoa.

L’Islanda è un’isola piuttosto grande rispetto alle dimensioni della nazione: 300mila persone per 100mila chilometri quadrati, ma quasi tutti vivono vicino alla costa. Gli altopiani offrono un paesaggio incredibile con sorgenti termali e cascate, deserti neri inframezzati da oasi rigogliose, terreni impervi e ghiacciai, vulcani, crateri, fiumi senza ponti, montagne ricoperte di muschio e luoghi senza nome. In una manciata di ore si possono ammirare paesaggi molto diversi. Il paese è piccolo: per fornire energia idroelettrica rinnovabile a tutti, bastano poche piccole dighe. L’intera nazione necessita di circa duecento megawatt e, se volesse alimentare la sua flotta di auto e navi, ne basterebbero altrettanti. Per via della sua posizione, della relativa sovrabbondanza di energia idroelettrica e dell’esigua popolazione, il paese è automaticamente salvo, puro. Non c’è modo di danneggiarlo economicamente, ma grazie all’alluminio – un metallo che richiede molta energia – è diventato possibile rovinare molti dei suoi luoghi più belli e vulnerabili. Luoghi che dovrebbero essere nominati patrimonio dell’umanità dall’Unesco sono diventati il principale motivo di conflitto politico in Islanda. […]

In Islanda la battaglia ambientalista ruota attorno all’energia pulita, o al lato oscuro dell’energia pulita. L’Islanda è rimasta quasi indenne dalla Rivoluzione industriale, sviluppando la propria energia in modo lento e graduale. La capitale Reykjavík è riscaldata con energia geotermica, una pratica che abbiamo avviato nel bel mezzo della grande depressione degli anni Trenta, e in città l’ultima fabbrica alimentata a carbone è ormai vuota e abbandonata da oltre trent’anni. Poco dopo il 1990, avevamo raggiunto quella che si potrebbe definire la «fine della Storia». Avevamo realizzato un sistema energetico pulito e rinnovabile, usando l’energia geotermica sostenibile per scaldare le case e l’energia idroelettrica per le aziende. Ci serviva solo un metodo per alimentare navi e auto con queste stesse fonti energetiche. Avevamo iniziato a risolvere i problemi relativi al depauperimento della fauna marina e cercato di fermare l’erosione della terra dovuta a secoli di eccessivo sfruttamento. Una nazione che ottiene tutta la sua energia da fonti interne e rinnovabili, che pesca l’un per cento di tutto il pesce mondiale ed è capace di farlo senza ridurre gli stock ittici, dovrebbe essere messa bene.

Ma questo risultato non fu interpretato come libertà; anzi, ingegneri e appaltatori lo definirono un problema, una fonte di crisi. La nazione non aveva bisogno di più energia. Avevamo fiumi glaciali che scorrevano liberamente in mare, ma la loro fu considerata come una corsa verso il nulla, una corsa verso lo spreco, come gettare oro in mare. Un paese incontaminato non era qualcosa di cui essere contenti. Gli ingegneri calcolarono quanto stavamo perdendo ogni giorno a lasciar scorrere senza briglie il flusso di una cascata. Realizzarono un esteso sistema di mercato che dipingeva l’Islanda come la destinazione dei sogni per l’industria pesante. Il problema, però, era che difficilmente una qualsiasi azienda ha bisogno di una quantità di energia dai duecento ai seicento megawatt in una volta sola. In pratica, le uniche al mondo a necessitare di tutta quella energia sono le aziende che producono alluminio, che sono non solo quelle che richiedono più energia al mondo, ma anche le più intensive per chilometro quadrato: una sola fabbrica ha lo stesso consumo energetico di una città di un milione di abitanti. Negli anni Novanta era stata costruita una diga da duecento megawatt, ma allora l’energia non tirava e così rimase inutilizzata per dieci anni. Poi però le opzioni energetiche in Europa e nelle Americhe iniziarono a diminuire, e allo stesso tempo vi fu invece un boom di richiesta in Cina. L’industria dell’alluminio fuggì dalle aree urbane e si mise in cerca di posti con «energia abbandonata» e «risorse non ancora sfruttate», espressioni in gergo industriale per descrivere la natura incontaminata. E allora iniziò uno tsunami, la cui fine non s’intravede ancora. In nome dell’energia rinnovabile, in Islanda stiamo provocando un aumento nell’emissione di gas serra pari alle emissioni di un milione di automobili.

