“La felicità è un anelito mobile e impreciso, e non dovrebbe avere nome”. Protagonista al Premio Strega 2017, Chiara Marchelli torna con “La memoria della cenere”, un romanzo per chi conserva anche i più piccoli dettagli dei ricordi e per chi ha scelto di scappare lontano… - Su ilLibraio.it un estratto

Chiara Marchelli (foto di Samuele Pellecchia / Prospekt, ndr), autrice protagonista al Premio Strega 2017 con Le notti blu (Giulio Perrone editore), torna con il romanzo La memoria della cenere (NN Editore). La protagonista è Elena, una scrittrice che, data la sua empatia, riesce a leggere le storie sui volti delle persone.

Una notte, un aneurisma la colpisce mentre si trova nella sua casa di New York. Sopravvive e, insieme a Patrick, decide di trasferirsi in Francia, in un paesino ai piedi del vulcano Puy de Lúg. Durante la convalescenza, Elena è immersa nei pensieri che si surriscaldano dentro la sua mente, nei ricordi di sentimenti riscoperti e delle incertezze, come il magna che ribolle sottoterra, a pochi chilometri da lei.

Chiara Marchelli NN

Quando i genitori vengono a trovarla per un breve soggiorno, il loro arrivo coincide con un’improvvisa eruzione del vulcano. Mentre una colonna di fumo, cenere e lava inizia a uscire dalla bocca del Puy de Lúg, Elena si ritrova bloccata tra le mura di casa, ad affrontare paure, insicurezze e desideri, dopo aver fatto di tutto per allontanarsi da quella che era la sua vita prima dell’aneurisma: “Non era mio, ed era per quello che lo volevo. Un luogo che non somigliasse a ciò che non ero più”.

Marchelli, classe ’72, è nata ad Aosta, e vive a New York, dove insegna scrittura creativa, traduzione e letteratura contemporanea alla New York University.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Ha appena smesso di piovere. Ho aperto la finestra, l’odore di erba e terra entra con il vento. Patrick dorme ancora, mi sono svegliata prima. Lo aspetto, il primo caffè del giorno è una cosa che fa lui. Una delle tante che devo lasciare agli altri. Ma gli altri ormai sono pochi. C’è Patrick, c’è questa casa che ancora non conosco.

L’aria è quasi fredda, non vedevo l’ora che l’estate finisse. Un’estate diventata interminabile, aspettando di partire. La pioggia è caduta tutta la notte, la sentivo battere sul tetto, sui legni delle persiane, sulla terra del giardino, sui boschi, sull’asfalto della strada che finisce prima di arrivare da noi. Ha tirato un vento forte, che in questa regione fischia come in montagna. Il vento che sentivo da ragazzina: le raffiche contro i vetri, gli spifferi sui piedi, il mugghiare di lupo mentre nel letto credevo di essere l’unica sveglia a sentirlo.

Patrick ha detto che anni fa qui vicino passava il treno. C’è un binario coperto d’erba che fiancheggia un edificio di pietra, forse una casa cantoniera, e si incunea dentro il bosco. Spesso la mattina, se non fa troppo caldo, nelle nostre passeggiate ci spingiamo fino lì.

A due chilometri scorre un fiume. Attraversa una frazione che si chiama Sauteloup, dove non c’è niente tranne un mulino abbandonato che Patrick vorrebbe comprare, ma è bloccato da trent’anni per una faccenda di eredità. Una casa di nessuno, che sta cadendo in rovina.

Patrick lo aveva scoperto per caso. Si trova in fondo a un sentiero battuto che scende ripido lungo la Bouble, che più che un fiume a me ricorda un torrente di montagna. Dove il sentiero finisce c’è un piccolo ponte, costruito probabilmente dai cacciatori della zona, e lì si trova il mulino, incassato nelle gole all’ombra degli alberi. Il tetto è bucato dalla vegetazione che è cresciuta all’interno, dove non è rimasto nulla.

Fuori ci sono un giardino, un muro di protezione, un portico, una scalinata in pietra che sale ai piani dell’edificio e scende verso la cantina, una rimessa dove erano custoditi gli attrezzi del mugnaio: le tramogge, i buratti, i sacchi delle granaglie.

Si sentono solo l’acqua del fiume e gli uccelli. I rumori che risuonano lungo le gole, l’ombra d’estate e il buio d’inverno.

