Su IlLibraio.it un estratto da "In silenzio nel tuo cuore", scritto dall'autrice, al debutto, a soli 15 anni

Alice Ranucci, liceale romana 17enne, sin da piccola amava raccontare storie. E ha convinto la Garzanti con il suo primo romanzo, scritto all’età di soli 15 anni: In silenzio nel tuo cuore. Il libro racconta la storia della 16enne Claudia, che ha ben presto imparato che il liceo è una giungla in cui vince il più forte, in cui non c’è spazio per la sua timidezza e insicurezza. Un po’ di trucco, uno sguardo sfrontato e in un attimo fai parte del gruppo dei ragazzi che contano: superiori e vincenti. Ed è proprio lì che Claudia vuole arrivare. Perché essere diversi non porta da nessuna parte, se non a sentirsi sempre più soli. Perché quello è il mondo a cui appartiene Rodrigo, irraggiungibile che non si lascia scalfire dai sentimenti: il più ammirato della scuola, il più temuto, il più prepotente. Lui così diverso dal ragazzo che Claudia avrebbe immaginato accanto a sé…
Ma all’improvviso la vita la mette davanti alla prova più difficile, e niente può essere come prima. La sua realtà si infrange in mille pezzi, come le sue emozioni a cui non sa dare un nome. Ogni cosa intorno ora appare falsa e inutile. Ogni persona è diversa da come la immaginava. Anche quelli che pensava fossero amici. Anche Rodrigo. Persino lei stessa.
Senza più nessuna certezza, Claudia scopre che crescere vuol dire guardarsi dentro per davvero, senza falsi alibi. Vuol dire decidere chi si vuole diventare e tracciare il proprio percorso. Sicuri che c’è sempre la possibilità di sbagliare, di scegliere, di fermarsi e ripartire. L’importante è guardare sempre l’obiettivo, ascoltare il proprio cuore e non tradirlo mai.

Ranucci

Un esordio subito ben accolto dalla critica: la scheda e le recensioni

 

Leggi su IlLibraio.it le prime pagine dal romanzo
(pubblicato per gentile concessione di Garzanti)

1.

Vomitavo. Ubriaca. Come ogni weekend. Rieccolo. Il solito maledetto putrido escremento di chissà che cosa stava precipitando fuori dal mio stomaco per uscire ancora intonso direttamente dalla bocca.

La fogna. Ecco cos’era quella bocca. La mia dannata fogna.

Sappiatelo: la maggior parte degli escrementi umani vengono scaricati fuori da lì. Dalle parole che rigurgitiamo come vomito invece di fermarle in tempo. Parole che dovresti tenerti dentro finché non senti l’eco delle loro urla dissolversi, e invece eccole, te le ritrovi davanti agli occhi, a fissarti, a deriderti, a dirti che ormai sono uscite, non puoi farci più niente, cosa vuoi?

Così vomitavo, quella sera.

Ubriaca.

Come ogni weekend.

E vomitando rovesciavo fuori dalle viscere tutte le parole che non avrei mai dovuto pronunciare, e poi rovesciavo la mia cena, il vino rosso, tutto quel vino che non avrei mai dovuto bere, così adesso non sarei stata intrappolata nella peggiore figuraccia della mia vita di sedicenne.

Giancarlo, mio amico da sempre, con quel suo fisico esile, il viso angelico, mi reggeva i capelli, e io sboccavo, e dopo ogni conato ridevo, ridevo a crepapelle.

Avevo appena confessato. Avevo rivelato al mondo il mio segreto.

«Rodriigoo, amo Rodriiigoo», avevo urlato, come se ad ascoltarmi ci fosse solo il buio, e non un gruppo di persone avide di segreti da divulgare e su cui spettegolare.

Eh già, Rodrigo, il mio amore, unico, immenso, eterno. Rodrigo, tre sillabe e un suono irresistibile, metà del suo fascino. Maddài, pronunciatelo: Rodrigo. Era già tutto nel nome. Era lui. Era il duro, il vincente, quello pronto a spaccare il mondo in due.

