"Dove nasce il vento" di Nicola Attadio ripercorre la parabola di una donna coraggiosa, Nellie Bly, che nel 1887 bussa alla porta di John Cockerill, direttore del “New York World” di Joseph Pulitzer. Chiede di essere assunta come reporter. Nessuna donna aveva mai osato tanto... - Su ilLibraio.it un capitolo

Nicola Attadio si occupa da anni di comunicazione, in particolare di libri e cultura (lavora a Laterza). È anche autore e conduttore della trasmissione Vite che non sono la tua di Radio 3, e ora debutta in libreria per Bompiani con Dove nasce il vento – Vita di Nellie Bly, a free american girl (Bompiani), in cui ripercorre la parabola di una donna coraggiosa, che molto prima dell’era dei social network capì come la scrittura può tenerci uniti e cambiare le nostre vite.

Siamo nel settembre 1887: una ragazza bussa alla porta di John Cockerill, direttore del “New York World” di Joseph Pulitzer. Chiede di essere assunta come reporter. Nessuna donna aveva mai osato tanto. Il suo nome è Elizabeth Cochran, ha ventitré anni, ma già da tre scrive per un quotidiano di Pittsburgh firmandosi Nellie Bly. Una donna reporter non si era mai vista, ma la sua idea di un’inchiesta sotto copertura a Blackwell Island, manicomio femminile di New York, convince Cockerill e Pulitzer ad accettare la sfida. Ne nasce un reportage che farà la storia del giornalismo. Da qui, in un crescendo di popolarità e sotto mille travestimenti, Nellie racconterà l’America agli americani. Lei, una donna, diventerà l’incubo di politici e benpensanti, viaggerà in tutto il mondo, vivrà amori e fallimenti. Sempre convinta che il senso del giornalismo sia quello di migliorare la vita dei lettori.