È selvaggio, non c’è niente. Ti immagini che bello sarebbe restaurarlo, dice Patrick. Pare che si chiami Sauteloup perché in quel punto i lupi attraversavano il fiume.

Si arriva a piedi, lungo un sentiero dove passano i bambini del paese. Scendono a riva lasciando le biciclette in alto, pescano le trote, si bagnano le gambe. Nuotare non si può, ci sono troppi massi. Una volta un ragazzo è annegato, forse scivolando sulle rocce.

A trecentocinquanta chilometri da Mézac cominciano le Alpi; dalla parte opposta, più o meno alla stessa distanza, c’è l’oceano. Noi siamo in mezzo, nel cuore del Massiccio centrale, dentro un bacino argilloso circondato da vulcani.

Il territorio dell’Auvergne è complesso: vette appuntite, altipiani di lave, pianure. È già nevicato in alto, anche se siamo solo a ottobre. Lassù la vegetazione è quella che conosco: foreste di conifere, faggi, querce, abeti. Più sotto, una fila di crateri allineati a margine della regione. C’è una ferrovia di montagna che porta al più alto.

«Ci andiamo?» avevo chiesto subito.

«Sì. E anche ai laghi» aveva risposto indicando a sud. Sopra di noi, a pochi chilometri, c’è il vulcano più grande. Puy de Lúg, si chiama.

Lúg è una divinità della mitologia gallica e celtica, mi aveva spiegato Patrick, proteggeva i mercanti, i viaggiatori e i ladri.

«Il nome arriva da leuk, significa luce».

Il dio della luce.

Voglio andare a vederlo, avevo pensato. E poi salire sugli altipiani di lave, ai villaggi in mezzo ai campi di grano, agli ovili dove si fa il formaggio.

Ci sono molti mercati là, dice Patrick, vendono tessuti, frutti canditi, cioccolato.

«E coltelli» aveva aggiunto.

«Coltelli?».

«Casomai ti venissi a noia».

Avevo riso.

«Che alberi sono?» avevo chiesto a ogni bosco che costeggiavamo.

Non lo sapeva, ma per me era importante. Da quando sono arrivata ho bisogno di sapere queste cose. Mi sembra che siano le sole con un senso che rimarrà.

«Viti, ciliegi e mandorli» ha risposto ieri sera a letto.

Conifere sui picchi, ciliegi in pianura. Sono belli i contrasti.

Mi piace esserci in mezzo, accordare il mio battito al corso di una natura che non si è fatta dolce per me. Mi piace questo silenzio, dove arriva soltanto il vento quando si alza, i grilli la sera, le rane, poche auto sulla strada, i cani che si abbaiano l’un l’altro da lontano.

È piovuto forte: l’odore che sale è quello dopo una pioggia entrata nella terra a inzuppare. I prati hanno il verde intenso dell’autunno prima di morire.

Respiro a fondo, l’aria raffredda la pelle, mi stringo nel golfino di lana blu che anni fa ho recuperato dal sacchetto destinato ai poveri dove erano stati raccolti i vestiti di mia nonna.

Questi no, avevo detto tirando fuori anche due camicette.

«Quella lì alla nonna l’ho regalata io» aveva risposto mia madre.

Bianca a fiori blu, tagliata ampia sui fianchi, sintetica.

Nulla di prezioso, o da tramandare. Solo il ricordo del corpo di mia nonna forte nella camicetta, e la scoperta del percorso a zigzag: da mia madre a mia nonna a me. Come l’anello, che finalmente porto. L’anello di fidanzamento di mia madre, passato all’anulare di sua suocera e poi al mio.

Mi piace questo paesaggio duro e però rigoglioso, che non conosco. L’assenza di familiarità, dover iniziare. Dalla casa, dai dintorni. Che diventeranno a poco a poco abituali e che sono ancora imprecisi per me.

A un certo punto ci siamo detti Partiamo, semmai si torna indietro. Sapendo benissimo che tornare indietro non sarebbe stato pensabile. Si torna indietro a vent’anni; alla nostra età no: la direzione va scelta e poi presa subito. Perché se fossimo rimasti là ancora, partire sarebbe diventato impossibile. Rimandare un’urgenza finisce con l’estenuarla, renderla una debolezza.

