Convinta antifascista, parlamentare del Partito Comunista Italiano e madrina della casa editrice Einaudi: Natalia Ginzburg (1916 – 1991) non è solo l’autrice di un capolavoro letterario che tira le fila di un’intera generazione - L'approfondimento, in cui si ripercorre la vita e l'opera letteraria dell'autrice di "Lessico Famigliare", tra racconti, romanzi, commedie e saggi

Convinta antifascista, parlamentare del Partito Comunista Italiano e madrina della casa editrice Einaudi: Natalia Ginzburg non è solo l’autrice di un capolavoro letterario che tira le fila di un’intera generazione. Per cominciare, è stata fra i primi collaboratori della casa editrice torinese, parte di un circolo intellettuale fra cui figurano l’amico Cesare Pavese, di cui traccia un ritratto memorabile ne Le piccole virtù, e il primo marito, Leone Ginzburg, da cui prende il cognome con cui tutti la conosciamo.

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Sandra Pertignani nel 2018 ha pubblicato per Neri Pozza La corsara, biografie in cui racconta la Ginzburg come una donna intraprendente in lotta contro un potere editoriale gestito quasi completamente da uomini.

Oltre alla scrittura, che lei stessa definisce senza retorica “il mio mestiere”, l’altra sua grande passione è la politica. Ebrea di nascita, fin dalla giovinezza la scrittrice si scontra in prima persona con la violenza del regime che imprigiona e processa il padre e i tre fratelli.

In età adulta affronta un duro colpo: il marito Leone, dopo essere stato esiliato, viene accusato di antifascismo e condannato alla reclusione nel carcere romano Regina Coeli, dove muore nel 1944. Negli anni successivi, i travagli personali e gli sconvolgimenti sociali del 1969 rinforzano il suo attivismo. La lotta al fascismo la porta fino in Parlamento, dove trova posto fra le linee del Partito Comunista Italiano.

Natalia Ginzburg Lessico Famigliare

Chi considera Natalia Ginzburg semplicemente un’autrice di storie di vita famigliare vede solo una minima parte di ciò che ha realizzato. La sua riflessione artistica e critica va ben oltre: guarda al mondo che la circonda, parla del confronto fra individui.

Dalla famiglia, che sceglie come luogo privilegiato di osservazione, lo sguardo mira al macro tema dei rapporti umani. La profondità del suo lavoro ha fatto si che, da Lessico Famigliare in avanti, non si possa più scrivere di relazioni umane senza pensare ai Levi. La prospettiva collettiva dei suoi libri è il motivo per cui oggi, a distanza di quasi trent’anni dalla morte della scrittrice, hanno ancora qualcosa da dirci.

Nello scrivere, il compagno più fedele della Ginzburg è uno stile autentico e onesto. Intervistata da Oriana Fallaci nel 1963, racconta: “Una donna deve scrivere come una donna, però con le qualità di un uomo”, parlare di sentimenti senza scadere nel patetismo. Nella sua vastità, che include racconti, romanzi, commedie e saggi, l’opera letteraria di Natalia Ginzburg colpisce per l’eccezionale forza comunicativa del linguaggio.

La famiglia Levi e quella Einaudi: unite nel segno dellantifascismo

Nat, come la chiamava l’amico Pavese, nasce a Palermo il 14 luglio del 1916 in una famiglia che, al contrario di quanto voglia farci credere l’incipit di Lessico Famigliare, è tutt’altro che convenzionale. Filippo Turati, Margherita Sarfatti, Giacomo Debenedetti: sono solo alcuni dei personaggi che frequentavano casa Levi. Il padre è lo scienziato e professore universitario triestino di origine ebraica, Giuseppe Levi, e la madre è Lidia Tanzi, sorella maggiore della “mosca” di Montale. Natalia ha tre fratelli, militanti nelle file dell’antifascismo torinese, città dove trascorrono infanzia e adolescenza, e una sorella sposata con il noto imprenditore Adriano Olivetti. Questa è la prima casa di Natalia: un ambiente famigliare in cui gli stimoli intellettuali non mancano.

Nel 1938, il matrimonio con il docente di letteratura russa Leone Ginzburg segna un nuovo inizio con la famiglia Einaudi, decisamente più eclettica. Un quadro che si frantuma irreparabilmente con la morte di Leone nel 1944 e il suicidio di Pavese nel 1950, anno in cui la scrittrice si sposa in seconde nozze con l’anglista Gabriele Baldini.

Nel suo ritratto, Sandra Pertignani la battezza “la corsara”. Come quella di Pier Paolo Pasolini, la sua voce appassionata parla a nome di un’intera generazione. Ripercorrere la vita di Natalia Ginzburg e delle sue due famiglie, quella Levi e quella Einaudi, significa scavare nella storia del nostro Paese, dal regime alla resistenza torinese, dalle prime vittorie alle inesorabili sconfitte della sinistra italiana. Come a completare un ciclo storico, Natalia Ginzburg muore a Roma il 7 ottobre del 1991, agli albori del crollo dell’Unione Sovietica.

