"Il mestiere dello scrittore mi è sempre sembrato una via di mezzo tra quello dello scienziato e quello dell'esorcista..." - Intervista del Libraio allo scrittore ed editor

Al centro de “La ferocia” (Einaudi), il nuovo, potente romanzo (da premio…) di Nicola Lagioia, scrittore barese classe ’73, c’è il “crollo”, dalle conseguenze drammatiche, di una famiglia di palazzinari pugliesi, i Salvemini. Clara, la secondogenita, viene ritrovata morta. Si pensa a un suicidio, ma la terribile fine di questa ragazza nasconde altri misteri e altre tensioni…

Al tempo dell’ascesa del self-publishing gran parte degli scrittori pubblica libri in serie. Lei, invece, dopo l’esordio del 2001 (“Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj”, minimum fax) e “Occidente per principianti” (Einaudi, 2004), ha atteso più di 5 anni dall’uscita di “Riportando tutto a casa” (Einaudi, 2009) prima di tornare in libreria. Non a caso, nella nota finale, parla di anni “complicati” che la scrittura de “La ferocia” ha richiesto… Perché è stato così difficile lavorare a questo libro? 
“Sono uno scrittore lento, ci metto tempo per mettere a fuoco le mie urgenze più eclatanti e i miei bisogni più profondi. Quello che più desidero scoprire è quello che più temo di portare alla luce. Il mestiere dello scrittore mi è sempre sembrato una via di mezzo tra quello dello scienziato e quello dell’esorcista…”.

In che senso?
“Da una parte, hai a che fare con la tecnica, dall’altra con certi demoni privati. A questo aggiungerei un altro dato”.

Quale?
“Credo che scrittori e intellettuali debbano avere un approccio abbastanza diverso sulla pagina, anche quando coincidono con la stessa persona”.

Faccia un esempio.
“Quando scrivo un pezzo su un giornale o su un blog, intervengo su un fatto di cronaca, su un avvenimento politico, agisco in modo diverso rispetto a quando scrivo un romanzo. Da intellettuale, posso tracciare con la spada la linea che separa i buoni dai cattivi, quelli che ritengo siano nel torto e chi, sempre secondo me, naviga occassionalmente (il bene è l’eccezione) dalla parte del giusto”.

E da scrittore, invece?
“Devo calarmi nei panni di tutti i personaggi che popolano il romanzo che scrivo, anche i più spregevoli. Divento simile e fratello di tutti loro. ‘La ferocia’ è pieno di personaggi spregevoli, o che fanno cose spregevoli. Hemingway diceva che bisogna sempre aver vissuto ciò che si racconta. Secondo me non bisogna necessariamente averlo vissuto, bisogna però esserselo meritato. Se scrivo di un assassino devo calarmi nei suoi panni. Non devo necessariamente aver ucciso qualcuno in vita mia, ma (questo sì) devo andare a recuperare l’assassino che c’è in me, che esiste ma per fortuna è inattivo. Se descrivo un vigliacco, devo riacciuffare qualche mio passato atto di vigliaccheria, cose che ho fatto e di cui avrei dovuto vergognarmi. E’ un lavoro abbastanza duro sul piano emotivo. A questo si aggiunge un lavoro ancora più duro su lingua e struttura”.

Che obiettivi si era posto per “La ferocia”?
“Volevo che fosse un romanzo di grande intensità emotiva, ma anche molto leggibile, e al tempo stesso che si servisse di tecniche di incastro narrativo e drammaturgia efficaci, al tempo stesso inattuali e modernissime. Per farlo, ho lavorato quattro anni senza pause. Non ci sono stati sabati, domeniche, non c’è stato Natale, Ferragosto, sentivo proprio il romanzo tra le mani (la sua energia, una forza che non avevo mai avvertito così forte) e non volevo mollare l’osso fino alla fine. Unica pausa: il mio matrimonio. In Grecia, venti giorni, nell’estate del 2012. Poi di nuovo corpo a corpo con Vittorio, Clara e Michele Salvemini. In più in questi anni intorno a me è successo di tutto. Persone care che hanno tentato il suicidio. Persone ancora più care che si sono ammalate. Crolli economici, di tutto. Ho scritto ‘La ferocia’ come risposta a tutto questo, come fosse proprio una questione di vita o di morte, e in un certo senso lo è stata.”.

Un ruolo importante nella trama lo ha Michele, il fratellastro di Clara, la “pecora nera” della famiglia, che torna da Roma per indagare sulla fine della ragazza. Colpisce il modo in cui racconta il legame morboso tra Michele e Clara (non mancano i riferimenti letterari in proposito…). Cosa c’è di Nicola Lagioia in questi due personaggi?
Tutto. Clara e Michele sono io. E’ il mondo che mi ha circondato durante infanzia, adolescenza, prima giovinezza. Michele ha sofferto di problemi mentali, probabilmente una forma non devastante – ma invalidante sì – di schizofrenia, in certi casi la diagnosi non è così certa. Io di parenti con problemi mentali ne ho avuti in tutti i rami della famiglia (contando divorzi, seconde nozze, figli di coniugi subentranti in seconde nozze ecc., la mia famiglia non è composta da due rami, ma da tre, quattro, cinque, tutti afflitti da una certa luccicanza)”.