Nell’Islanda orientale c’erano due grandi fiumi glaciali. Uno scorreva da sotto un ghiacciaio a un’altitudine di seicento metri, formava una specie di palude erbosa e poi rotolava giù dal margine dell’altipiano e attraversava le cenge per seicento metri, creando molte delle più belle cascate d’Islanda. Da lì poi s’immetteva nel Lagarfljót, uno straordinario lago verdastro considerato la casa del nostro personale mostro di Loch Ness.

L’altro fiume si chiamava Jökla e scorreva con il suo color ruggine da sotto il ghiacciaio, passando per una valle erbosa e inviolata piena di tracce dell’era glaciale per poi attraversare canyon profondi duecento metri, da dove s’inoltrava tra sabbie nere che somigliavano dall’alto a fili di seta. Questo fiume era unico, perché le foche lo risalivano per dieci chilometri fino a dare alla luce i piccoli sulle sue rive. Gli agricoltori ne catturavano a centinaia nelle reti ogni anno.

Entrambi i fiumi sono stati sconvolti per il bene di Alcoa. Uno è stato arginato da una diga e le cascate sono state prosciugate. È stato scavato un tunnel lungo settanta chilometri per deviare l’acqua in un bacino idrico chiuso dalla diga più grande d’Europa. Dal momento che è stato deviato nel lago verdastro, il grande fiume fangoso con le foche è diventato una striscia di polvere. Messa insieme, l’area raggiunta dall’influenza di Alcoa misura circa tremila chilometri quadrati. Quasi tutte le acque dell’Islanda orientale sono state deviate, riordinate e alterate per il bene di un’azienda produttrice di alluminio. Il materiale grezzo proviene dalla Giamaica e dal Brasile, dove si ara la giungla per ottenere bauxite in miniere a cielo aperto, poi viene lavorato con soda caustica, imbarcato sulle navi e spedito in mezzo mondo sotto forma di polvere bianca chiamata allumina. Siamo diventati dipendenti da questa polvere bianca. L’intero processo è considerato sostenibile secondo il sito web di Alcoa. Sostiene gli esseri umani, dicono; è per il bene di 400 lavoratori e della comunità locale.

[…]

Andri Snær Magnason: 
Scrittore, poeta, attivista politico e ambientale, è stato candidato alle presidenziali del 2016 classificandosi terzo. È autore di raccolte di poesia (Bonus, nottetempo 2017) e libri per bambini (Lo scrigno del tempo, Giunti 2018), ma il suo maggior successo è stato il libro di denuncia Dreamland (Citizen Press 2008), un caso editoriale che ha provocato un acceso dibattito in Islanda. Dreamland è diventato anche un lungometraggio diretto da Magnason e dal regista Þorfinnur Guðnason.

Fonderie d’Islanda:
La prima fonderia di alluminio d’Islanda viene costruita a Straumsvík nel 1969 a opera di Alusuisse (oggi Rio tinto-Alcan). Nel 1998 vede la luce il secondo impianto, di proprietà della Century aluminum (oggi una sussidiaria della Glencore, controverso gigante minerario anglo-svizzero), che si trova a Hvalfjörður nei pressi di Reykjavík. La terza fonderia, la più discussa, è sorta a Fjarðaál, nell’Est del paese. È il frutto dell’accordo tra l’americana Alcoa e lo stato islandese, che in funzione di questo stabilimento ha eretto la diga di Kárahnjúkar.

Kárahnjúkar:
La diga di Kárahnjúkar è stato il progetto idroelettrico più contestato della storia islandese, nonchè il più vasto e più alto (193 m) d’Europa. I progetti per la diga esistono fin dagli anni Settanta ma sono stati approvati nel 2002 grazie a un accordo tra l’Alcoa, il governo islandese e la Compagnia elettrica nazionale. Moltissimi gli artisti islandesi a essersi schierati a difesa delle aree naturali minacciate, tra cui Magnason, Björk e i Sigur Rós che organizzarono uno struggente concerto di protesta proprio sul luogo della diga, immortalato nel film documentario Heima.

© Andri Snær Magnason 2018 – The Passenger

(Continua in libreria…)

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