Elda Lanza è stata la prima presentatrice italiana e racconta gli albori della TV italiana, da cui erano bandite espressioni come "vendita all’asta" e "membri del Consiglio": "Suor Pasqualina, esperta televisiva del Papa, al telefono ci rimproverava suggerendoci maggiore attenzione, per rispetto". Dopo aver lasciato la tv, Elda si è dedicata alla scrittura e il suo ultimo giallo è adesso in libreria - I dettagli

Spesso mi sento chiedere com’è capitato che mi sono ritrovata nel settembre del 1952 a essere la prima ‘presentatrice televisiva’.

Da qualche anno si facevano esperimenti televisivi, anche in Italia. Soprattutto lavorando sulle telecronache esterne: famosa la prima della Scala del 1951, conduttrice Jole Giannini, che poi avrebbe insegnato inglese ai ragazzi della TV, interrotta bruscamente per una bestemmia sfuggita a un operaio, a microfoni accesi. Si facevano esperimenti anche per questo: dovevamo abituarci alla TV. E abituare il pubblico a questo mezzo nuovo e strapotente che univa voce e immagini.

La prima trasmissione andata in onda ufficialmente, e che ha inaugurato la televisione italiana, è stata Prego, Signora – alle 21.30 dell’8 settembre 1952. Il termine ‘presentatrice’ è stato coniato per me. Dopo sono diventata conduttrice e infine, crescendo, la trasmissione, che aveva cambiato nome e si chiamava Vetrine, veniva annunciata con un “è di Elda Lanza.  A testimoniare che l’autore ero io, come sono sempre stata di tutte le mie trasmissioni.

Una sera, a Roma, forse l’anno successivo, ero in un bar di Via Veneto con alcuni giornalisti: uno di loro mi ha chiesto come ci ero capitata in TV.

Ho risposto: per caso.

Il giovanotto, che era accanto a me e che non conoscevo, ha fatto una smorfia. “Il caso è quando Dio lavora in incognito”: era Ennio Flaiano, e questa frase l’ho ripetuta mille volte. Io non ero andata in TV per caso, ma scelta sulla rivista Grazia dal direttore dei programmi TV, perché scrivevo bene. Avrei dovuto scrivere i testi per una presentatrice che stavano cercando e che sarebbe stata bellissima. Hanno scelto me, perché ero carina, abbastanza colta (facoltà di filosofia, ultimo anno), avevo una bella voce (secondo il regista Franco Enriquez, presente ai provini), perché non mi perdevo nel solito bicchier d’acqua. Dopo quattordici provini, un signore alto, bello ed elegante, mi ha stretto la mano: “Capisce anche di calcio?”. Mortificata ho risposto di no, meglio Kant. Lui ha sorriso: “Menomale, altrimenti avrei dovuto cambiare mestiere, lei è fantastica”. Era Niccolò Carosio e così ho saputo di essere stata assunta.

Da allora e per vent’anni, oltre mille trasmissioni, anche due nello stesso giorno, cambiandomi d’abito in macchina, se dovevo spostarmi per esempio a Torino per intervistare Macario in teatro o il principe Totò con Anna Magnani. Che mi guardavano stralunati: perché parlavo a una lucetta rossa e senza copione. Un mostro, più o meno.

Un periodo entusiasmante, come spesso avviene tra persone che non si conoscono, che vengono da mondi diversi con lo stupore di quello che stanno facendo. Dario Fo e Giustino Durano, spassosissimi nelle loro gag mute. Lelio Luttazzi al pianoforte, dallo stile impeccabile. E tutti gli altri, impossibile ricordarli tutti senza far torto a qualcuno, ai quali sono grata di avermi sopportata diversa, insegnandomi a divertirmi. La mia ammirevole naturalezza mi veniva da Dario Fo: “Tranquilla, tanto non ti vede nessuno…”. Mi sono spaventata la prima volta che ho visto le antenne sui tetti di Genova e quando una signora mi ha riconosciuta al supermercato. Ero cresciuta.

Sono stati anni difficili, perché stavamo imparando uno stile diverso dal teatro e dalla radio, che li univa. Dovevamo imparare gesti e toni che non ci erano abituali.

Imparare a misurare i sorrisi, le parole, alcune proibite come “vendita all’asta” che diventava ‘all’incanto’. “Membri del Consiglio”. E altre sciocchezze, nelle quali cascavamo inavvertitamente ma che suor Pasqualina, esperta televisiva del Papa, al telefono ci rimproverava suggerendoci maggiore attenzione, per rispetto.

Anche i nostri abiti erano rispettosi. Io avevo inventato il tailleur “alla Lanza”: cambiavamo giacca o camicetta, io andavo in pantaloni, ma non ci riprendevano mai sotto la cintola. E nessuna scollatura a ‘culetto di bambino’ come usa oggi con imprevedibile seno strizzato e offerto: bottoncini chiusi sino alla gola.

Ci imbarazzava? Assolutamente, no. La nostra vita privata non era molto diversa. Quando sono rimasta incinta di mio figlio Massimo, al quarto mese ho salutato tutti e mi sono ritirata a vita privata. Normale. Oggi è normale esibire la pancia nuda. Sono riapparsa un anno più tardi con Avventure in libreria, la mia trasmissione del cuore. Raccontavo ai ragazzi i libri di Calvino, di Buzzati, di Rodari… poche favole ma libri che rimanevano nel cuore. Come Il Piccolo Principe che ora, finalmente, ritorna.

Quando ho smesso di divertirmi ho capito che la mia storia con la TV era finita: ho salutato tutti, ho chiuso una porta e me ne sono andata. Non l’ho mai rimpianto.

L’AUTRICE – *Elda Lanza è in libreria con il suo ultimo romanzo La bambina che non sapeva piangere, pubblicato da Salani.

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