E Clara?
“Lei è un tipo particolare di ribelle. Un tempo si sarebbe detta una ragazza perduta (come Caddy Compson de ‘L’urlo e il furore’), ma le cose stanno in maniera un po’ diversa. Clara presta sempre il fianco. Avanza fieramente (ferocemente) a guardia bassa. Dà agli altri la possibilità di farle del male, cosa che puntualmente accade, fino alla distruzione. Potrebbe essere l’atteggiamento di una masochista, ma la sua strategia è più sottile, e per questa sottigliezza passa secondo me una potenza inaudita. Lasciando gli altri liberi di farle del male, Clara li mette sempre nella condizione di fare il contrario, cioè il bene. Che bene scegli di fare, se la strada del male ti è preclusa perché l’altro si difende egregiamente? Clara la strada del male la lascia aperta, sfida gli altri a scegliere (nella maniera più libera possibile) quale corno del bivio imboccare. In questo mondo, offre al mondo una speranza”.

Ci parli del legame tra Michele e Clara.
“La cosa per me più interessante è ovviamente il rapporto tra i due fratellastri, i due figli sbagliati, le bombe ad orologeria chiuse nel cuore della famiglia Salvemini. Loro odiano la propria famiglia, si riconoscono l’un l’altro, e stringono silenziosamente un’alleanza. Più che il rapporto ai limiti dell’incesto che hanno durante la loro adolescenza, è per me affascinante seguire i passi di Michele dopo che Clara muore. Michele indaga sulla sua morte, è un investigatore con le armi tutte spuntate, usa come bussola non la dea ragione ma la debolezza e l’equilibrio fragile (ma vibrante) della sua mente. E, soprattutto, Michele ha come spirito guida la sorella morta. Niente di soprannaturale, in questo. Noi siamo guidati dalle persone che più amiamo al mondo. Anche se non le vediamo più, sono lontane o sono morte. Le persone che abbiamo davvero amato, o con le quali abbiamo davvero sofferto, a un certo punto, senza che lo vogliano loro, e tanto meno noi, depositano in noi la loro forma. E’ proprio simile a una forma di vita autonoma che si sviluppa dentro noi, ci agisce, ci interroga, ci perseguita, ci guida. Così Michele indaga sulla morte di Clara avendo accanto proprio Clara. ‘La ferocia’ è dunque anche una storia di possessione, secondo me. Una cosa del genere accade ad esempio tra Heathcliff e Catherine in ‘Cime tempestose’“.

Lei vive a Roma ma è molto legato alla sua terra, la Puglia. Perché la maggior parte degli scrittori pugliesi – lei compreso – nonostante la Regione viva un momento positivo almeno dal punto di vista del turismo, tende a raccontare quasi esclusivamente il lato oscuro di questa terra?
“Perché, come scriveva Tolstoj, tutte le famiglie felici sono felici allo stesso modo, mentre ogni famiglia infelice lo è in maniera diversa. E anche perché nella Puglia da cartolina è difficile che accada qualcosa di narrativamente interessante. Non è solo il fatto che la Puglia è anche la regione dell’Ilva, di Punta Perotti, di certe aree del Salento in cui le percentuali di cancro ai polmoni sono tra le più alte d’Italia e non è ben chiaro certe discariche e certi rifiuti in quali falde acquifere rischino o stiano rischiando di finire. E’ anche una questione di esplorare una terra che per me è anche un meraviglioso continente. Per esempio la Puglia di Desa da Copertino (il santo che volava) e di Carmelo Bene. I giardini notturni intorno a Ostuni. I vari bronx di Bari, Taranto, Foggia. Le allucinazioni di fronte alle saline di Margherita di Savoia. Un’intera generazione di ragazzi ed ex ragazzi costretti ad andare via o già partiti. O lo struggimento (una sorta di ‘mal di Puglia’) persino di quelli che rimangono. Per non parlare delle voci dei morti, quelle provenienti dal passato. Le distese del Tavoliere sono concimate con le ossa di legioni di braccianti, e sorvolate dai loro spettri. Per sentire questa musica devi avere orecchio. E tutto questo, nella Puglia da cartolina, non c’è. La letteratura può invece raccontarlo, restituirlo”.

Dovremo attendere altri cinque anni prima di leggere un altro suo libro?
“Spero di no. Ho paura di sì”.

 

Nicola Lagioia - La Ferocia - Einaudi

 

Commenti