Era scontato che l’uscita del presidente emerito Giorgio Napolitano sull’«abominevole» sindaca e l’«orribile» ministra diventasse una notizia... - Su ilLibraio.it il commento di Anna Talò, che chiama in causa anche la scienza...

di Anna Talò

Era piuttosto scontato che l’uscita del presidente emerito Giorgio Napolitano sull’«abominevole» sindaca e l’«orribile» ministra diventasse una notizia. Altrettanto che la platea gli riservasse uno scrosciante applauso, perché ormai è evidente che questa storia dei ruoli al femminile urta parecchio. Credo dipenda, in parte, dal fatto che la presidente della Camera Boldrini ne abbia fatto un cavallo di battaglia nel periodo peggiore: quando i bambini svengono a scuola per la fame, la politica dovrebbe concentrarsi su questioni più urgenti. Ma tant’è.

L’obiezione più frequente è: «Abbiamo una lingua bellissima, perché cambiarla?». E difatti ci ostiniamo a parlare lo stesso volgare di Dante Alighieri e abbiamo opposto una strenua resistenza all’adozione di termini come taggare, postare, linkare, verbi inglesi trasformati in italiani, di prima coniugazione, senza colpo ferire. Tuttavia andrebbe ricordato che sindaca si trova nella Treccani da una ventina d’anni, cioè da quando Graziella Borsatti (allora nella Comunità Diotima, insieme a filosofe del calibro di Luisa Muraro e Adriana Cavarero) lo utilizzò per la prima volta nelle sue funzioni di prima cittadina del Comune di Ostiglia: può non piacere, ma è già italiano.Ministra – ricorda sempre la Treccani – è parola latina, femminile di minister.

A parti invertite non esiste scandalo: gli iscritti all’Associazione nazionale casalinghi hanno voltato al maschile il termine casalinga. Casalingo esisteva già, naturalmente, ma come aggettivo o sinonimo di elettrodomestico. Sempre la Treccani definisce “uomo casalingo” chi preferisce starsene tranquillo sul divano, invece di andare al bar; non si trova casalingo inteso come uomo “che attende in casa propria alle faccende domestiche e non ha altra professione”, com’è in questo caso. E nessuno ha detto, bah. Mettiamoci pure il carico da novanta: con le transessuali, anche se all’anagrafe sono ancora maschi, si usa il femminile. Se cercate notizie su Wikipedia a proposito di Vladimir Luxuria, per esempio, scoprirete che è “attivista, scrittrice, conduttrice televisiva, attrice, autrice teatrale ed ex politica italiana”, ma se una donna anche all’anagrafe chiede di essere definita con un termine femminilizzato, cioè che la riconosca come tale, parte l’isteria collettiva.

L’aspetto più interessante a favore della femminilizzazione dei termini, però, ce lo raccontano le neuroscienze (e la Genesi): il nostro, personale mondo viene “creato” parlando. Il cervello, infatti, riconosce più prontamente ciò che è nominato in modo preciso. La tribù namibiana degli Himba ha molti termini per le gradazioni di verde, ma nessuno per il blu. Mostrate a un Himba un disegno colorato e chiedetegli quale sia il blu e non saprà rispondere o ci arriverà per esclusione; mostrategli un disegno con svariati tipi di verde e distinguerà pure alcune nuance che noi considereremmo impercettibili. È così che il cervello umano elabora la realtà: tra milioni di stimoli che passano attraverso gli organi sensoriali, vengono portati a coscienza quelli che hanno importanza per noi, e ai quali abbiamo, più spesso, dato appunto un nome.

I neuroscienziati hanno fatto un’altra interessante scoperta: insieme alla lingua madre si assimila un corpo di valori. In italiano l’Uomo è indicativo dell’umanità intera; basta che ci sia un solo uomo in un gruppo di donne e si userà il maschile: sono andati, sono tornati, sono simpatici. Se usi il femminile parli solo del gruppo delle eterne costole d’Adamo, un pezzo del tutto.

Ne consegue che mantenere lo status quo perpetua inconsapevolmente l’idea che per agire in certi ambiti professionali e pubblici occorra rientrare in uno standard, quello maschile, che siamo educati a considerare inclusivo, ma non può esserlo davvero.

Difatti, vediamo la realtà per come ce lo racconta un organo che non ha mai rapporti diretti con essa, un sofisticato laboratorio in cui ogni minima variabile produce effetti dissimili: come si può pensare che una maggiore quantità di testosterone o di ossitocina, per dire, non influisca sull’elaborazione che fa dei dati a disposizione? Una mia amica trans, quando iniziò ad assumere gli ormoni femminili, entrò in crisi perché, picchiettandosi con l’indice sulla fronte, «questo funziona diversamente».

Pensare di uniformare tutti sotto una sola insegna è un pensiero antiscientifico, prima che irrispettoso dell’unicità che ci dà valore, individuo per individuo. Non subito, ma per le generazioni a venire, un linguaggio più accurato, perché questo è, potrebbe contribuire a cambiare il modo in cui si considera l’apporto femminile, finalmente di pari peso, nel riconoscimento della reciproca, preziosa differenza.

*L’AUTRICE – Anna Talò è autrice, giornalista, traduttrice. Ha scritto per Corbaccio Le vere signore non parlano di soldi e Meditazioni per donne sempre di corsa. Volevo solo una vita tranquilla! è il suo primo romanzo. Qui il suo sito.

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