Incontro con Philippe Claudel autore di Le anime grigie ISBN:8879287036

Prima guerra mondiale. In un paesino a pochi chilometri dal fronte, risparmiato dalla guerra grazie alla riconversione di una fabbrica che esenta gli uomini dall’obbligo militare, una bambina viene assassinata in circostanze misteriose. Il pretesto poliziesco e la cornice storica lasciano presto emergere un ritratto spietato della provincia francese come specchio del mondo, un racconto morale sull’uomo e sul Male, e su come “si uccide molto in una giornata, senza nemmeno rendersene conto, con pensieri e parole”. Il racconto di genere rivela così una complessità e una profondità inattese, attraverso lo stile aspro, avvincente e poetico di un nuovo autore. Le anime grigie, grandel successo francese di lettori e di critica, è il primo libro di Philippe Claudel tradotto in Italia. Abbiamo incontrato lo scrittore a Milano, chiedendogli, a partire da citazioni prese dal suo libro, di confrontarsi con alcune delle possibili etichette che tentano di racchiudere le numerose sfumature del suo romanzo.

D. “La nostra città è così piccola che tutte le strade finiscono per incontrarsi”. Il suo libro è un ritratto sociale ma anche una riflessione antropologica.

R. Volevo fare il ritratto di una comunità. Auscultare i rapporti tra le persone: gli sguardi, le voci, i desideri di una piccola comunità. Il romanzo è una cronaca sociale, dove si incontrano notabili e gente comune, persone molto diverse che condividono uno stesso spazio. Il mio è un romanzo di osservazione: la mia verso un microcosmo e quella dei personaggi fra di loro. Sia io sia loro tentiamo di capire chi sono e cosa serbano nell’animo.

D. “Bisogna che apra il mistero a coltellate come se fosse una pancia”. Più che un poliziesco il suo sembra un racconto del mistero.

R. In effetti il mio è un romanzo del mistero, o meglio, dei misteri. La scrittura serve a questo: a mostrare il mistero della vita, delle anime, dei cuori. L’immagine della scrittura che mi convince di più è quella di uno scalpello che serve ad aprire, tagliare, sezionare il mistero della vita. La vita è una strana avventura. La scrittura riflette sul mistero non per risolverlo ma per tentare di gettarvi un po’ di luce.

D. “La guerra è il mondo sottosopra”. I rumori del “grande massacro” al di là della collina, le processioni dei morti e dei feriti, raccontano una contiguità fra vita normale e violenza bellica che appare molto attuale. Le anime grigie è anche un apologo sulla guerra?

R. La guerra è l’intrusione della follia nel mondo, l’irruzione dell’illogico. I valori sono ribaltati dalla guerra: ciò che è proibito (uccidere) diventa la regola, ciò che normalmente è un valore (la fraternità) è vietato. In questo senso la guerra è la vita all’inverso. Inoltre è il momento in cui il potere rivela il suo lato mostruoso: chi governa può abusare del suo potere e trascinare l’uomo in una caduta che è follia collettiva. Quando una popolazione fa la guerra è come se un uomo prendesse un coltello e si tagliasse a metà.

D. Il suo romanzo è al contempo una riflessione sulla scrittura. “È doloroso scrivere… Fa male alla mano e all’anima”, dice il narratore misterioso, e sempre più coinvolto, del suo romanzo. E ancora: “Procedo riga dopo riga come sulle strade di un paese sconosciuto e tuttavia familiare”.

R. Il narratore del mio libro soffre e scrive una sorta di confessione. Ma per me scrivere è un piacere. Non riesco a scrivere partendo dal dolore. Tuttavia la scrittura può essere un modo di trasformare il dolore, di esorcizzarlo. La scrittura somiglia a una cicatrice, è una pelle nuova che del dolore conserva la traccia. Anch’io all’inizio di un libro non so mai che cosa accadrà. Sono partito dall’immagine di una bambina morta, ma non sapevo fino alla fine dove questa storia mi avrebbe condotto. Io sono il mio primo lettore: se so già come una storia va a finire, non la scrivo nemmeno.

D. “Ognuno uccide ciò che ama”. Le parole del narratore echeggiano Oscar Wilde. Nonostante i toni cupi e una visione lucida della crudeltà del mondo, la sua può essere definita una storia d’amore?

R. Il mio è un romanzo d’amore per la donna e per le donne. Le donne sono per me la luce nella notte della guerra. Sono il lato umano dell’uomo. Inoltre, scrivendo, l’autore esprime il suo amore per i personaggi. Per tutti i personaggi. Non mi sento migliore di loro. L’amore, e la morte, il cui rapporto è fortissimo, sta alla base di tutta la letteratura. Il romanzo è come uno scrigno nel quale è condensato il sentimento amoroso, la relazione luminosa con l’amato. Tutto quello che ho scritto finora è un romanzo d’amore.

D. Il suo libro assume i contorni della tragedia: un mondo nel quale c’è “morte all’opera in ogni dove”. Le parole di Pascal lette da Destinat (nomen omen) disegnano questo orizzonte tragico: “L’ultimo atto è sanguinoso, per bella che sia stata la commedia e tutto il resto”.

R. I pensieri di Pascal hanno influito enormemente sulla mia formazione. Mi hanno influenzato non tanto la sua visione religiosa o la sua riflessione filosofica, quanto la sua analisi della condizione umana. Per questo il procuratore ha come livre de chevet proprio Pascal, che c’insegna che l’uomo è poca cosa ma anche depositario dell’umanità. Ogni uomo, per quanto piccolo, contiene la storia dell’umanità. C’è un rapporto fra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Quando muore un uomo, muore un deposito di umanità. Ogni uomo ha in sé la possibilità di scegliere fra il bene e il male, la tendenza ad essere angelo o bestia. Il mio romanzo vorrebbe, come la tragedia classica, riflettere sulla condizione umana in maniera cruda ed essenziale, gettare una luce violenta sui personaggi rivelando i tratti sublimi e quelli terribili dell’uomo.

A cura di Matteo Columbo

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