Dopo “Donne che non perdonano”, Camilla Läckberg torna sul tema degli orrori coniugali e del riscatto delle donne con "La gabbia dorata", un romanzo che alza i toni sui giudizi di una comunità ossessionata dal potere, dominata da uomini prevaricatori, da stereotipi sociali antiquati che definiscono ruoli e diritti... - L'approfondimento

Per amore di Jack, Faye ha rinunciato a tutto, ha interrotto gli studi, ha investito il suo tempo per aiutare il marito a costruire il suo impero, si è relegata in una vita agiata di moglie e mamma, accettando di mettere da parte il suo talento e le sue ambizioni.

Funziona così, nella Stoccolma del successo raccontata da Camilla Läckberg (nella foto di Magnus Ragnvid, ndr) ne La gabbia dorata (Marsilio, traduzione di Laura Cangemi): gli uomini sono imprenditori, hanno carriere brillanti, collaboratrici sexy, qualche viaggio di lavoro di troppo, ma le mogli sanno chiudere un occhio. A loro spetta una vita invidiabile, una casa da rivista patinata, un guardaroba griffato, un po’ di botulino a coprire i sorrisi tirati e resistere ancora un poco alla concorrenza delle più giovani. Perché i mariti sono predatori, e il denaro rovina le persone. Sono gabbie dorate quelle in cui vivono, sopraffatte, sminuite, con il costante timore di essere buttate via.

Camilla Läckberg La gabbia dorata

“Quasi tutte le donne sono ferite di guerra, in un modo o nell’altro. Eppure hanno sempre taciuto. Hanno stretto i denti. Si sono mostrate generose e comprensive e l’hanno giustificato”.

Dietro l’apparenza scintillante, la realtà di Faye è fatta di umiliazioni, arroganza e volontà di mortificare, violenze verbali, perversioni da assecondare. Faye è una donna fragile, con un passato orribile che ha lasciato tante cicatrici sulla sua anima. Accetta un marito che la fa sentire costantemente inadeguata, e che negli anni al fascino irresistibile della giovane età ha sostituito l’aggressività dell’ego e del denaro, quello di chi si sente onnipotente: lo accetta perché è ancora innamorata di lui, e perché hanno una bambina, Julienne, da proteggere. Ma quando scopre Jack a letto con la sua collega, allo shock del tradimento Faye aggiunge il dolore dell’abbandono, lo sfregio di fronte a una donna più giovane, più magra, più “nuova” di lei. Va a pezzi, depressa e annientata. 

“Perché è così che fanno le donne. Indirizzano la rabbia verso l’interno, verso se stesse. Non si impongono e non pretendono giustizia”. 

Poi il lato oscuro di Faye, un odio che le ha dato sicurezza dalla sua infanzia fino all’età adulta, ha il sopravvento. È una rabbia profonda contro le violenze e i soprusi, una rabbia brutale per troppo tempo sopita, tenuta nascosta con tutti i suoi segreti. 

È grazie a quella rabbia che Faye reagisce, recupera la forza di un tempo, mette a frutto la sua intelligenza e, riprendendo in mano le redini della sua vita, si ricostruisce. Con un obiettivo: vendicarsi.

“La vendetta. Per tutte le nostre sorelle a cui dei deficienti hanno rovinato la vita, per tutti i mariti infedeli che ci hanno gettato via per una più giovane. Per tutti i ragazzi e gli uomini che ci hanno sfruttato, sminuito e tradito”.

Faye avvia una crociata, che è una campagna di marketing capace di unire le donne, accomunate da simili ferite, fuori da categorie, fuori da differenze di età e di stato, libere di esprimere se stesse. Le donne violate nella loro dignità hanno una sola voce che sa alzarsi potente contro le sopraffazioni.

“Insieme siamo forti e non intendiamo tacere”.

Dopo Donne che non perdonano, Camilla Läckberg torna sul tema degli orrori coniugali e del riscatto delle donne e lo fa con un romanzo che alza i toni sui giudizi di una comunità ossessionata dal potere, dominata da uomini prevaricatori, da stereotipi sociali antiquati che definiscono ruoli e diritti. 

La gabbia dorata alterna presente e passato, terza e prima persona, in un racconto che porta il lettore dalle oscurità dei luoghi dell’infanzia alla luminosità degli ambienti della Stoccolma ricca e costruisce in questa alternanza un climax di tensione fino a un colpo di scena finale, nel quale la Läckberg più noir compare in tutta la sua forza e si conferma tra le regine del giallo nordico.

 

 

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