Torna la rubrica "Il quadernino dell'ingegnere", e questa volta racconta il saggio "L’Universo matematico: la ricerca della natura ultima della realtà" di Max Tegmark. Che sì, parla di "fisica" (non quella che si studia a scuola), ma lo fa senza pedanteria...

Non ho ancora finito questo libro. Lo so, un recensore serio non dovrebbe parlare di un libro prima di averlo finito. O almeno, non dovrebbe dirlo. Ma ho ben tre valide giustificazioni:

1- non sono un recensore serio;

2- il libro è troppo entusiasmante per starsene zitti fino all’ultima pagina, e…

3- in ogni caso, in un universo parallelo più o meno lontano, c’è un ingegnere che guarda meno serie tv, legge di più, e vi scrive queste stesse righe a ragione veduta, dopo aver chiuso l’ultima pagina.

Potete scegliere la giustificazione che volete: sono tutte e tre vere. Forse sulla terza avete qualche dubbio in più, ma è meno assurda di quanto sembri.

{Book #3} L’Universo matematico: la ricerca della natura ultima della realtà, Max Tegmark, traduzione di A. Migliori, Bollati Boringhieri

L’Universo matematico è un bel volume di 450 pagine (5.489.794 byte, se lo scaricate in ebook) e parla di Fisica. Ma vi accorgerete alla prima pagina che ha ben poco a che fare con la fisica che abbiamo fatto a scuola: questa “ricerca ultima della realtà”, questa indagine cosmologica sull’Universo, è più vicina ad una grande impresa filosofica, e ad un appassionante giallo logico.

Max Tegmark insegna al MIT, ed è chiaramente un grande lettore di gialli: l’approccio che usa nel libro – e nella sua carriera scientifica – è quello dell’investigatore: il cosmo ci presenta un mistero da risolvere (la grandezza della terra, la distanza dell’ultimo confine visibile dell’Universo, gli universi paralleli, etc) e il nostro prode cosmologo/Hercule Poirot prende in mano la sua lente di ingrandimento (o uno spettrografo che dir si voglia), raccoglie qualche indizio, e cerca di capire cosa è successo. Chi ha ucciso il sig. Ratchett nel terzo vagone dell’Orient Express? E com’è possibile che lo spazio si conservi piatto, senza che l’universo collassi su se stesso per colpa della gravità? Per alcuni misteri la soluzione è a portata di mano, per altri vanno scovati gli indizi apparentemente più improbabili, accumulati esperimenti e numeri, e creata una teoria, una spiegazione che li leghi.

Perché sì, i dati sperimentali sono importanti, ma non basta raccoglierne abbastanza per vederne uscire una teoria: ci vuole immaginazione e logica per collegare i punti, per vedere le costellazioni in una infinità di segni luminosi. La chiave alla soluzione dei misteri cosmici non è l’acceleratore di particelle più costoso, ma è sempre l’intelligenza umana, la logica, la perseveranza: gli antichi greci che capiscono forma e dimensione della terra ci arrivano non perché si inventano un nuovo strumento, ma perché si ostinano ad osservare, e a ragionare su quello che vedono, fino a trovare la risposta giusta.

L’entusiasmo che ci mette Tegmark ad affrontare gli enigmi dell’Universo è pari alla sua chiarezza: senza pedanteria, tra uno scherzo e una similitudine improbabile (Douglas Adams è citato quanto Galileo, indice alla mano), Tegmark mette un mattoncino logico dietro l’altro, dalle scoperte degli antichi alle teorie cosmologiche più recenti, e quasi senza accorgertene ti ritrovi a capire teorie quantistiche complesse, a parteggiare per quella o questa controversa teoria. Certo, anche se chiaro e scorrevole è un libro che richiede un po’ di dedizione, e vi ritroverete a rileggere alcune parti un paio di volte: ma è fatica ben ripagata. E quando meno ve l’aspettate, mentre rimuginate sui multiversi e ripensate alla scienza di Interstellar, vi imbatterete in storie straordinarie. Come quella di Hugh Everett III, il mio nuovo scienziato preferito.

