"La rampicante", terzo romanzo di Davide Grittani, giornalista e scrittore, racconta della piccola ma eroica epopea di Riccardo Graziosi - Su ilLibraio.it un estratto in anteprima

Nelle Marche, sospese tra Medioevo e terzo Millennio, la storia di una famiglia come tante, apparentemente. Una famiglia che sotto il tappeto dei formalismi e delle ipocrisie seppellisce segreti, menzogne, meschinità, e persino un po’ d’amore.

Riccardo è un figlio che si ribella alle logiche del branco, Edera è una “bambina rampicante” che sente delle voci (nella testa) e inconsapevolmente dispensa saggezza, Sor Cesare: un padre che esercita la propria egemonia comprando l’affetto di chi lo circonda.

La rampicante (Liber Aria Edizioni), terzo romanzo di Davide Grittani, giornalista e scrittore nato a Foggia nel ’70, racconta della piccola ma eroica epopea di Riccardo Graziosi, la sua avventura umana dai 15 ai 30 anni. Un frammento di vita trascorso a implorare comprensione e a inseguire la vendetta, inciampando continuamente nei rami dell’edera: simbolo del destino che non accetta compromessi, che seppellisce ogni cosa come fosse una rampicante.

Quello di Grittani è un romanzo sull’importanza del dono, su com’è difficile riuscire a riconoscerlo, su com’è arduo riuscire a meritarlo e infine su com’è categorico dimenticarlo. Una storia sull’incapacità, degli uomini, di rendersi conto del privilegio che gli è stato concesso attraverso la vita. Un viaggio dentro sé stessi che sovrappone tutti gli strati della tragedia shakespeariana: la verità, l’amore, il ceto sociale, l’avarizia, l’inganno, l’avidità, la paura del prossimo, la vendetta.

L’autore dal 2006 al 2016 ha curato la prima mostra internazionale della letteratura italiana tradotta all’estero Written in Italy, che ha raccolto ed esposto (in 16 Paesi di tutti i Continenti) una biblioteca di oltre 3200 traduzioni in rappresentanza di 800 autori italiani dal 200 ad oggi, 56 lingue e 24 alfabeti: per Written in Italy si è aggiudicato il Premio Maria Grazia Cutuli 2010.

Grittani ha pubblicato il romanzo Rondò. Storia d’amore, tarocchi e vino (Transeuropa, 1998) e E invece io (Biblioteca del Vascello ,2016) presentato in concorso al Premio Strega 2017.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto in anteprima

Il pranzo di Natale

25 dicembre 2001

L’adunata del pranzo di Natale era sempre stata una faccenda riservata ai soli Graziosi. Per tradizione chiunque si trovasse a tiro – famigliari, congiunti, amici coi quali non si vedevano da anni – non era ammesso a quell’eucarestia: un modo per ricordare, innanzi tutto a sé stessi, che avevano sofferto la fame, che erano stati poveri in un modo troppo doloroso per poterlo raccontare; e per rinunciare a ogni rito senza doversi giustificare con nessuno, rifiutando la perversione della bontà, l’ossessione dei regali, la montagna di cibo consumato per noia e non per necessità. Il fatto che la fortuna gli avesse sorriso mostrando per intero la dentiera, non li autorizzava a dimenticarsi da dove venivano.

Sor Cesare, così chiamavano il capo famiglia: ossequiosamente, biascicando la devozione dei provinciali nei confronti di chi ce l’ha fatta. Sor Graziosi, chissà poi perché, dal momento che non possedeva alcuna manualità, né rurale né artigianale né di altra natura. In cos’era sor, Cesare Graziosi? Sapeva attrarre i soldi, esercitava un’irresistibile seduzione verso ciò che aveva valore materiale, e una volta che ne entrava in possesso riusciva a moltiplicarne capitale, ricavi e prospettive. Inspiegabilmente, a un certo punto della vita, aveva cominciato a essere inseguito dal denaro, ma correndo il rischio di sembrare ridicoli dovete sapere che anche quella – col tempo – diventa una malattia: ci si ritrova a invocare l’arrivo di figli, salute e magari felicità, mentre il destino spedisce sempre e solo banconote. Per Sant’Elpidio sor Cesare era anche il papà di Riccardo e Isabella. Statura media, aspetto comune agli uomini sopra la cinquantina, caratterizzato da occhi gonfi e spessi come quelli delle rane, sopracciglia e capelli talmente folti che in paese s’insinuava li avesse trapiantati. Indossava camicie attillate, inadatte a nascondere un ventre troppo sporgente per la sua età. Faceva l’agente di commercio, rappresentava aziende calzaturiere ma quando poteva si occupava anche di altro. Risolveva problemi, grazie all’epica involontaria dei marchigiani e allo zelo appiccicoso dei campani. I suoi erano emigrati nelle Marche quando aveva quattro anni, se n’erano andati via da Napoli per fame, compiendo il “viaggio dei due mari senza mai toccare l’acqua” come amava descriverlo. Dal Tirreno all’Adriatico via terra, passando “da una vita di stenti a una di sacrifici”. E avevano avuto ragione, poiché i genitori di Cesare erano riusciti a riscattare la loro generazione e ad assicurare una solida base di partenza a quelle successive. Una base che Cesare seppe trasformare in benessere, prima raddoppiando l’eredità della moglie, poi facendo attenzione a non esibire (quasi mai) i frutti del lavoro e dell’astuzia.

