Su IlLibraio.it il testo dell'intervento dello scrittore in occasione del Seminario di Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri. Tra i temi che affronta, anche il futuro della lettura

di Michele Serra

Due anni fa chiudevo con queste parole un breve intervento qui alla scuola librai: “L’ottimista è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pure farlo”. I due anni trascorsi non hanno concesso all’ottimismo grandi occasioni di riscatto: quello dell’ottimista rimane uno sporco lavoro, perché in tempi di crisi si tratta, in buona sostanza, di negare l’evidenza. L’ottimista è un truffatore. Se preferite l’eufemismo, è un interprete molto tendenzioso degli eventi in corso. E lo è, per giunta, perfino a dispetto della propria condizione personale, perché in genere l’ottimista si ritrova a stendere i suoi rapporti sorridenti sulla fine imminente della crisi con la parcella dimezzata in ragione della crisi stessa.

Per altro rimane intatta, e anzi prende sempre più vigore, la ragione principale che ci fa prendere decisamente le distanze dal sentimento opposto, che è il pessimismo. Il pessimismo è un atteggiamento talmente diffuso, oramai, da essere diventato del tutto simile a una manifestazione di conformismo. Chiunque incontri, qualunque lavoro faccia, se gli chiedi come va la risposta è immutabile: e come vuoi che vada? L’estrema prevedibilità del pessimismo lo rende terribilmente noioso.

Pochi giorni fa su Repubblica Gabriele Romagnoli, prendendo spunto da una ricerca inglese, usava un neologismo: “declinismo”, definendolo “un borbottio di massa” secondo il quale il meglio è comunque alle nostre spalle. Nella sensibilità declinista la prospettiva verso cui tendere non è il futuro, ma il passato: quando non c’era la crisi, quando si guadagnava di più, quando passando davanti alle panetterie si sentiva il profumo del pane, quando c’erano i correttori di bozze. Quando, come scrisse molto autorevolmente Piero Citati una decina di anni fa, i pomodori avevano ancora il sapore del pomodoro.

La rappresentazione massima della nostalgia per le auree e irripetibili condizioni dei bei tempi andati è dunque un correttore di bozze che passa davanti a una panetteria dove hanno appena sfornato il pane. Sente, irresistibile, il profumo, ma non ha il tempo di fermarsi: sta andando a casa in fretta a mangiare un pomodoro appena raccolto nell’orto di sua nonna, o della nonna di Citati. Un mix di fragranze e di sapienze oramai perduto per sempre.

Allo stesso modo: e l’arrotino, perché non passa più sotto le nostre case, l’arrotino?

E l’impagliatore di sedie?

E lo zampognaro?

I nostri nipoti, con lo stesso spirito di desolato stupore per i danni irrimediabili che il tempo ci infligge, si domanderanno tra cinquant’anni: ma che fine ha fatto il venditore di droni? E il tecnico del computer che veniva a domicilio a pulire la tastiera piena di briciole con la bomboletta d’aria compressa, e a togliere i virus contratti, come la lue dei nostri avi, visitando i siti porno? E l’analista finanziario che ti convinceva a comperare i derivati nel febbraio del 2008? Che fine avrà fatto, ammesso che lo abbiano fatto uscire di galera?

In genere il dibattito tra passatisti e futuristi porta a sciorinare un numero impressionante di pezze d’appoggio statistiche. Non poche delle quali smentiscono decisamente l’ipotesi che si stesse meglio “prima”. Per esempio: il vero e proprio “do di petto” degli ottimisti è l’aumento della durata media della vita. Alla luce della quale, il declinismo diventa un sentimento del tutto paradossale, perché esso per primo è il rivelatore di un innegabile miglioramento delle condizioni di vita generali. Nel senso che più una società riesce a invecchiare, più è incline al pessimismo e alla nostalgia. Una società declinista, come la nostra, è una società che vive più a lungo, e dunque ha significativamente aumentato il tempo a disposizione per lamentarsi.