Siamo arrivati da un mese, cinque settimane dopo le scosse. Dovevamo partire prima, ma abbiamo aspettato di vedere cosa sarebbe successo, se venire qui fosse sicuro.

Le scosse sono finite in primavera, da quel momento il vulcano è stato monitorato costantemente, ma non è accaduto più nulla e pareva che l’attività sismica fosse rientrata. Poi, in estate, l’innalzamento. La crosta terrestre che a sud si è spaccata e sollevata di tre centimetri. Una risalita di magma, hanno detto, il vulcano si è svegliato. La verità è che l’attività sismica del Puy de Lúg non è mai finita, addirittura è aumentata negli ultimi sette anni: centinaia di piccoli terremoti fino all’estate scorsa. Sottoterra, però, a chilometri di profondità.

E, a fine settembre, di nuovo. Migliaia di smottamenti sotto la superficie: duemila scosse in tre giorni, alcune avvertite fino qui. Dopodiché, ancora, nulla. Sono anni che fa così, dicono i giornali: il Puy de Lúg che si gira nel letto, si agita, fa parlare di sé e poi torna silente. Un vecchio signore capriccioso, scrivono, che ha ancora bisogno di sentirsi al centro dell’attenzione.

«Un dio dimenticato che combatte instancabile contro i demoni» scherzava Patrick «forze del caos e della natura sfrenata, dal corpo umano e la testa di capra».

Abbiamo rimandato. Voleva essere sicuro lui, io sarei partita lo stesso. Un paio di settimane, la certezza che davvero il vulcano fosse tornato nella fase di quiete.

Gli amici di New York hanno chiesto notizie tutti i giorni, l’ex capo di Patrick non ha riassegnato il suo ufficio per settimane.

Poi, dopo un po’, hanno smesso di aspettarci.

Sono voluta andare subito a vederlo. Alto quasi duemila metri, un gigante di foreste e roccia nera, la cima brulla, il cratere con tre picchi visibili da chilometri di distanza, che qualcuno dice siano la fionda, la lancia e la spada del dio Lúg. Mi ha fatto impressione. Lo stesso sbalordimento provato da ragazzina, quando avevo deciso di scalare il Gran

Paradiso. Non l’avevo mai fatto, non ero neppure attrezzata. Mi feci prestare tutto da un amico, che era guida alpina e quando gli dissi a cosa mi servivano casco e ramponi pensò che lo stessi prendendo in giro.

Gigantesco, massiccio. Il Puy de Lúg è vasto e assoluto, un sovrano naturale che sembra non finire mai. Il treno che porta su, ho detto a Patrick che ci voglio salire. Aspettiamo ancora un po’, ha risposto.

In compenso abbiamo cominciato a fare delle gite. Charroux, Riom, Vichy, Salers, Puy-en-Velay. Patrick guida per ore senza stancarsi, io guardo fuori. I colori della campagna: verde, grigio, nero, blu. Ci fermiamo in piccoli ristoranti che troviamo sulla strada, dove appena entrati veniamo avvolti dal vapore degli stufati e delle verdure lasciati ore sul fuoco.

Patrick prende piatti di carne, lenticchie e patate, minestre, formaggi, salumi. Io non mangio ancora tutto e ordino con cautela. Devo fare la figura della femmina a dieta che pilucca dal piatto del marito. Non lo sanno che non oso, che non chiamo, che non desidero ancora con la stessa voracità con cui spogliavo Patrick e gli mordevo la pelle. Provo, e ascolto il corpo che un giorno dopo l’altro ritrova la curiosità, il movimento, la fame. Bevo un poco di vino. Il vino delle caraffe, l’acqua nelle bottiglie riempite al rubinetto. Come quelle di quando ero piccola, che i miei genitori mettevano in tavola tutte bagnate.

Siamo tornati indietro, penso ogni tanto. O forse soltanto io, che nella convalescenza devo ridurre tutto all’essenziale.

Dicono sia imprevedibile. Non doveva succedere a me, quindi potrebbe riaccadere con la medesima illogicità.

Ma io so perché.