«Amore, hai sgravato.» La voce sarcastica di Giorgia, e intanto io ansimavo, tentavo di recuperare fiato, mi afflosciavo sulle gambe fragili.

Infine atterrai sul marciapiede. La strada era umida e deserta. Appena qualche macchina, e un fascio di fari ogni tanto ritagliava brevemente le sagome di ragazzini ubriachi buttati per terra, e poi di nuovo il buio. Eppure eravamo lì per farci guardare, tutti noi. Almeno quello era il mio scopo, dare spettacolo, come forse quello dei miei amici. Osservare gli altri sapendo che gli altri osservavano noi.

Risposi a Giorgia con una risatina isterica. Poi un altro conato.

«Cazzo», urlò lei, «datti una regolata!»

La guardai in silenzio.

In bocca un retrogusto aspro, stagnante, puzzolente. Sigarette. Ma quante ne ho fumate?

Datti una regolata, dice lei…

Troppo tardi…

Del resto non mi importava niente di Giorgia, di quello che pensava.

Giancarlo… Sentii le sue piccole mani leggere su un fianco, mentre tentava di sorreggermi. «Dobbiamo portarla in spalla fino al bar.»

Suoni ovattati.

Ogni cosa era solo una ragione per ridere. Ridere, ridere, insensatamente. I sortilegi dell’alcol. I freni trasformati in acceleratori. Niente al mondo contava più di una risata. E ora, ragazzi, si paga il biglietto. Ora si sconta quello che prima non ci pensi mai. Le conseguenze. Quelle no, non ci avrebbero fatti ridere per niente, non sarebbero state piacevoli, si sa.

Riuscimmo a trovare un bar aperto, un miracolo a quell’ora, e ci sedemmo a un tavolo. Tentarono di farmi inghiottire limone e caffè, contemporaneamente. Un cameriere, lo sguardo disgustato, un borbottio fra i denti, non abbastanza silenzioso da non essere ascoltato: «Ma guarda questi ragazzi, ma come si fa a ridursi così!».

Controllai l’ora sul display del cellulare: le 3.30. E sotto quelle cifre inesorabili lampeggiavano messaggi. Quindici, forse. Però non ero in grado di contare. Mia madre. Chiedeva, indagava, blandiva, implorava, ringhiava, minacciava, in un crescendo. L’ultimo il più breve, il più agghiacciante: Chiamo la polizia.

La polizia.

Attesi il formicolio che di solito mi assale nelle situazioni di panico, e mi paralizza, e mi blocca qualsiasi movimento, del genere morte apparente. Niente formicolio. Non arrivò.

Allungai il telefono a Giorgia con un sorriso ebete. «Guarda!»

Lei era meno ubriaca di me, abbastanza da riuscire a sobbalzare.

«Cazzo, dobbiamo portarla a casa, se no a questa la cerca la pula, ce la manda la madre!» si agitò, isterica.

«Ma io sono ubriaca!» segnalai, come fosse una rivelazione.

«Lo sappiamo… ma devi tornare di corsa», disse Giancarlo.

Giancarlo… sempre carino con me, sempre accogliente, sempre paziente, anche nei momenti in cui avrebbe avuto ottime ragioni per uccidermi. Giancarlo… che aveva provato a baciarmi l’estate precedente.

La mia memoria, sebbene confusa, prese a sgranare le sequenze del film di quella sera. Lui che mi accarezza il viso lentamente, senza fiatare, senza il coraggio di pronunciare una parola, nella speranza che parli io. Ma il vuoto resta vuoto. Ed ecco che lui, per riempirlo, si allunga verso di me. Ora cerca di baciarmi…

Ne uscì con cinque dita piazzate sulla guancia.

