"I sentimenti sgradevoli – come la paura, l’orrore e la follia – sono quelli che lo scrittore predilige, forse perché si tratta di verità che l’individuo cerca di rimuovere e la società di nascondere". Da "L'avversario" a "Limonov", passando per "Il Regno" e "Un romanzo russo": con Ilenia Zodiaco, su ilLibraio.it, un viaggio tra i libri di Emmanuel Carrère

“Per descrivere la mia condizione ho sempre fatto ricorso a storie di questo tipo. Le ho raccontate a me stesso, da bambino, poi le ho raccontate agli altri. Le ho lette nei libri, poi ho cominciato a scrivere libri. E per molto tempo mi è piaciuto (…) Oggi non voglio più saperne. Non voglio più sentirmi prigioniero di un copione triste e immutabile, né ritrovarmi, quale sia il punto di partenza, a intessere storie di follia, gelo, prigionia, a progettare la trappola in cui presto o tardi cadrò”.

Un romanzo russo

Queste sono le parole che Carrère utilizza in Un romanzo russo, scritto nel 2007 e pubblicato prima da Einaudi nel 2009 e recentemente riproposto da Adelphi in una nuova magnifica edizione con la traduzione di Lorenza di Lella e Maria Laura Vanorio. L’autore francese vuole fuggire dalla follia e dall’orrore che sembrano accompagnare ogni sua narrazione. Infatti la prima produzione di Carrère – databile tra gli anni Ottanta e Novanta – benché composta da romanzi tradizionali a livello formale, si caratterizza proprio per il ritratto di personalità oscure, ben annidate nel gretto conformismo della piccola borghesia.

Il disagio e la voglia di “normalità” di Carrère sono comprensibili, d’altra parte sono passati soltanto pochi mesi dalla scrittura de L’avversario, libro che ha impiegato sette anni per ultimare e che ha per oggetto la storia terribile di una strage familiare per opera del capofamiglia, nonché protagonista della vicenda, Jean Claude Romande. Si tratta dell’opera che farà da spartiacque alla sua produzione, da quel momento in poi non ci sarà più un docile ritorno alla pura fiction. Il libro è paragonabile – come molta della produzione di Carrère – a una lenta metamorfosi che porta il bruco a diventare farfalla: inizia come un normale romanzo, raccontato dal punto di vista del vicino di casa, e termina come racconto personale e investigazione privata, contemporaneamente reportage e biografia. Lo scrittore, che mostra una capacità impressionante nel calarsi nei panni sporchi degli altri, fa un resoconto psicologicamente disturbante di una vita al limite.

L'Avversario. Emmanuel Carrère

Carrère non fa mistero del fatto di essere rimasto scombussolato dalla stesura del libro, andando incontro a una crisi profonda che l’ha portato a ripensare alla propria scrittura. In una delle molte interruzioni de L’avversario, si cimenta con un breve e anomalo thriller: Una settimana bianca, che s’ispira parzialmente a una suggestione datagli proprio da alcuni dettagli dell’infanzia di Romand. Neanche a dirlo, si tratta di una storia d’orrore. Quello di Carrère è un modo sottile di far venire fuori i mostri interiori, senza bisogno di ricorso al soprannaturale. La paura è il sentimento sotterraneo che percorre non solo questo thriller ma quasi tutti i suoi libri. Ripete ancora in Un romanzo russo: “quello che m’interessa davvero è proprio ciò di cui non bisogna parlare”. I sentimenti sgradevoli – come la paura, l’orrore e la follia – sono quelli che lo scrittore predilige, forse perché si tratta di verità che l’individuo cerca di rimuovere e la società di nascondere. E la verità, il suo rapporto con la finzione, diventerà un’ossessione di Carrère, tanto da spingerlo a esplorare nuovi terreni di gioco. Nella fiction Carrère si sente ormai uno squalo in una piscina. Dopo L’avversario i suoi libri diventano inclassificabili. L’autore francese si creerà un territorio di scrittura nuovo e personalissimo che mescola biografia e autobiografia, romanzo e saggio, attualità e letterarietà, reportage e narrativa. Delle vite degli altri – e della sua che a esse s’intrecciano ineludibilmente – riporta con un’autenticità spietata gli aspetti più vergognosi. Spesso tra le sue pagine si intravede un tentativo di risolvere demoni e nevrosi personali, come se la scrittura fosse un percorso di terapia. E proprio del suo psicanalista ci parla anche ne Il regno, erudito testo di non fiction sulla cristianità e sul suo percorso di ex credente.

A riprova del fatto che è vero che il successo – soprattutto in Italia – Carrère l’ha raggiunto parlando di vite che non sono la sua (e in particolare con la biografia anarchica di un personaggio come Limonov, ormai conclamato longseller), ma il racconto delle storie di cronaca non si sgancia mai dall’autofiction e dallo scavo della propria interiorità.

Limonov Carrere

Quindi non stupisce che anche Un romanzo russo inizi come reportage “innocuo” su un prigioniero di guerra ungherese e finisca per diventare l’indagine sulla storia sommersa del nonno materno di Carrère, che si trova a fare i conti con le sue origini slave e il suo sentimento di non appartenenza.

il regno Carrere

Ritornando alle parole citate all’inizio, è vero che lo scrittore francese nell’incipit del libro sostiene di volersi prendere una pausa dal terrore, ma alla fine lo ritrova sempre. È forse inevitabile per un autore come Carrère che, volente o nolente, è sempre a caccia di mostri. Ciò che stupisce è che le sue narrazioni, sebbene sperimentali e proteiformi, siano allo stesso tempo di una semplicità spiazzante: fluide, ritmate, scorrevoli. Non stupisce che sia diventato un autore di culto e così la sua opera, Giano bifronte che mostra contemporaneamente realtà e finzione, orrore e normalità, paura e amore.

L’AUTRICE – Qui gli articoli di Ilenia Zodiaco per ilLibraio.it

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