Credo esista una misura di saturazione oltre la quale non si può andare. Nei sentimenti, nei pensieri. Colmi quella misura e, se non ti fermi, il corpo si ferma per te. Quando lo dico Patrick annuisce, ma lo so che ascolta a metà e chiama la neurologa di nascosto. Le racconta le mie giornate, si assicura che la guarigione proceda normalmente. Gli ho scaricato sulle spalle una responsabilità inumana: mi ha salvato la vita, e adesso se ne sente responsabile.

«Smettila o mi butto dalla finestra» gli ho detto un giorno. La cura, la delicatezza, il silenzio, l’andare felpato per casa: non ne potevo più. Datemi il rumore, il caos, gli squilli, i rombi e le urla. Toccatemi, spingetemi, buttatemi a terra.

Patrick non si è scomposto, come sempre quando capisce che non ce l’ho con lui.

«Non puoi» ha detto «siamo al piano terra».

Eravamo già qui. Avevamo già lasciato New York, svuotato il suo appartamento e poi il mio. Tempo di recuperare, riposare a sufficienza per affrontare questo viaggio, aspettare che il vulcano si quietasse. Otto mesi dopo l’incidente abbiamo spedito gli scatoloni dei libri e qualche valigia – così pocoè sopravvissuto al setaccio del transito – e siamo arrivati.

Imparerò i profumi dell’aria. Per ora è un misto generico di bosco e prati, a tratti familiare. Senza la cuspide pungente della vegetazione di montagna dove sono nata, senza la dolcezza rancida del mare tra gli scogli, diverso dalla composizione infantile della campagna che conosco, fatta di legno bruciato, terra fradicia di nebbia, rosmarino, burro e carne al fuoco d’inverno, oppure campi di grano, marmellata di prugne, caffellatte, sudore, pesche e albicocche d’estate. Questo odore è intatto, libero. Andrà riempito, nel tempo.

La luce si sta alzando, una folata d’aria agita le foglie del melo davanti alla finestra. In cucina entra un profumo freddo, maturo, carico della notte che non si è ancora dispersa. Immagino l’odore nella piazza del paese a quest’ora: il pane cotto nel forno della panetteria, i croissant e i pains aux raisins per i ragazzini che andando a scuola vanno a comprare la merenda.

«Elena».

Mi volto. Ha la maglietta stropicciata, i pantaloni del pigiama storti. Deve essere passato dal bagno prima di scendere a cercarmi, come dice lui. Nemmeno mi nascondessi, o fossi di continuo risucchiata negli interstizi di questa casa piena di spifferi.

Gli bacio la bocca che sa di sonno. Negli anni ha fortunatamente perso l’abitudine di lavarsi i denti appena sveglio.

Ha gli occhi gonfi; occhi orientali, la pelle intorno fresca, morbida. Quando la tocco sento la pancia contrarsi di tenerezza e violenza. Credono tutti sia più giovane di me.

Anche per l’impronta che traspira pulsante senza che lui si muova, ed è difficile da nominare. La bocca è irregolare, il morso inverso che gli fa i profili disarmonici: da un lato sensuale, delicato, quasi infantile; dall’altro pensoso e scettico.

Ha un’intelligenza esplicita, materiale, e un corpo solido: le mani e le braccia forti, la compattezza di un ragazzo che ha il controllo spontaneo di sé.

«Accendiamo il camino un giorno di questi?».

Patrick mi dà una carezza dicendo sì. Non si fida ancora, deve guardare due volte per convincersi che sto bene. Non ha paura che gli menta – non gli ho mai mentito neanche quando sarebbe stato meno doloroso farlo – ha paura che né lui né io saremo di nuovo in grado di capire i segni, i sintomi. L’incidente ha ridimensionato le nostre illusioni, e ci muoviamo ancora frastornati.

«Hai fame?».

Non molta. Dall’incidente non ho ancora recuperato del tutto l’appetito. Le colazioni abbondanti, i pranzi divorati dopo la corsa. Adesso il tè, le fette biscottate. Lo stomaco si sveglia piano: dopo le passeggiate che posso fare di nuovo senza sfinirmi, sollecitato dai profumi delle cose che Patrick cucina per me.

Mi alzo e spalmo il pane con la marmellata, con il burro. Patrick avvia il macinacaffè, riempie la caffettiera, prende la padella delle uova, le spezie. Apre il frigo, ci guarda dentro, tira fuori del prosciutto avanzato e i funghi di ieri sera. Io chiudo la finestra, il mio riflesso d’un tratto sui vetri.