Il raccontofamigliaredei Levi

“Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra”.

Come lascia intendere il titolo, il quadro domestico di Lessico Famigliare è tenuto insieme dalle sole parole che sembrano più importanti e, a volte, quasi più vere dei fatti. Come spiega il critico Cesare Garboli, l’ambiguità del romanzo si svela nella rappresentazione della vita famigliare dei Levi di cui Natalia è sia protagonista che narratrice. L’inattendibilità delle memorie è massima: nel testo si susseguono uninfilata di aneddoti disposti uno dopo l’altro, senza criteri o gerarchie, fra omissioni e salti temporali. Scritto di getto in pochi mesi, il romanzo, vincitore del Premio Strega nel 1963, ripercorre un arco temporale che va dagli anni ’20 agli anni ’50, tenendo insieme, senza mai eccedere, l’intimità domestica dei Levi con i grandi eventi che scuotono il Paese. In Lessico Famigliare, la memoria sceglie il gergo famigliare come fil rouge che orienta il susseguirsi dei ricordi della prima famiglia dell’autrice: i Levi.

Gli altri romanzi della Ginzburg

Costretta sotto lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte per non rivelare la sua origine ebraica, nel 1942 pubblica il suo primo romanzo, La strada che va in città, incentrato sulla vita famigliare di una sedicenne. L’esistenza femminile è al centro anche in È stato così, vincitore del premio letterario Tempo nel 1947. Investiti di un valore poetico, gli oggetti hanno un ruolo determinante. Così avviene per gli abiti di Valentino, romanzo breve del 1957. Una lingua diretta o onesta, fra malinconia e divertimento, caratterizza il romanzo Sagittario.

Nel 1961, dopo un breve periodo di silenzio, esce Le voci della sera. Scritto in uno stile asciutto e antiletterario, che è il diretto antecedente di Lessico Famigliare, i dialoghi sono i veri protagonisti del romanzo. Nel 1964, questi primi romanzi vengono riuniti e pubblicati in un volume unico: Cinque romanzi brevi.

Dopo il successo di Lessico Famigliare, qualcosa cambia e la prospettiva si inverte. “Non si amano soltanto le memorie felici. A un certo punto della vita, ci si accorge che si amano le memorie”, scrive nel romanzo epistolare del 1973. Caro Michele mette in prosa il crollo della famiglia, lo sgretolarsi del matrimonio in favore di unioni libere, nomadi e balorde. Frutto della medesima consapevolezza è il successivo, La famiglia Manzoni, che racconta, partendo dai diari e dalla corrispondenza privata, la biografia dell’autore dei Promessi Sposi, focalizzandosi sul suo ruolo di membro di una famiglia. All’apice della disillusione si arriva con La città e la casa, romanzo epistolare del 1984, con cui si conclude il racconto del decadimento della serenità domestica, iniziato con Caro Michele.

Drammaturgia, saggistica e un amore sconfinato per Proust

In parallelo alla scrittura e al lavoro in casa editrice, ancora giovanissima si immerge in un progetto di immensa difficoltà: “Nel ’37, Leone Ginzburg e Giulio Einaudi mi proposero di tradurre À la recherche du temps perdu. Accettai. Era folle propormelo e folle fu da parte mia accettare. Fu anche, da parte mia, un atto di estrema superbia. Avevo vent’anni”. Un duro lavoro fra i faticosissimi periodi proustiani dà vita a una delle più belle versioni italiane della Recherche. Particolarmente nota, è la sua traduzione del primo volume: Du côté de chez Swann. Nel 1961, tira fuori dal cilindro un altro gioiello: Le piccole virtù, un testo saggistico di straordinaria bellezza che racconta dall’esilio abruzzese con il marito Leone al ritratto dell’amico Pavese, dagli aneddoti sull’Inghilterra alla descrizione del suo lavoro come consulente editoriale, fino al saggio conclusivo che dà il nome alla raccolta, in cui si rivolge ai genitori con preziose riflessioni sul tema dell’educazione.

Nel 1964, subito dopo il Premio Strega, pubblica, Ti ho spostato per allegria, commedia che ottiene successo anche all’estero, da cui Luciano Salce prende spunto l’omonimo film del 1967. Ironica e scritta con un linguaggio quotidiano, racconta i retroscena di un classico matrimonio borghese. Nel 1971, ritenta la strada della drammaturgia con Paese di mare e altre commedie.

Nella prefazione a Le piccole virtù, si legge: “L’artista non scrive una frase perché è bella, ma perché è vera. E non è un artista chi sacrifica la propria verità per amore di una bella frase o una bella parola”. Due brevi periodi riassumono anni di assidua scrittura: onesta, tagliente e mai inutilmente retorica.

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