Michiko Kakutani, a lungo autrice di temutissime recensioni per il New York Times, con "La morte della verità. La menzogna nell'era Trump", firma un interessante quanto preoccupato saggio sulle radici della cultura che ha prodotto la presidenza di Donald Trump. Un testo (in uscita in Italia il 4 ottobre) che coniuga l'urgenza di raccontare il presente con il tentativo di delineare un contesto più ampio all'interno del quale cercare di capire le storture del mondo che ci circonda - L'approfondimento

È esattamente come ce lo si poteva immaginare il nuovo (il primo, in realtà, considerando che The poet at the piano, 1998, è una raccolta di interviste) libro di Michiko Kakutani, The Death of Truth. Notes on falsehood in the age of Trump, che in Italia sarà pubblicato il 4 ottobre da Solferino.

Un saggio sulla scomparsa della verità; sulla cultura che ha permeato – ed è causa ed effetto – i primi due anni della presidenza Trump, racchiusa, per ora, dalla dichiarazione di Kellyane Conway, con cui la Casa Bianca assicurava che avrebbe prodotto “fatti alternativi” sulla parata post insediamento, a quella più recente di Rudy Giuliani – avvocato del Tycoon – dal retrogusto orwelliano; “La verità”, ha dichiarato, “non è la verità”.

È un resoconto breve, autorevole, colto (più di un lettore si è lamentato della folla di citazioni attraverso cui procede), impegnato, preoccupato, che va dritto al punto senza mandarle a dire. Una serie di costanti della carriera di Michiko Kakutani. Per 38 anni si è occupata di recensire libri per il New York Times, diventando una delle figure più autorevoli del mondo editoriale e culturale statunitense. La sua fama, ammantata da un’aura leggendaria, è dovuta alle sue stroncature spietate (specularmente, le rare recensioni positive cambiavano la percezione di un autore, contribuendo a decretarne il successo) che hanno fatto tremare, impallidire e, spesso, infuriare quelli che ora consideriamo giganti. Per Franzen, del cui Zona disagio disse che era il perfetto ritratto dell’artista come un giovane asino, era la persona più stupida di New York. David Foster Wallace – ampiamente citato in The Death of Truth – dopo aver letto una recensione del suo La scopa del sistema – positiva, peraltro – si chiuse due giorni in casa a piangere. Per Nicholas Baker leggere una sua recensione era come farsi asportare il fegato senza anestesia. Ora, dopo aver deciso di lasciare la scrivania del New York Times, a essere kakutanizzato (to be kakutanied, i più grandi fanno l’aggettivo, lei ha fatto il verbo) è proprio il presidente americano.

Il nodo dell’argomentazione è evidente fin dalla prima pagina. In poche righe attraverso Hannah Arendt (Le origini del totalitarismo, 1951) delinea la sua analisi e la sua preoccupazione. Il soggetto ideale dei regimi totalitari, infatti per Hannah Arendt, non era chi credeva nella verità dei regimi, ma – come riporta Kakutani – “la gente per cui la distinzione tra i fatti e la finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra il vero e il falso (cioè, le coordinate del pensiero) non esistono più”. Le tendenze che stanno, secondo molti, caratterizzando la nostra società – di post-truth si parla meno, ma era la parola dell’anno del 2016 e i fenomeni che cercava di descrivere sono vivissimi – generano risultati politici autoritari, come – e lo dice senza preamboli, giudicandolo autoevidente – la politica di Trump.

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Non che ci sia qualcosa di nuovo, anzi, in questi anni è stato ripetuto dovunque, ma il pregio di questo libro è il tentativo esplicito di connettere i puntini e mettere il tutto a sistema, per delineare i caratteri di una cultura. In orizzontale, tra fenomeni diversi, ma correlati: dalla crisi del modello di conoscenza della realtà basato sulla figura dell’esperto (“Una testarda ostilità nei confronti della conoscenza in senso tradizionale è emersa sia a destra che a sinistra, con la gente che aggressivamente argomenta che – cita da The Death of Expertise, Tom Nichols – ogni opinione e ogni argomento sia valido come qualunque altro”), al relativismo postmoderno e i suoi eccessi; dalle menzogne come strumento politico sistematico (il Washington Post, al primo agosto, stimava che Trump avesse fatto 4229 affermazioni false o ingannevoli), alla crescente polarizzazione ideologica dovuta al rinchiuderci in silos che non comunicano.

Poi, la costante ricerca del capro espiatorio, il rapporto tra Internet, la sovrabbondanza delle informazioni – e la ricerca esasperata dell’attenzione sul web – e l’erosione di un senso di realtà condivisa (“Il 2017 è stato l’anno in cui la verità – oggettiva, empirica, basata sulle evidenze – è stata più attaccata e abusata che in ogni altro anno nella storia del nostro paese, per opera della figura più potente del nostro governo”), fino all’uso che Trump fa del linguaggio (paragonato senza imbarazzi alla langue du bois comunista e al linguaggio nazista) e alle ingerenze russe nella politica americana e al loro modello di propaganda (“un incessante flusso di menzogne, mezze verità e totali finzioni ad alta intensità, sparse con instancabile aggressività per offuscare la verità e confondere chiunque cerchi di prestare attenzione”), fino addirittura all’esplosione dei memoir letterari (l’intuizione è di Philip Roth: in un mondo giudicato come un ambiente irreale, l’io è l’unica cosa che sembra oggettiva e inviolabile ed è diventato un territorio più confortevole per molti scrittori), del cinismo e dell’individualismo.

