"La montagna vivente" della scrittrice scozzese Nan Shepherd, definito dal Guardian "il libro più bello che sia mai stato scritto sulla natura e il paesaggio", racconta il massiccio dei monti Cairngorm, nella Scozia nordorientale, chiamato anche "l’Artico della Gran Bretagna" - Su ilLibraio.it un capitolo

Ponte alle Grazie porta in libreria La montagna vivente della scrittrice scozzese Nan Shepherd (con un’introduzione di Robert Macfarlane), che il Guardian ha definito “il libro più bello che sia mai stato scritto sulla natura e il paesaggio“. Un vero e proprio capolavoro della letteratura di alpinismo, che racconta il massiccio dei monti Cairngorm, nella Scozia nordorientale, chiamato anche “l’Artico della Gran Bretagna”.
L’autrice lo ha esplorato per tutta la vita, percorrendolo in lungo e in largo in un eterno ritornare, scoprire, ricordare. “Eterno” perché muoversi negli spazi di queste montagne, vibranti delle energie che operano da milioni di anni nell’universo, significa per lei entrare in contatto con la vera essenza della natura e del sé. In quel moto che è al tempo stesso contemplazione, i sensi si acuiscono per percepire suoni, colori, profumi e consistenze e la mente li accompagna, dapprima rapita e poi forte di una nuova consapevolezza. Chi ha dimestichezza con la montagna conosce questa pienezza nella rarefazione, questa vertigine così vicina al filosofare nel suo senso più originario; ma Nan Shepherd ha trovato meglio di chiunque le parole per descriverla. Ognuno di noi ha un luogo – una montagna, ma anche un bosco, un sentiero, un fiume, una vallata – nei confronti del quale prova un intimo senso di appartenenza.
La montagna vivente

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

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Sonno

Ecco, ho scoperto la mia montagna – i suoi fenomeni meteorologici, la sua aria e le sue luci, i suoi torrenti che cantano, le sue vallette boscose abitate dagli spiriti, i suoi pinnacoli e i suoi laghetti, i suoi uccelli e i suoi fiori, le sue nevi, le sue lunghe distanze azzurre. Anno dopo anno, la mia familiarità con tutto questo è cresciuta. Ma se al riguardo va detta l’intera verità, la verità come io l’ho scoperta, allora anch’io ne sono coinvolta. Sono stata lo strumento delle mie scoperte; e anche il controllo dei pulsanti d’arresto dello strumento necessita di un apprendimento. Così i sensi vanno esercitati e disciplinati, l’occhio a guardare, l’orecchio ad ascoltare, e il corpo va addestrato a muoversi con le giuste armonie. Posso insegnare al mio corpo molte abilità che mi diano il modo di apprendere la natura della montagna. Una delle più affascinanti è la quiescenza. Nessuno che non vi abbia mai dormito conosce completamente la montagna. Mentre si scivola nel sonno, la mente si fa tersa, il corpo svanisce, soltanto la percezione rimane. Non si pensa, non si desidera, non si ricorda, ma si vive in pura intimità con il mondo tangibile. Questi momenti di percettività quiescente che precedono il sonno sono tra i più gratificanti del giorno. Sono svuotata da ogni assillo, non c’è nulla tra me, la terra e il cielo. In piena estate il nord è acceso di luce molto dopo che la mezzanotte è passata. Mentre osservo, la luce fluisce verso di me aggirando i profili delle forme che si stagliano nel cielo, affilandole finché le più sottili non assumono una sorta di inconsistenza luminosa, quasi che fossero esse stesse null’altro che luce. Sull’altopiano la luce indugia incredibilmente a lungo nella notte, ben dopo aver abbandonato il resto della terra. Quando la si osserva, la mente si fa incandescente e il suo splendore arde in un sonno profondo e tranquillo.

Anche il sonno diurno è bello. Nella calura del giorno, dopo essere partiti presto, starsene sdraiati in piena luce sulle vette e scivolare dentro e fuori dal sonno è uno dei piaceri più dolci della vita. Cadere addormentati sulla montagna ha infatti il delizioso corollario del risveglio. Emergere dallo spazio vuoto del sonno e aprire gli occhi su dirupi e canaloni, meravigliati, perché ci si è dimenticati di dove si era, significa ritrovare uno stupore primordiale che di rado si assapora. Non so se è un’esperienza comune (di sicuro è qualcosa di insolito nel mio normale sonno), ma quando m’addormento all’aperto, forse perché il sonno all’aperto è più profondo, mi risveglio con la mente vuota. La consapevolezza di dove mi trovo ritorna quasi subito, ma per un breve istante di sbigottimento, mi trovo a guardare un luogo familiare come se non l’avessi mai visto prima. Questo sonno può durare pochi minuti appena, e tutta via anche un solo minuto serve allo scopo di disaccoppiare la mente. Sarebbe pura fantasia supporre che un qualche spirito o una qualche emanazione della montagna miri ad assorbire la mia coscienza, così da palesarsi a una percezione nuda che altrimenti sarebbe difficile ottenere. Io non attribuisco qualità senzienti alla montagna; eppure in nessun altro momento sono immersa tanto profondamente nella sua vita. Ho lasciato che il mio sé m’abbandonasse. L’esperienza è particolarmente preziosa perché è impossibile coartarla. Partire alle quattro del mattino lascia tempo in abbondanza per queste ore di quiescenza, e forse di sonno, sulle vette. Il corpo è reso flessuoso dal ritmo sostenuto del salire, ed è rilassato nel benessere che si prova dopo aver mangiato qualcosa. Ci si sente tranquilli come le pietre, radicati nel profondo della loro immobilità. Il suolo non è più parte della terra. Se il sonno giunge in un momento come questo, il suo arrivo è un movimento naturale come il giorno. E poi cessare di essere una pietra, di essere il suolo della terra, aprire occhi che hanno dietro di sé cognizione umana di ciò di cui si è fatto tanto profondamente parte. È tutto qui. Se ne è fatto parte.

(Continua in libreria…)

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