Per onestà va aggiunto che le quantità, da sé sole, non bastano mai a definire le qualità, ovvero ad arrivare alla sostanza del problema. Nel nostro caso, per esempio, cioè un convegno di librai e di editori, l’allungamento della vita media non garantisce, di per sé, un miglioramento dei bilanci. Se a sopravvivere molto a lungo è il non lettore, il beneficio per l’editoria sarà uguale a zero. Se sarà il lettore debole, quello che acquista solo un paio di libri all’anno, il beneficio sarà a lunghissimo termine, percepibile solo dai pochi editori e librai nel frattempo sopravvissuti. Se a campare più a lungo sarà il lettore forte, allora il beneficio sarebbe potenzialmente rilevante, a patto che il suo trattamento pensionistico, il suo neurologo, il suo ottico e la sua badante formino attorno a lui il cerchio virtuoso che gli consente di mantenersi, oltre che vivo, anche lettore.

In realtà sappiamo che saranno tutti e tre – il non lettore, il lettore debole e quello forte – a sopravvivere più a lungo. Mantenendo più o meno invariato il rapporto tra i colti e gli incolti. Qualora questo rapporto variasse, in un senso o nell’altro, questo non dipenderà dalle prospettive di vita anagrafica, e nemmeno soltanto dall’andamento dell’economia e del potere d’acquisto. Dipenderà dall’idea che ognuno di noi, soprattutto i più giovani, si farà di se stesso. Il rapporto tra lettori e non lettori è diretta conseguenza del valore che ogni società attribuisce alla cultura.

Va riconosciuto che questo è un punto a favore dei declinisti, perché è percepibile non solo statisticamente, anche socialmente e politicamente, l’arretramento del concetto di cultura come bene di prima necessità. Ma niente di concreto e di definitivo ci dice che questa tendenza sia irreversibile. Che sia un trend immodificabile. Una sentenza inappellabile. Dipende da noi: da quello che faremo, da quello che diremo, penseremo, scriveremo, pubblicheremo, non pubblicheremo.

Che la scrittura e la lettura, quali siano le forme che assumeranno, dall’e-book al libro telepatico, siano destinate a deperire inesorabilmente, è solamente un’ipotesi. E’ avvalorata da sintomi e da grafici declinanti; ma potrà essere verificata oppure smentita solo da domani in poi. E’, quella della diffusione della cultura, una battaglia in corso. Si svolgerà tutta intera, questa battaglia, nel futuro, e il futuro, bello o brutto che sia, è inedito. Non ha ancora trovato un editore e tanto meno è approdato in libreria. Ecco perché, qualunque sia il destino che ci attende, perdere tempo a rimpiangere il passato è di scarsa utilità pratica. Non ci dice niente su quello che ci aspetta. E’ un impiego del tempo, il rimpianto del passato, che non fa che aggiungere altro tempo perduto al tempo già perduto.

Qualche domanda sul futuro me la sono fatta nel mio libro Gli sdraiati. Quella fondamentale è se la bellezza e la cultura così come noi le abbiamo conosciute e praticate siano trasmissibili per il solo e semplice fatto che siano piaciute a noi e siano servite a noi. Ovviamente la risposta è no.

Il protagonista del mio libro, il padre che non sta mai zitto di un figlio che non parla mai, è fortemente tentato dal declinismo. Ovvero è tentato a considerare il passato un modello irripetibile. E dunque a considerare se stesso un modello irripetibile. Al centro di quel modello culturale, e vorrei dire perfino di quel modello antropologico, c’era il libro.

Ora li vediamo entrambi assediati – il modello culturale e il libro – dalla moltiplicazione impressionante dei media, culturali e no, che colonizzano e triturano il tempo dei ragazzi; e per essere sinceri anche il nostro. Per dirla fino in fondo, ho la netta sensazione che ci preoccupiamo del futuro, ovvero di come cresceranno, studieranno, penseranno i nostri figli, perché siamo noi adulti, immigrati digitali, a padroneggiare male il presente. E’ molto probabile che i ragazzi, che sono nativi digitali, imparino a cavarsela, e a navigare in quel mare, con assoluta naturalezza. E’ il nostro disagio, non il loro, a metterci in allarme, anche se fatichiamo a confessarlo e preferiamo la parte del saggio che dispensa buoni consigli ai giovani scapestrati, e ha ancora il fiato per farlo.

