Dalla vittoria del premio Campiello Opera Prima della raccolta di Francesca Manfredi, a numerosi altri libri di racconti che sono stati pubblicati negli ultimi mesi in Italia - Su ilLibraio.it l'approfondimento di Mario Baudino dedicato a un genere spesso discusso

Non è la prima volta che un libro di racconti, e cioè Un buon posto dove stare (La Nave di Teseo) di Francesca Manfredi, vince al Campiello, in questo caso per l’opera prima; ma si tratta di un evento raro, considerato che i precedenti, nel premio veneziano, sono rappresentati da Valeria Parrella, nel 2004 con Mosca più balena (Minimum Fax, sempre per l’opera prima) e Pino Roveredo con Mandami a dire (Bompiani) nel 2005 per il premio maggiore, diviso pari merito e con Antonio Scurati.

Sarebbe azzardato vedere nel risultato della Manfredi un segno dei tempi, perché forse come spesso accade l’evento è del tutto casuale; anche se è pur vero che corona una stagione dove l’abituale cautela degli editori nel pubblicare racconti – e l’altrettanto abituale freddezza nella ricezione dei libri, l’una a far da volano all’altra – si è quantomeno allentata, quasi che un maggiore spazio si stia aprendo in libreria.

Il racconto, che secondo la celebre frase “battesimale” di Edgar Alla Poe “offre indiscutibilmente un migliore terreno per l’esercizio del talento più elevato, di quanto possa offrire il più ampio dominio della semplice prosa” sembra vivere un suo periodo di particolare vivacità, e parliamo qui solo dell’Italia.

Nell’ultima annata abbiamo letto ottimi libri, per esempio I difetti fondamentali (Rizzoli) di Luca Ricci, False coscienze (Bompiani) di Matteo Marchesini o Spietati i mansueti (Gaffi) di Lisa Ginzburg, scrittrice di straordinaria e celata maestria per quanto riguarda la misura breve. Francesca Manfredi, docente in una scuola di scrittura, manovra a sua volta con abilità il materiale narrativo nel suo caso “americano”(scelta tematica che già fa pensare a una allusione più culturale che esperienziale, tanto che arriva inevitabile nelle prime letture il riferimento a Carver); e forse è proprio questa maturità artigianale che ce la rende, per qualche aspetto, a volte persino troppo compiuta.

Per fortuna intervengono le “sporcature”, come nel primo racconto dove l’insistere anaforico sull’aggettivo indicativo (soprattutto l’iterato “quella domenica”, ma poi quell’aiuola, quella casa, quella sera) affolla la pagina e resta in una sorta di ambiguità intenzionale. Non convincerebbe E. A. Poe, che ne fa una questione di stile e di perfezione quasi poetica, ma di sicuro non infastidirebbe Julio Cortazár, per il quale notoriamente “il romanzo vince sempre ai punti, il racconto deve vincere per knock-out”, ovvero usa un piccolo pezzo di realtà, il “little object” nella definizione di Henry James, per cavarne un’esplosione.

Cortazar propone un parallelo con la fotografia: in entrambi i casi si tratta di andare oltre la cornice, “più in là dell’aneddoto visivo o letterario contenuto nella foto o nel racconto”. E qui, quasi chiamato a un appuntamento, arriva in libreria un volumetto di Maurizio Assalto, che aveva esordito con un romanzo atipico e monologante Se verrà domani (Cairo) e ora invece propone, dichiarandoli ironicamente puri divertissement, i racconti brevissimi di Delitti così (Erudita edizioni). In una breve prefazione non si riallaccia a Cortazar – avrebbe potuto – ma a Delitti esemplari di Max Aub, deliziosa e terrificante raccolta tradotta negli Anni Ottanta da Sellerio. Esemplari sono a modo loro, anche quelli di Assalto: esemplarmente beffardi.

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 I suoi assassini uccidono per i motivi più futili, soprattutto per insofferenza estetica. Fanno saltare le cervella all’automobilista molesto o con furia gaddiana alla tipa che al ristorante “lavorava di stuzzicadenti, le mani a capanna davanti alla bocca”; il marito disturbato e impedito nel tentativo di suicidio spara alla moglie salvatrice in un crescendo pulp (“Dunque ne aveva”, osserva constatando come “brandelli di materia cerebrale” siano “schizzati dappertutto”); il manager che pontifica su «la nostra filosofia» e dice insistentemente «settimana prossima» fa doverosamente una brutta fine. I “delitti così” sono quelli che emergono dal subconscio, che potremmo commettere e anzi commettiamo ogni giorno quantomeno nell’immaginazione, desiderandoli per un attimo, dotandoli di realtà vissuta per qualche istante di privatissima pulp fiction.

Va da sé che dopo si sta meglio. Vogliamo considerarli terapeutici? No, è solo la prima conclusione, della quale è meglio non fidarsi. Perché nel libro soffia anche e soprattutto il vento dello spaventoso rancore collettivo che dilaga nel nostro mondo, dai social alla vita reale; la violenza quotidiana che sempre più fatica a sublimarsi. Tant’è vero che alla fine, invece di un racconto, c’è un’agenzia Ansa, sulla triste sorte della proprietaria di un pappagallo molesto. Al lettore il compito di interrogarsi su dove finisca l’esperienza fantastica e dove cominci quella quotidiana. Ammesso beninteso che si possa tenerle distinte.

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