Una riflessione dedicata al piacere di leggere, ogni tanto, romanzi e saggi in lingua originale

È vero, in Italia ci sono validissimi traduttori, che riescono a far apprezzare grandi autori stranieri al pubblico nostrano. Prendiamo un esempio non legato alla narrativa, ma alla filosofia: la difficoltà di tradurre scritti di Fichte, Heidegger, o anche solo dei classici greci, è stata affrontata al meglio dai traduttori italiani nel corso degli anni. E allora perché ogni tanto è importante, e bello, leggere in lingua originale (ovviamente se si hanno le necessarie conoscenze linguistiche)?

Innanzitutto per assorbire a pieno le accezioni di un termine che è difficilmente traducibile nella propria lingua madre: prendiamo, ad esempio, il verbo play in inglese; significa tantissime cose, comprende la sfera del gioco, della musica, del comportamento, dell’etica… Un sinonimo non rende mai la totalità del mondo semantico racchiuso in quattro semplici lettere.

In secondo luogo, per la musicalità: un testo in lingua madre ha sempre un suono calzante, è come quando si ascolta una band suonare un proprio brano e poi un gruppo eseguirne la cover: qualcosa manca sempre.
La musicalità, specie nella poesia o nelle descrizioni, è fondamentale perché trasuda il pathos del testo e contemporaneamente ne struttura l’armonia e il ritmo.

Last, but not least: il contesto. Leggere, ad esempio, Dickens in lingua originale, ti catapulta nel grigiore delle strade londinesi e nell’umiltà dei dialoghi; in italiano, la resa è ottima, certamente, ma si perdono quelle che Ugo Foscolo definiva le idee accessorie, anche perché tradurre è un po’ tradire…

Oliver Twist. Fonte immagine: Wikipedia

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