Alzi la mano, anche tra i lettori forti, chi dedica più tempo alla lettura oggi di quanto ne dedicava vent’anni fa, quando non aveva un display o uno schermo costantemente acceso sotto il naso. E alzi la mano chi andrebbe a vedere oggi, come capitò a me quando ero liceale, “La recita” di Theo Angelopulos, o “Andrej Rubliov” di Tarkowski, rispettivamente cinque ore e quattro ore e mezza di pellicola che allora mi sciroppai con entusiasmo, munito di panini e della convinzione che il sacrifizio era, di per sé, viatico di cultura. Capii, in quelle sale buie, che cosa vuol dire davvero lungometraggi.

C’è un celebre piano-sequenza, nella “Recita” di Angelopulos, che dura venticinque minuti. Quasi mezz’ora di camera fissa che segue, in tempo reale, una processione che sale lungo una collina. In quella stessa mezz’ora, oggi, gli stessi componenti la processione, mentre Angelopulos li sta riprendendo, guarderebbero sul loro smart-phone le notizie, sbrigherebbero la corrispondenza, scaricherebbero un paio di app, e soprattutto cercherebbero su Google qualche notizia sulla durata media dei piani sequenza nei film degli anni Settanta, tanto per sapere quando sarebbe finito quell’interminabile ciak.

Negli Sdraiati, lo sgomento del padre rispetto alla vita multitasking del figlio è descritto in un brevissimo capitolo, così breve che posso leggervelo senza il timore di essere il vostro Angelopulos o il vostro Tarkowski. A un certo punto la mia lettura si interromperà per lasciare spazio alla voce di Claudio Bisio, che proprio in questi mesi sta portando nei teatri italiani uno spettacolo tratto dagli Sdraiati, che si chiama “Father and Son”.

Io non ho le competenze scientifiche per sciogliere questa trama. Per sapere come andrà a finire. Ovvero, quale specie sortirà dall’evoluzione della specie in corso. Non sono un neurologo, un neuropsichiatra, un pedagogista, un futurologo. E sull’argomento ne ho sentite e lette di tutti i colori. Il professor Edoardo Boncinelli, esimio genetista e neurobiologo, da me interpellato di fronte a un notevole fritto di pesce, dunque in condizioni felicemente informali, mi è sembrato convinto che il multitasking faccia benissimo ai neuroni. “I neuroni grazie all’iperconnessione fanno molta ginnastica”, mi ha detto testualmente. Altre opinioni dissentono. Secondo un recente studio americano la frammentazione dell’attenzione, ovvero il continuo saltabeccare da un oggetto di attenzione all’altro, rischia di compromettere la capacità di concentrarsi e di approfondire. Ricevo lettere sconsolate di professoresse di liceo e di scuola media (dice mia moglie che le professoresse di liceo e di scuola media sono il mio target; e dunque che Dio le benedica) che lamentano la grande difficoltà dei ragazzi di restare concentrati su un argomento per più di mezzo minuto. Ma è anche possibile che in quel mezzo minuto i neuroni “che hanno fatto molta ginnastica” di cui parla il professor Boncinelli siano stati in grado di organizzare la comprensione del testo con grande destrezza: più di quanto un sessantenne di comprendonio antico, come chi vi parla, sia in grado di fare. Il multitasking va veloce, e alla velocità ci avvezza. Quanto ai miei neuroni, temo di dover ammettere che non è stato l’uso eccessivo a consumarli, ma il numero quello sì eccessivo di anni che sono trascorsi dalla mia nascita a oggi. Ovvero: i miei neuroni, come i vostri, non illudetevi, non sono insidiati dal loro futuro. Ma dal loro passato.

