"La mia ombra è la tua", il nuovo romanzo di Edoardo Nesi, premio Strega nel 2011 con "Storia della mia gente", è un on the road che alterna il beffardo al sentimentale, il comico all’epico. È un libro che parla d’amore, va da sé, ma anche di morte e di scrittori suicidi, quando la nostalgia diventa malinconia... - L'approfondimento

Sai una cosa, dice all’inizio del romanzo il giovane – forse futuro scrittore – al celebrato autore ben più anziano e da quasi trent’anni non più in grado di scrivere, e nemmeno di vivere, sai una cosa? Io non la capisco, la nostalgia: “E’ un lusso riservato a quelli della vostra generazione”. Ovvero, grosso modo, la stessa di Edoardo Nesi, che in La mia ombra è la tua (La Nave di Teseo) ci ricorda soprattutto, in un crescendo di situazioni solo in apparenza paradossali, che è anche una merce; e un potente strumento di marketing, commerciale e politico.

Oggi l’Italia, dirà a titolo di risposta differita il protagonista, sembra essere diventata “il centro mondiale della nostalgia, il Paese dove si soffre di più a ricordare come si stava prima”. Bisogna liberarsene. O almeno cercare di combatterla.

la mia ombra - edoardo nesi

Nesi conosce bene il Paese in cui vive, il contesto sociale ed economico che ha raccontato in Storia della mia gente, premio Strega 2011, descrivendo Prato e il declino degli imprenditori tessili tradizionali davanti al boom dei cinesi. A sua volta è stato imprenditore, si è impegnato in politica, sia come assessore sia come deputato (nella scorsa legislatura). In altre parole è un narratore atipico, non forse un unicum ma certo uno che conosce per esperienza diretta l’Italia profonda. In questo libro ne percorre un tratto, altamente simbolico, col passo spedito di una vicenda picaresca e a volte indiavolata, che alterna il beffardo al sentimentale, il comico all’epico e allude senza parere ai grandi romanzi amati dall’autore – da Sotto il Vulcano di Lowry, da cui peraltro il titolo, al definitivo ed emblematico Grande Gatsby.

Ridotta all’osso, la sua è una storia on the road: un viaggio da Firenze a Milano su una  jeep degli Anni Settanta, “l’ultimo grande motore americano a carburatori”, che avanza lentissima e divora cisterne di benzina. A bordo ci sono il Grande Scrittore Vittorio Vezzosi, scettico, disperato, ricchissimo grazie al successo internazionale del suo antico I lupi dentro e pure, almeno sulle prime, decisamente stronzo, e il nuovo assistente ventiduenne, laureato di lettere antiche, Emiliano De Vito, ribattezzato Zapata: che quel libro non ha mai letto, né leggerà. Vanno alla Fiera per un evento dove si celebra e si santifica la nostalgia, una grande esposizione di oggetti anni Ottanta e Novanta. Per qualche ragione al momento poco chiara il Grande Autore di un Solo Libro ha deciso di interrompere il suo isolamento alla Salinger o alla Lonoff (lo scrittore fantasma di Philip Roth) e partecipare all’inaugurazione con un’attesissima “lectio magistralis”.

Tutto intorno infuria il web, fomentato dall’editore con la complicità semi-inconsapevole di Emiliano, che scatena una sorta di follia di massa. Tutti, anche i giovanissimi, stanno riscoprendo quell’antico romanzo, e diventano pazzi di entusiasmo, ammirazione, commozione indotta. “Il Vezzosi”, come ama denominarlo Nesi, sembra non accorgersi – sembra, ma non è detto che sia così –  di questa assurda mercificazione, visto che si è tagliato fuori dal mondo; e coinvolge Zapata in quella che finirà per essere “una giornata perfetta”, abbondantemente intrisa di alcol e droga, per non parlare del rock d’epoca e di meravigliose canzoni – l’unica di cui non si rivela quasi nulla sembrerebbe essere Hotel California degli Eagles, e chissà che non sia un segreto quiz sulla nostalgia.

Sarà tuttavia opportuno fermarci qui, anche in ossequio a un desidero implicito dell’autore: citando Tolkien, fa infatti pronunciare al Vezzosi fiere parole su Elémire Zolla e sui “recensori da quattro soldi” che fanno “poco più che raccontare la trama del libro”; e sottolineare invece come, a quattro anni da L’estate infinita, – dove pure c’era un imprenditore a nome Vezzosi, detto “la Bestia” e una certa fenomenologia critica del nostalgico, declinato nella forma dell’imprenditoria Anni Settanta – Edoardo Nesi confermi la sua vena rocciosa e risentita. Questa volta, però, concede a sé e al materiale narrativo, ai personaggi decisamente “maledetti toscani”, una grande e maggiore libertà immaginativa, giocando su più tessiture linguistiche e stilistiche, divertendosi forse non troppo amaramente, e lasciando sapientemente filtrare il suo, di toscano. Al netto dei “mi garba” e “non mi garba”, il “mi ignudai” di Emiliano, quando decide per un sontuoso bagno nella sontuosa camera d’albergo, è da standing ovation.

La mia ombra è tua parla infine d’amore, va da sé, ma anche di morte, di scrittori suicidi (pur se vittima forse incolpevole di un refuso, a proposito di Cesare Pavese), quando la nostalgia diventa malinconia; fino a farci immaginare che questo romanzo on the road, quasi un Easy Ryder a sessant’anni esatti dal film appena tornato nelle sale, restaurato dalla Cineteca di Bologna, guardi o trasenta di qualcosa di più remoto, un’ombra appunto: non solo quella del titolo ma anche l’altra, più antica e in qualche modo all’origine di tutto, o di molto, del cavaliere dalla triste figura che mai sapremo se fosse pazzo o saggio; e del suo prudente (ma non troppo) Sancio Panza. Emiliano, del resto, un po’ di pancetta ce l’ha. E Don Chisciotte questa volta, nostalgia o non nostalgia, ritrova la sua Dulcinea.

 

 

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