L’effetto di quando ci si trova a sorpresa dentro lo specchio di una vetrina: le rughe sotto gli occhi, i lineamenti allentati.

Succede di colpo, dicono, invecchiare. Ci si stupisce. Non sapevo che avrei perso il viso che davo per scontato. Si sta guastando prima di essere ciò che avrei voluto.

Apro le ante della credenza e prendo le tazzine, i piatti, i coltelli per il burro, la forchetta per le sue uova. Poso tutto sul tavolo di legno, che abbiamo sistemato davanti alla finestra, anche se così è proprio in mezzo alla cucina. Metto i tovaglioli di stoffa che ho comprato, i piatti. L’ho imparata da lui, questa abitudine: niente tovaglia, mani a sentire il legno.

Da quando lo conosco, tutto è diventato più tattile. Mi piace la disinvoltura con cui maneggia le cose, la velocità e la naturalezza. La sera gli chiedo un po’ di vino, che talvolta annuso soltanto, e mi siedo a guardarlo. Ha un modo di toccare il cibo che a me manca: schiaccia l’aglio contro il palmo, spreme i limoni con le dita, strappa la pelle della carne usando lama e nocche. La trovo affascinante, quasi animale, la sua dimestichezza. La stessa che ha avuto da subito con me.

L’esatta pressione delle dita sulla mia pelle, quella delle labbra, della lingua; la misura del prendere, del dare.

Ogni tanto si volta, mi fa l’occhiolino, non si dimentica mai che ci sono. Io di lui mi dimentico, invece. Ci sono momenti in cui sono completamente sola, o immersa in qualcosa che non lo riguarda. Deve essere così anche per lui, in fondo. A volte lo osservo lavorare ai suoi testi, o leggere, ed è talmente preso che non si accorge del mio sguardo. Ma so di stare in un angolo dei suoi occhi, se facessi un movimento inconsueto la sua attenzione devierebbe naturale verso di me. Per questo cerco di muovermi piano intorno a lui: mi sembra di aver preso già troppo.

Il caffè sale, lo verso nelle tazzine che mi sono fatta regalare anni fa dal proprietario del ristorante toscano dove andavamo sempre. Aveva teorie molto precise sulle donne: bisognava viziarle, altrimenti sarebbero scappate col primo appena meglio di te; erano furbe, molto più furbe di qualsiasi uomo; erano fragili, ma, passata una certa età, guai a dirglielo. Mi divertivo a chiacchierare con lui. Chiedeva del lavoro, stupendosi che potessero esistere mestieri fondati sulle parole. Ma ci campi o ti fai mantenere? diceva ogni volta strizzando l’occhio. Io gli citavo quella scrittrice che sosteneva che per scrivere bisogna contenere le spese, e lui rideva. Vedi? diceva a Patrick, le donne.

Queste tazzine hanno preso un sacco di colpi, ma non si sono mai rotte. Verso lo zucchero nella mia, mi siedo al tavolo.

Il vento è più forte, sento una persiana sbattere di sopra. Patrick beve il caffè in piedi, mette la padella sul fuoco e l’acqua per il tè a bollire. Rompe due uova in una scodella, condisce con sale e pepe, versa nella pentola. Gli guardo le spalle, la schiena ancora scura dal sole che ha preso costruendo la staccionata il mese scorso. La cicatrice sotto la scapola, che si è fatto da bambino cadendo dall’albero dietro la casa. È rimasta bianca, come uno screzio di luce.

Tiro fuori la teiera, apro l’ultima confezione di tè che abbiamo comprato all’arrivo in aeroporto. Patrick taglia il pane, mette due fette in forno, gira l’omelette, aggiunge i funghi.

Mi piacciono le nostre colazioni. La quiete del mattino, la cucina che si riempie dei profumi del cibo. Fosse per me, si sentirebbe giusto quello di tè al bergamotto. Lui, invece, appesta in grande e a ogni pietanza, esortando la guarigione, mi chiede se ne voglio un po’.

Quando le uova sono pronte, tira fuori il pane caldo e mette una fetta nel mio piatto, io mi alzo a prendere la teiera.

Fuori il cielo è ormai del tutto sgombro.

(continua in libreria…)

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