A conferma del fatto che non solo il futuro, ma anche il presente, è piuttosto misterioso, il successo di libroni di ottocento pagine (Il Cardellino di Donna Tartt ne ha, per la precisione, 832) sembra comunque smentire che la capacità di attenzione prolungata sia compromessa, o compromettibile al punto da sconsigliare la scrittura e la pubblicazione di libri con troppe pagine. Può darsi – faccio un’ipotesi – che la frantumazione delle esperienze favorisca, per contrasto, momenti nei quali si ha bisogno di recuperare requie e spazio per la lettura: la lettura diventerebbe, in questo senso, una forma di vero e proprio recupero della privacy, dell’intimità, di un sé troppo sballottato nella dimensione iperpubblica dell’iperconnessione. La lettura come esperienza di interezza, di ricomposizione dei propri cocci intellettali, psicologici, neuronali: è anche questa un’ipotesi.

Oppure può darsi che si leggerà lo stesso, e si leggerà anche di più, ma in forme, come dire, più sincopate, più spezzettate, al ritmo febbrile dei tempi, formando una specie di mosaico di pagine, sommando libri diversi ma non letti per intero: una soluzione a ben vedere molto interessante per chi pubblica e vende libri, e in genere non è tenuto ad accertarsi se l’intero contenuto del libro venga consumato. Vendere dieci libri a chi me leggerà solo un decimo di ciascuno non sarebbe un cattivo affare per l’editoria. E’ più conveniente che venderne uno solo che sarà letto da cima a fondo.

Oppure ancora, può darsi che si leggerà effettivamente di meno ma meglio, secondo lo schema ancora oscuro, ma dotato di un suo fascino, della “decrescita felice”, secondo la quale alla inevitabile diminuzione delle quantità, e tra di esse, mi duole dirlo, i fatturati e gli stipendi, se siamo intelligenti e se sappiamo rinnovarci potrebbe corrispondere un aumento della qualità, del tempo a disposizione, della capacità di scelta dei consumi, culturali e non. Del resto, che le merci disponibili siano eccedenti, e gli scarti decisamente eccessivi e antieconomici, è un concetto che si sente ripetere, anche riguardo ai libri, da molti anni: si pubblica troppo.

L’importante è non pensare di poter risolvere la questione così come mi ha raccontato, pochi mesi fa, un prestigioso direttore editoriale, del quale non farò il nome neanche sotto tortura. Al quale un manager molto efficiente, e con molta fretta di far quadrare i conti, ha detto: “Mi scusi, ma se su cento libri che pubblichiamo solo dieci vendono davvero, non sarebbe più semplice pubblicare solo quei dieci che vendono?”. Come non averci pensato prima?

A quel manager, esattamente come a tutti noi, difetta la coscienza che nessuno, né oggi né ieri, ha mai saputo prima che cosa succederà dopo. Un dopo che include tanto il brevissimo tempo che trascorre dalla pubblicazione di un libro alla sua catastrofe, o al suo successo; quanto i tempi lunghi del divenire dei nostri neuroni, ovvero dei nostri desideri, delle nostre ambizioni, del nostro fabbisogno intellettuale ed emotivo. Non ne sappiamo quasi nulla. Il futuro è un mistero non perché sia bello dirlo, ma perché lo è davvero: è quella cosa, il futuro, che non è ancora avvenuta. Anzi, è l’unica cosa che non è ancora avvenuta. E della quale non sappiamo niente. In questo senso, tanto l’ottimismo quanto il pessimismo sono solamente illazioni. Dipendono dall’umore maturato da ciascuno di noi nella sua vita recente o remota. E hanno probabilità molto simili di vedere, nel futuro, un riflesso delle proprie ipotesi.

Tanto vale, dunque, fare una scelta di ragionevole opportunismo e preferire, tra le due falsificazioni, quella declinista e quella progressista, quella pessimista e quella ottimista, quella che ci fa stare meglio, e ci permette di lavorare con maggiore serenità non ieri e non domani, ma oggi, nel presente che è la barca sulla quale navighiamo, e a ben vedere la sola prospettiva che davvero ci coinvolge e ci fa vivere, scrivere e leggere.

L’ottimismo è una truffa a fin di bene.

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