Non che volessi fargli male, figuriamoci, ma la mia reazione purtroppo fu istintiva e inesorabile. Da allora Giancarlo si era limitato a starmi alla larga. Salvo che nei momenti di difficoltà. Quando serviva c’era sempre.

Adesso mi sorreggeva con un braccio, e lentamente mi scortò fino alla macchinetta.

«Ci penso io.» Liquidò così Giorgia, la quale del resto non vedeva l’ora di scappare a gambe levate.

Mi aiutò a sistemarmi sul sedile di destra e si mise alla guida.

«Spostati, devo guidare io!» intimai, con voce strascicata. «Mamma dice sempre: “La macchinetta l’ho comprata a te, e la guidi solo tu, se no m’incazzo!”» motivai, impastando le parole.

«Non penso sia umanamente possibile farla incazzare più di così. Ora sta’ buona, che se vuoi almeno arrivare viva a casa è meglio che guidi io.»

«Tanto morirò comunque, dopo», borbottai aprendo il finestrino.

Mi accasciai sulla portiera lasciandomi abbracciare dall’aria, lasciandomi cullare dal borbottio assordante della macchinetta, e tutto intorno a me si dissolse nel nulla della notte.

Mi svegliò una brusca frenata e vidi il portone di casa mia incombermi addosso come la porta dell’inferno di Dante sui dannati. Quasi sentivo l’urlo delle anime in pena.

«Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate…» declamai, sempre ridendo. Giancarlo fece una smorfia, disgustato. Poi appoggiò le mani sulle mie spalle senza distogliere il suo sguardo dal mio.

«Ora mi devi ascoltare bene, hai capito?»

Annuii.

«Tua madre è furiosa, se entri e ti vede in queste condizioni è la fine, quindi cerca di correre subito in camera e buttarti a letto, va bene?» ordinò con intonazione responsabile e sguardo severo.

«Scialla», risposi io, ridendo, ovviamente. Lui non rideva. Fissò il vuoto in silenzio, immobile, per qualche istante.

«Non ti riconosco più, Claudia… tu non eri così…» Il tono malinconico, pieno di rimpianto. Come parlasse di un morto. Nostalgia, emozione, un po’ di dolore.

Ma io feci spallucce.

Chissenefrega di Giancarlo.

Io non rispettavo nessuno.

Forse non era l’alcol a rendermi così, forse lo ero già prima, oppure lo ero diventata e basta, chi lo sa. A un certo punto tutte le mie certezze avevano preso a vacillare: ero al liceo. Improvvisamente cose irrilevanti erano diventate fondamentali. Come mi vestivo, come mi truccavo. Con chi uscivo. Dove andavo. Dovevo avere tutti ai miei piedi, dovevo essere in cima, guardata, ammirata, oltre tutti quelli che cercavano di sorreggermi, come lui, come Giancarlo. Io mi reggevo da sola.

Così non risposi, lo abbandonai come un cucciolo bagnato sugli scalini del portone e fui inghiottita dall’entrata nella città dolente.

Mi aspettava l’inferno, questo era scontato. Ma ignoravo che stavo per raggiungerne solo il primo girone.

Tirai fuori le chiavi e aprii la porta con la lentezza e l’agilità di un orso. Mi sembrò di essere stata silenziosa, anche se forse la percezione dei miei movimenti, in quel frangente, subiva variabili di chissà quale portata. Sebbene fossi entrata di soppiatto, il pavimento, per motivi che mi parvero arcani, scricchiolava rumorosamente al mio avanzare. Sebbene mi concentrassi con estrema cautela sulla leggerezza dei miei passi, nel mio incedere – non molto aggraziato – si verificò un imprevisto: una clamorosa collisione con il comò sul quale era piazzato un vaso di ceramica regalato anni prima dalla nonna. Ci sono momenti in cui tutto si ferma, e tu capisci che è giunta la fine, e ne osservi le sequenze muoversi quasi al rallentatore.

Ecco, la fine era giunta: il vaso si frantuma sul pavimento di legno. Un tonfo assordante.

