Intervista a Simone Regazzoni autore di La filosofia di Lost ISBN:9788862200189

Simone Regazzoni (Genova, 1975) insegna all’università Cattolica di Milano. Coautore, sotto lo pseudonimo Blitris, di Filosofia del Dr. House, ha deciso di utilizzare il suo sapere filosofico e il suo spirito critico, nonché un’indubbia e nobile capacità di divulgazione, ai prodotti più raffinati e appassionanti della cultura pop. Con La filosofia di Lost, vincendo i preconcetti snobistici di buona parte della cultura accademica, svela sfaccettature inattese di un prodotto narrativo di grande successo, capace di sollevare domande non banali, di sintetizzare temi complessi e fondamentali per capire il mondo che ci circonda, aiutandoci a capire come anche le serie tv siano una cosa seria. Abbiamo incontrato il giovane filosofo, per provare a capire meglio perché.

D. Come è nata l’idea di scrivere un libro di filosofia su una serie tv come Lost?

R. Dalla necessità di portare la filosofia fuori dall’accademia, per provare a interrogare in modo serio la cultura di massa. Nel caso specifico, un’opera tra le più importanti, a mio giudizio, nell’ambito della “new wave” delle serie tv americane. Certo, molti storceranno il naso di fronte a questo insolito connubio tra filosofia e televisione (insolito almeno in Italia). Per parte mia concepisco la filosofia come una forma di interrogazione radicale che deve essere aperta a qualsiasi tema, questione, fenomeno che reputa in qualche modo significativo per comprendere il proprio tempo. Per questo dopo aver scritto su Dr. House e Harry Potter ho scelto Lost.

D. Si può parlare nel suo caso di pop filosofia?

R. Certo, si può parlare di “pop filosofia” proprio come si è parlato di “pop art”. In molti casi il procedimento è analogo: si prendono “oggetti” dal mondo del pop e si lavora con essi. Senza paura di mescolare cultura alta e cultura bassa, e anzi facendo di questa mescolanza proprio la regola della composizione. Inoltre questa filosofia è “pop”, cioè “popolare”, nella misura in cui prova a creare una nuova forma di saggistica più vicina a certe forme di letteratura che non al vecchio saggio accademico. Gramsci scriveva che occorre distruggere l’idea che la filosofia sia una cosa per specialisti del pensiero. Questa distruzione, per essere effettiva, credo debba operare attraverso nuove forme di scrittura filosofica in grado di portare la filosofia al vasto pubblico. Da questo punto di vista le sollecitazioni più interessanti mi sono venute dalla lettura delle considerazioni fatte da Wu Ming 1 sugli UNO (gli “oggetti narrativi non identificati”) nelle varie stesure del saggio New Italian Epic.

D. Per questo lei ha usato come sottotitolo a La filosofia di Lost la formula “Philosophy fiction”?

R. E’ una formula che ho coniato sul modello di “science fiction” cioè “fantascienza”. Volevo sottolineare il fatto che, certo, si tratta di filosofia, ma non di un saggio in senso classico, ma di un oggetto che mescola filosofia e narrazione. Non a caso per tutto il libro mi rivolgo a un tu femminile a cui espongo problemi, dubbi, a cui racconto storie, mostro fotografie. Non dimentichiamo poi che il filosofo francese Deleuze, che ha parlato di “pop filosofia”, ha detto che i libri di filosofia dovrebbero essere scritti come i romanzi di fantascienza.

D. Lei ha parlato a proposito di Lost di “opera d’arte televisiva”. In che senso si può parlare di “arte” per prodotti di questo tipo?

R. Nel senso che sono opere di “fiction” con qualità estetiche notevoli (regia, sceneggiatura, musiche, recitazione), che poco o nulla hanno da invidiare alle così dette opere di “cultura alta”. Credo che oggi le nuove serie tv americane realizzino quella potenza narrativa della televisione di cui parlava Orson Welles. Nel caso di Lost siamo di fronte a un’opera al contempo sperimentale e popolare, complessa ma in grado di arrivare al grande pubblico. Su questo non posso che condividere il giudizio di Aldo Grasso che ha parlato di “capolavoro”. Non si tratta di esagerazioni. Basta pensare al panorama dell’arte contemporanea, dove di fronte alla più triviale delle provocazioni si grida al capolavoro. Con opere della complessità e della qualità di Lost siamo su un altro pianeta. Lo spirito dell’arte ha abbandonato da tempo gallerie per prendere corpo, anche, nelle serie tv americane, vere e proprie forme di pop art televisiva in grado di interagire con il pubblico.

D. Vorrebbe dire che una serie tv è meglio di una mostra?

R. Dipende dalla mostra e dalla serie tv. In ogni modo, per chi si interessa di arte, oggi, tra vedere un episodio di Lost e, poniamo, un’opera di Maurizio Cattelan o Damien Hirst, non ci dovrebbero essere dubbi.

D. Veniamo a Lost. Lei nel suo libro dà molto spazio alla figura di John Locke. Perché? E’ il suo personaggio preferito?

R. Il mio preferito è forse Sawyer, il personaggio che si rifiuta di firmare il contratto sociale. Ma devo dire che, dal punto di vista filosofico, è Locke il personaggio più interessante. Prima di arrivare sull’Isola è una sorta di inetto. Sull’Isola rinasce per la sua capacità di entrare in comunione, come gli dice Ben, con l’Isola stessa. Certo, Locke attraversa momenti di crisi, ma ritrova sempre il contatto con l’Isola, animato da una sorta di fede. Ora, mi sembra che nell’epoca del dominio della ragione tecnica e calcolante, Locke sia una figura affascinante perché ci mostra come la razionalità non sia l’unico strumento per rapportarsi alla complessità del mondo. Certo c’è bisogno anche di Jack, cioè della ragione. Ma Jack, così simile al Socrate-medico di cui parla Nietzsche, non è sufficiente. Abbiamo bisogno anche di Locke: di ciò che eccede i limiti della semplice ragione. Parla con l’Isola, Locke sembra incarnare quello che Freud definiva “sentimento oceanico”, cioè la capacità di entrare in comunione con il tutto. Il tutto è un’Isola, che non è semplicemente un’isola, ma qualcosa di più. Questo “di più” è l’enigma attorno a cui ruota tutta la serie.

D. Ma lei pensa che gli sceneggiatori abbiano presenti i riferimenti filosofici che lei cita nel libro: Derrida, Heidegger, Aristotele, Foucault?

R. Non sono troppo interessato al fatto che gli sceneggiatori avessero presente o meno questa quella filosofia, questo o quel filosofo. Mi interessano le questioni filosofiche che emergono nel corso della narrazione. Ad esempio la questione della verità. Il rapporto tra i superstiti e l’Isola, e tra noi spettatori e l’Isola, prende la forma di una ricerca della verità. Che è poi la questione stessa della filosofia. Ma fin da subito emerge chiaramente il fatto che vi sono più punti di vista in questa ricerca, diverse possibili piste da seguire, e che per provare a orientarsi e a comprendere occorre affidarsi anche al pensiero del sogno. Perché la verità non è semplicemente una sorta di tesoro nascosto da trovare con l’aiuto dello strumento della razionalità. Una cosa da svelare. Ma qualcosa che conserva sempre in sé una parte di enigma. L’idea di verità che emerge in Lost è vicina a quella teorizzata dal filosofo tedesco Martin Heidegger: la verità come non-nascondimento. L’apparire di qualcosa che lascia sempre in sé un fondo oscuro.

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