Ma, anche in senso verticale, con l’obiettivo di descrivere l’evoluzione storica – di storia culturale – alla radice del mondo in cui viviamo. La parte più interessante – e più discutibile, fatta la tara della tendenza, abbastanza inconcepibile per gran parte degli intellettuali europei, di mettere Lenin e Hitler sullo stesso piano senza distinguo – è proprio questa. Kakutani sostiene che il retroterra culturale di Trump sia una versione mainstream, diffusa e aproblematica del postmoderno americano. L’argomentazione postmoderna, che in origine veicolava un discorso antiautoritario, in polemica con i valori bianchi, maschili, eurocentrici dell’America degli anni Cinquanta, “negava che esistesse una realtà indipendente dalla percezione umana, sostenendo che la conoscenza è filtrata dal prisma della classe, del genere della razza e di altre variabili. Rigettando la possibilità di una realtà oggettiva e sostituendo la nozione di prospettiva e posizionamento all’idea di verità, il postmodernismo ha sancito il principio della soggettività”.

Questa forma di relativismo, secondo l’autrice, era in ascesa dagli anni Sessanta e si è coniugata perfettamente con l’emergere di una cultura estremamente individualista e soggettiva (dagli anni Settanta, il “Me decade” di Tom Wolfe); quanto di nuovo è il fatto che la destra populista si è appropriata delle argomentazioni postmoderne e del loro ripudio filosofico dell’oggettività. “Qualche corollario semplificato del loro pensiero si è diffuso nella cultura popolare ed è stato sfruttato dai difensori del presidente, che vogliono usare queste argomentazioni relativiste per scusare le sue bugie, e dalle destre che vogliono mettere in questione l’evoluzione o negare la realtà del cambiamento climatico”. Forse da noi la negazione del cambiamento climatico è un’argomentazione meno diffusa, ma è la stessa logica che sta dietro, per fare un esempio tra mille, alla difesa dei no-vax. Una macrotendenza che è stata osservata da più parti, dall’uso del linguaggio trasgressivo delle controculture da parte dell’alt-right, alla cooptazione dei loro valori da parte delle aziende della Silycon Valley.

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Kakutani non si spinge al tracciare una linea continua, tra le guerre culturali degli anni Sessanta e le politiche autoritarie di Trump; ma – nel punto più bello del libro, che fa l’effetto vagamente allucinatorio dei testi di Andrew O’Hagan – trova una rapporto diretto sintetizzato nella figura di Vladislav Surkov, “Il Rasputin di Putin”, “il burattinaio della propaganda del Kremlino”, “Il vero genio dell’era putiniana”; un ex direttore di teatro postmoderno, che gestisce la propaganda di Putin per accrescerne e consolidarne il potere, di modo che le istituzioni democratiche siano mantenute senza nessuna libertà democratica. Surkov è descritto come la mente principale che tira i fili di storie in conflitto tra loro per annullare il confine tra realtà e finzione (“Insieme comunicano lo stesso messaggio, il potere di Putin sta nell’essere capace di poter dire quello che vuole, quando vuole, nonostante la realtà dei fatti. È il presidente di questo paese e il re della realtà”). Surkov ha una visione della realtà prepotentemente nichilista, considera il paradigma Occidentale del discorso razionale, le nozioni di veridicità e trasparenza, ipocrite e incapaci di descrivere la complessità della realtà; di colmare l’abisso tra parola e significato. Si ispira al passaggio dalla Repubblica romana – incapace di sostenere il suo sofisticato sistema di equilibri – all’Impero, che forniva l’aiuto di un potere verticale, quello dell’imperatore.

Surkov è il cattivo perfetto, a differenza di Trump (“Se un romanziere avesse inventato un cattivo come Trump […] lei o lui sarebbe stato facilmente accusato di estrema macchinosità o implausibilità”). Ma, certo, la prova che i singoli, per quanto implausibili, contino poco è sotto gli occhi di tutti: considerando che figure autoritarie, che traggono gran parte della loro forza da una cultura caratterizzata dalla morte della verità, proliferano ovunque. È l’acqua – sostiene l’autrice, citando Wallace – in cui nuotiamo; anche qui in Italia.

Non offre salvagenti questo libro; non vuole farlo, e chiederglielo sarebbe eccessivo. Stavolta, più che asportare metaforicamente il fegato a chi recensisce, Michiko Kakutani lo fa ai suoi lettori, snocciolando in ogni pagina la somma delle storture della realtà circostante, e lo fa con l’autorità che si è guadagnata osservando la cultura del suo paese per quasi quarant’anni.

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