Per fotografare la famiglia che stava mettendosi a tavola, occorre però fare le scale al contrario. Tutto cominciò nel 1986, quando Cesare e sua moglie Giovanna presero coscienza dell’impossibilità, più o meno certificata, di avere figli. Quelle cose che restano sfocate sulle quinte della vita, misteri che i medici spiegano e non spiegano, quando per la natura sarebbe tutto a posto ma la gravidanza resta un dono di cui non si è ritenuti all’altezza. Da lì la decisione di ricorrere all’adozione. Un percorso lungo e pieno di incognite che Cesare tentò di semplificare alla sua maniera, corrompendo un po’ di burocrati e risparmiando alla moglie commenti su cui avrebbe trascorso giornate intere a farsi del male. La scelta ricadde su un bimbo piccolissimo, avrà avuto sei o sette mesi, con in testa tanti capelli nero corvino e un neo a forma di mandorla sul lato del cuore. Ma fu davvero un percorso lungo, a tratti una supplica, uno strazio che sembrò seppellire ogni residua speranza di arrivare, prima o poi, a una gravidanza. Invece, due anni dopo l’adozione di Riccardo, quando i Graziosi stavano assumendo le sembianze di una famiglia allenata alle abitudini, Giovanna fece una telefonata che avrebbe cambiato la vita di tutti.

«Cesare torna a casa, presto. Una cosa bellissima!»

«Ch’è successo? Come faccio a torna’?» rispose col tono con cui la quotidianità respinge i miracoli.

«Ti dico torna, appena puoi».

«Insisti Giova’, non ce la faccio. So’ fuori paese, chissà quando mi libero…»

«Sono incinta Cesare, incinta!» e scoppiò a piangere. Un pianto inconsolabile, di liberazione e d’accusa, di speranza e pentimento. Già, pentimento. Per non aver avuto pazienza, per non aver avuto abbastanza fede, per aver creduto di potersi meritare soltanto Riccardo. Da quel momento Giovanna protesse quella pancia come i beni di famiglia, come i gioielli che si assicurano contro l’usura dell’eternità. Cesare, invece, senza rendersene conto cominciò a tracciare un cerchio intorno a sé, alla moglie e alla bambina che stava arrivando. E che decisero di chiamare Isabella, come la sovrana delle cose impossibili. Un cerchio dentro cui non c’era posto anche per Riccardo, come quelle feste in cui, se guardi bene, trovi sempre uno taciturno, solitario, diverso perché all’oscuro dei codici del branco. Così fu allevato Riccardo, ai margini dell’epifania con cui per anni celebrarono l’arrivo di Isabella. E così crebbe, convinto che quella distanza fosse comune ad altre famiglie, mentre la sua infanzia veniva violata da un amore residuale.

«Dio che accompagni il nostro cammino, assegnaci il destino che meritiamo, facci vivere nella verità. Ti ringraziamo per questo cibo, e provvedi per chi non ne ha…»

I ragazzi prendono le preghiere alla lettera, specie quando agli adulti sfuggono parole solenni come verità, giustizia e dignità. Vaglielo a spiegare che sono fatti così, che ogni tanto hanno bisogno di pronunciarle pur sapendo di non potersele permettere. Subito dopo il “buon Natale” che Giovanna, Cesare e Isabella pronunciarono in coro, Riccardo trovò la forza di aggiungere «Caro Dio, visto che devi indicarci la verità, per favore potresti cominciare dalla mia?»

«Riccardo, che stai dicendo» trasecolò il padre.

«Quello che ho detto» insistette cambiando colore. Gli succedeva quando sentiva gli sguardi degli altri su di sé, le impurità della pelle s’infiammavano all’improvviso tradendo l’origine di un coraggio ancora acerbo.

«Ancora, ma che stai dicendo?» chiese Cesare.

«Devo saperlo, ho il diritto di saperlo!»

Isabella sembrava spaventata, come se non sapesse, come se per anni non avesse fatto altro che chiedergli di “tenerla alla larga da quella storia”. Giovanna si voltò, negando al marito una ciambella che gli impedisse di affogare nell’ira. Impugnava le posate nevroticamente, chiedendo all’acciaio dei coltelli di prendere la parola al posto suo, di portarla via da quell’imbarazzo. Le spostava a destra e sinistra, quelle cose senza senso che si fanno quando non si ha niente da dire, e in tutti i posti si vorrebbe stare meno che lì. E allora anche cambiare posto al coltello, tagliare altro pane quando ce n’è in abbondanza, versare acqua in bicchieri stracolmi, può servire a riempire le attese, a spolverare la tensione. Cesare si ritrovò solo, come raramente gli era successo, inchiodato al muro da uno sconosciuto che non sembrava più suo figlio.