Non sto a spiegarvi troppo della teoria quantistica: Tegmark se la prenderebbe molto se vi raccontassi tutto io. È complessa, e molto poco intuitiva. E il comportamento delle particelle non crea confusione solo a noi poveri lettori: gli stessi padri della meccanica quantistica hanno avuto i loro bei problemi a trovare una teoria che potesse giustificare, tra le altre cose, quellirritante abitudine delle particelle di trovarsi in più posti contemporaneamente. Una della teoria più accreditate enfatizza il ruolo dell’osservatore: nel momento in cui osserviamo una particella, lei abbandona quella sorta di ubiquità e assume una posizione nelle spazio. E prima? E se non la guardiamo mai? Detta così sembra la storia dell’acqua della pasta che non bolle se stiamo a fissarla.

Entra in scena il nostro Hugh Everett III: giovane dottorando di Princeton che a soli 24 anni propone un’interpretazione radicale, che verrà denominata a molti mondi. Per Everett la particella non sceglie mai di occupare una posizione nello spazio. Mantiene la sua funzione d’onda, continua a trovarsi in più posti allo stesso tempo, a prescindere da chi la osserva: ma lo fa in diversi universi paralleli che non comunicano tra loro. E nel nostro universo la particella finisce per apparire in un posto solo. Non vi sorprenderà: lo prendono per pazzo. Particelle, cose e persone si duplicano in continuazione in infiniti mondi: non è esattamente un’idea facile da considerare. Everett non viene preso sul serio, e abbandona l’università.  La sua tesi finisce negli scantinati di Princeton, dimenticata.

Fino agli anni ’70, quando ricomincia a circolare: sì, sembra folle, ma non è certo la prima delle teorie quantistiche a dare quest’impressione. Ed è vero: nessuno di noi si sente duplicare in continuazione in infinite versioni di se stesso in universi diversi (almeno, non da sobri). Ma non ci sembra neanche di ruotare intorno al Sole a 30 km al secondo: eppure lo facciamo.

L’interpretazione a molti mondi gestisce correttamente l’equazione di Schrödinger, senza ricorrere al trucchetto dell’osservatore. Tegmark scrive che il lavoro di Everett è importante quanto quello di Einstein sulla relatività, e sempre più fisici con lui sono convinti dell’esattezza dell’interpretazione di Everett (anche se tutt’ora non è esattamente facile raccogliere dati sperimentali da universi paralleli…)

Ma Everett non farà in tempo a vedere la sua teoria acquistare credibilità: muore all’improvviso, di infarto, forse provocato dall’abuso d’alcool. Nel testamento, chiede alla moglie di essere cremato, e gettato nella spazzatura. Anni dopo, sua figlia Elizabeth, vittima della depressione, si uccide: e come lui chiede di essere cremata, nella speranza – scrive – di tornare ad incontrarlo in un altro universo.

Solo un figlio sopravvive: Mark Oliver Everett. Altrimenti conosciuto come E: il frontman degli Eels. Se non li conoscete, potete cominciare da qui: Novocaine for the Soul.

Ho già detto troppo: le prime pagine de L’universo matematico vi diranno molto di più. Eccole. E mentre curiosate, mettete in loop un best degli Eels e ascoltatelo con

{tech #3} Om/one, il pianeta da scrivania

Nell’attesa che venga messo a punto il teletrasporto tra universi paralleli, l’oggetto legato all’Universo matematico è questo meraviglioso speaker bluetooth, nero e sferico. Cos’ha di diverso dalle decine di dispositivi bluetooth per ascoltare musica?

Vola.

Rimane sospesa in aria, ruotando lentamente sul suo campo magnetico. Una piccola Morte Nera da scrivania. Ha pure un microfono, e la potete usare anche per le conference call, per poter dire cose del tipo: “qui usiamo solo tecnologie telefoniche levitanti”.

Finanziato dal crowdfunding, l’Om/one andrà in vendita tra marzo e aprile 2015: potete già preordinarlo a 199 dollari. Inaspettatamente, Om Audio non ha inviato un prototipo al Libraio per questa recensione (incomprensibile!) e quindi non posso darvi garanzie sulla qualità del suono. Ma è veramente importante? Conta qualcosa quando si può avere l’oggetto più nerd di tutti gli universi possibili per ascoltare gli Eels in ufficio?

{le note a piè di pagina}

L’ebook

Om/one

La storia di Hugh Everett III è raccontata in un bellissimo documentario di un’ora di BBC4, Parallel Univers Parallel Lives, in cui il cantante degli Eels va alla ricerca della memoria del padre. Appare anche un emozionato Max Tegmark, ad introdurre alla rockstar la teoria dei multimondi del padre.

La foto in apertura è di Samantha Cristoforetti.

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