«Claudia?» sentii urlare dalla voce di mia madre. «Claudia, sei tu?»

Stridula, allarmata, sconfitta. Quasi mi fece pena.

Me la trovai davanti, senza scampo.

«Ma che fine hai fatto?»

Mi guardava, incredula.

«Sei impazzita? Ma lo sai che ore sono? No, dico, ne hai la minima idea? Le quattro!! le quattro del mattino!»

La osservai con la curiosità di un entomologo, come se si trovasse dietro un vetro.

No, così arrabbiata decisamente non l’avevo vista mai. Non riuscivo a risponderle… La bocca era impastata, le parole ferme in gola.

«Ma dico, almeno un messaggio non lo potevi mandare? Tu non sai come sono stata, e se ti fosse successo qualcosa? Qualsiasi cosa, io… io non ci posso pensare.»

Si coprì la bocca con la mano, come a ricacciare indietro l’angoscia.

Una lacrima cominciò a scivolarle sul viso. Una sola.

E poi un’altra, e un’altra ancora, e ora piangeva a dirotto, singhiozzava. Si avvicinò per abbracciarmi assecondando una specie di istinto felino, cercava di rassicurarsi, e intanto io…

Io rimasi immobile.

Io stavo sprofondando nel buco nero dentro me stessa.

Io stavo raccogliendo quel che restava delle mie emozioni andate in pezzi.

Io mi stavo chiedendo: come potrebbe andare, peggio di così?

Poi lei mi annusò come un cane antidroga lanciato in mezzo a una banda di pusher colombiani.

«Che schifo!»

Adesso urlava.

Mi respinse, indietreggiò.

«Puzzi…! Puzzi di alcol, puzzi di fumo, puzzi… di vomito.»

Si prese il volto bagnato tra le mani.

«E hai anche guidato! In queste condizioni.»

“No non è vero”, dissi a me stessa, “ha guidato Giancarlo.” Ma ero troppo ubriaca per fornire spiegazioni. Pensai solo che la sua voce fosse davvero diventata stridula.

E allora cominciai di nuovo a ridere.

Ridevo perché ero ubriaca, ridevo perché ero disperata, ridevo perché volevo piangere, ma le sue lacrime bastavano per tutt’e due.

Lei tutto d’un tratto si paralizzò.

Smise di piangere, di parlare, di urlare, ma fu peggio. Fu come se volesse dirmi: non vale più la pena.

Mi voltò le spalle. Non mi guardò più.

Si diresse lentamente verso la sua camera da letto. Chiuse la porta. Sparì. Rimasi sola.

Sbadigliai.

Adesso, a un tratto, ero solo molto stanca e molto annoiata… tutte quelle stupide scenate per un po’ d’alcol, che sarà mai stato!?

Gli adulti!

Sempre tragedie, sempre a esagerare. Devono essere nati così, già vecchi, già sbagliati, già fissati.

Sbadigliai di nuovo, scrutando con disinteresse i dettagli del salone di quell’attico dal lusso antico, le tende di broccato, i divani di seta dai colori coordinati, i quadri ottocenteschi. E come sempre mi sentii soffocare. Odiavo quella casa. Mi ricordava quella me di prima, quella tanto amata, tanto sola. Ero bruttina, insicura, avevo una sola amica. Ma ora no, ora mi vendicavo della vita, e di mia madre che non accettava questa versione di me. La odiavo quando tentava di controllarmi come una bambina. Ero grande io, possibile che non se ne rendesse conto? Mi gestivo da sola ora…

Scavalcai i cocci di ceramica, e raggiunsi la mia camera.

Il letto, il piumone spesso e morbido che sotto ci sprofondi. Un’ode al sonno.

E finalmente mi lasciai cadere in quella spuma, così com’ero… ancora vestita, ancora truccata, ancora libera.

 

© 2015, Garzanti S.r.l., Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

(continua in libreria…)

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