«Ma guarda questo, ma che devi sapere?» ripeté.

«Quello che c’è da sapere…»

«Riccardo, la pianti?»

«Lo voglio sapere! Di chi sono figlio, io?» supplicò il ragazzo. È difficile che una domanda del genere incontri risposte altrettanto dirette, a qualsiasi latitudine e a qualsiasi età. Men che meno nelle Marche. Terre straordinarie, intendiamoci. Capaci di mescolare come poche altre lavoro e silenzio, solo che qui il lavoro non è mai mancato mentre a un certo punto il silenzio ha cominciato a valere più dell’oro. Una specie di dottrina, e raramente si trova qualcuno disposto a rinnegarla per amore della verità. Giovanna divenne una sfinge, avrebbe voluto scomparire dentro le spalle piccole che da anni reggevano quel segreto.

«Ma vedi se a Natale dobbiamo intossicarci così, a parlare di queste cose» Cesare batté i pugni sul tavolo, dando l’impressione di volerlo spaccare a metà. Le posate saltarono fuori dalle garitte dei tovaglioli, in cui erano state sistemate. Sembrarono parlare tra loro come al cambio della guardia, consultarsi sul da fare, se fosse stato meglio proporre un rumore strategico, un accidenti qualsiasi per chiuderla lì, prima che fosse troppo tardi. Un inciampo, piuttosto che starsene senza dire niente. Perché le forchette sanno delle nostre mani cose che non immaginiamo, leggono l’energia che le attraversa prima che si traduca in azioni. Ma ormai il pranzo era andato, e rovinato per rovinato Riccardo pensò che avrebbe dovuto proseguire. Ora che erano lì, ora che forse se l’aspettavano anche i suoi.

«Lo devo sapere, o me lo dite voi oppure…» lo interruppe la terribile sberla che lo raggiunse sulla guancia sinistra, l’unico modo per impedirgli di avventurarsi in un argomento da cui non c’era modo di uscire. Cesare si produsse in una serie di invettive, non solo e non direttamente rivolte a Riccardo, ma più in generale «a questi ragazzi d’oggi, ingrati, arroganti, che vogliono sapere tutto senza conoscere niente, senza portare rispetto ai genitori. Che se io avessi detto una cosa del genere a mio padre, adesso le ossa si contavano sulle dita».

Isabella si sollevò di scatto, seccata da una discussione che non le apparteneva. Giovanna tornò a favore di tavola, intenta a levare i piatti che nessuno aveva toccato, col viso solcato dalle lacrime e la trincea dei guai scavata sotto gli occhi. Ecco, pensarono le forchette col manico rosso delle feste: ecco, ci siamo. Come in quelle fiabe in cui gli oggetti prendono vita, quasi sempre all’alba di una tragedia. Cesare perse il controllo, ogni tanto gli succedeva a causa della malattia che non sapeva d’avere e del carattere incendiario ereditato dal padre. Afferrò la tovaglia con tutto ciò che conteneva, la sollevò di peso e la rovesciò per aria con la forza disperata di chi dovrebbe spiegare ma non vuole, mandando per le nuvole bottiglie, piatti, bicchieri vuoti e pieni, tovaglioli, le posate appunto, oliera e vino delle cantine del Fermano. Tutto rimase sospeso per pochissimi secondi, opponendo una certa resistenza alla gravità, nuotando nel vuoto come il cibo liofilizzato degli astronauti, poi cadde rovinosamente a terra, sulla tavola, sulle sedie, qualcosa anche addosso a Riccardo ma per fortuna senza conseguenze, mentre il vino s’incollò al muro della cucina dipingendo qualcosa di astratto e inquietante.

«Andate affanculo, voi e chi vi vuole bene, disonesti, comunisti e manica de’ stronzi» sbroccò Cesare. «Non vi voglio vedere, né mo né mai» e si barricò dentro la camera da letto, dove trascorse il resto di quel Natale, tra l’incredulità di Isabella e le barricate di Giovanna. Riccardo invece rimase col muso incollato alle scarpe, nessuno gli aveva risposto e a pensarci bene quel teatro era la peggiore delle ammissioni possibili. Sua madre tentò di consolarlo, raccogliendo il suo dolore inascoltato. Poi si diede da fare per pulire tutto al meglio che poteva, nel tentativo di cancellare le tracce della collera, di restituire dignità alla casa.

Alla casa. Perché le stanze dell’ossigeno non si rassettano, e il gelo che le invase era impossibile da adunare. Il silenzio così vuoto che fischiavano le orecchie. Giovanna si consegnò alla tivù con l’intenzione di seppellire quell’incubo, ma che non fosse giornata lo capì quando, in una trasmissione che doveva essere popolare, comparve un genovese dallo sguardo irrisolto. Avrebbe dovuto suonare musica leggera, una cosa non impegnativa che aveva a che fare col bisogno di cambiar aria. Ma a un certo punto della canzone si udì: Ognuno ha una coscienza segreta, con cui fa il pranzo di Natale…

(continua in libreria…)

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