Nellie Bly

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

C’è un fiume che attraversa da nord a sud la contea di Armstrong in Pennsylvania. Il suo nome è Crooked Creek. Il corso d’acqua taglia in due un piccolo paese, Burrell, disegnando morbide anse. A ridosso di una di queste anse c’è un villaggio nato intorno a un mulino ad acqua, popolato da braccianti che lavorano nei campi di cereali, segale, avena. Il mulino è di proprietà di un facoltoso commerciante, Michael Cochran. La macina è molto redditizia. Ma Mr Cochran non si accontenta di quel successo. Decide di ampliare la sua attività, mettendo su un emporio. E anche questa si rivela subito un’ottima idea. Gli affari vanno a gonfie vele. È ricco e molto stimato, tanto che per alcuni anni sarà eletto giudice onorario. In realtà lui non sa nulla di diritto, ma il buon senso e il rispetto della comunità sono quanto basta nella Pennsylvania di metà Ottocento per dirimere piccoli diverbi e dare così una mano al giudice della contea.
Un po’ distante dal mulino, in una baia ventosa che i fiordalisi in primavera colorano di blu e giallo, c’è una grande casa su due piani, circondata da querce imponenti. È lì che vive il giudice, come ormai lo chiamano tutti in paese, con la sua seconda moglie Mary Jane. La prima, Catherine, che aveva sposato nel 1837, è morta a meno di quarant’anni, lasciandolo solo insieme ai loro dieci figli. Gli uomini si sa come son fatti. Dopo nemmeno un anno dalla morte di Catherine, nel 1858, il giudice con il vestito delle grandi occasioni sta già promettendo amore e fedeltà eterna a Mary Jane Cummings, una giovane vedova senza figli. Alla sua già numerosa prole, si aggiungeranno i cinque figli messi al mondo da Mary Jane: Albert, Charles, Elizabeth, Kate e Harry. Il giudice ha un debole per Elizabeth, forse perché è nata un mese dopo la morte di suo figlio William Worth, caduto durante la guerra civile nella battaglia di Plymouth. È il segno che la vita alla fine ha ragione di tutto. A casa la chiamano Pink, probabilmente per il vezzo di sua madre di vestirla di rosa sin dal giorno del suo battesimo. E Pink stravede per quel padre che ha la tenerezza di un nonno. Sono questi anni di assoluta spensieratezza. Una giostra di affetti ruota intorno a quella piccola peste. Ha tredici fratelli, alcuni dei quali hanno figli più grandi di lei che la chiamano zia. Amore, gioia, libertà, benessere. In quella grande casa a Cherry Run la felicità fa parte del panorama, come le querce, il fiume, i fiordalisi blu, il mulino. Le giornate trascorrono placide, soprattutto quando arriva la bella stagione. In quelle giornate di sole, con il cielo  che sembra così basso e azzurro che ti ci puoi tuffare dentro con un salto, Pink si sveglia molto presto per andare a sbirciare suo padre mentre beve il caffè appoggiato alla quercia. E poi lo convince a portarla all’emporio dove tortura i ragazzi che lavorano dietro il grande bancone di legno. Oppure si dondola sempre più forte sull’altalena appesa al robusto ramo della quercia che domina il retro della casa, mentre Mary Jane la cerca dappertutto per metterla a letto. È una piccola oasi di pace. La guerra civile è ormai alle spalle, il giudice, come tutta la nazione, ha sacrificato un figlio, ma il momento del lutto è passato. La vita riprende più forte. E come il resto della nazione anche a Cochran’s Mills tutto si trasforma e cresce a ritmo serrato: arriva la scuola, si moltiplicano le chiese, si scava nella terra perché la nazione ha sempre più fame di ferro e carbone. In realtà qualcuno inizia a scavare per recuperare anche qualcos’altro. Un liquido denso, verdastro con un odore nauseabondo: il petrolio. Già prima della guerra civile, a un centinaio di miglia a nord-ovest di Burrell, nella contea di Crawford sempre in Pennsylvania, in un paesino chiamato Titusville, un piccolo gruppo di uomini d’affari si era messo in testa di tirar fuori dal ventre della terra quel liquido maleodorante. Succedeva spesso che affiorasse in alcuni tratti dell’Allegheny, il grande affluente dell’Ohio che scorre proprio lì vicino. Tanto che un chimico di Yale nel 1855 ne aveva raccolto quanto necessario per poterne studiare le proprietà, arrivando alla conclusione che una volta sottoposto a un processo di raffinazione quel petrolio sarebbe stato un ottimo combustibile. Il gruppetto affidò quindi l’impresa a un giovane del posto, Edwin Drake, un uomo che aveva praticato mille mestieri in cerca di fortuna.
Drake si appassionò al progetto e incominciò a cercare il petrolio utilizzando dei pozzi artesiani. A lungo senza successo. Poi in una calda giornata di fine estate, quando ormai tutti davano a Drake del pazzo e truffatore, da uno dei pozzi cominciò ad affiorare il petrolio. Veniva su come fosse acqua. Da più di centocinquant’anni generazioni di studenti sottolineano quella data: 29 agosto 1859. Ma quel giorno non sarebbe finito sui libri di storia se lì non fosse arrivato qualche anno dopo un giovanotto di Cleveland che aveva sentito parlare di petrolio ed era convinto che quella risorsa fosse assai più preziosa del mitico oro della California.
Ha solo ventisei anni quando decide di investire tutto ciò che possiede in un’impresa che nessuno ancora sa bene cosa sia: una raffineria. Perché il petrolio, così come affiora, è inutilizzabile.
Ci vuole la cura di mani e menti sapienti, capaci di trasformarlo nel combustibile che avrebbe sbaragliato il carbone. No, non è alchimia. È chimica applicata. E lo sconosciuto giovanotto dai modi molto garbati ha creato nel nulla di Titusville quello che nel giro di pochi anni sarebbe diventato il più grande monopolio privato della storia: la Standard Oil. Chissà se Michael Cochran, giudice onorario del piccolo villaggio di Burrell, ha mai sentito nominare quel ragazzo prodigio: John Davison Rockefeller. Si potrebbe presumere di sì. E magari ne ammira l’intraprendenza, la metodicità e la capacità di guardare lontano. Lui si sente simile a quel ragazzo. Ha costruito un suo piccolo impero. Certo le sue sono speculazioni fondiarie, ma lo spirito è lo stesso. È lo spirito di un paese che, dopo la guerra civile, si rimette decisamente in moto, spinto da un’irrequietezza ancora più potente del petrolio di Drake. C’è come l’urgenza di essere parte di una grande trasformazione. E guai a opporre resistenza per il timore di perdere quello che si ha guadagnato. Per lui, per loro come più tardi per Elizabeth, irrequietezza è la parola chiave. È la stessa irrequietezza che un bel giorno spinge il giudice a lasciare la casa di Cherry Run per andare a vivere ad Apollo, la sua cittadina di origine. È lì che vuole continuare ad arricchirsi e invecchiare. Detto fatto.
Nel 1869 Pink saluta la grande quercia per trasferirsi nella imponente casa dalle colonne bianche, che a lei, alta neanche un metro, erano sembrate le gambe di un gigante. Ma il giudice Cochran non sarebbe mai diventato vecchio in quella casa: una paralisi fulminante – oggi diremmo un ictus – e l’uomo appoggiato alla quercia davanti all’orizzonte diventa un ricordo sbiadito, per poi scomparire del tutto. All’inizio Pink chiude gli occhi e rivede il corpo immobile di suo padre steso sul letto.
Le dita bianche, senza vita, incrociate l’una nell’altra. Da quelle mani non riceverà mai più una carezza, da quella bocca non uscirà più il suono della sua voce. Tutto, all’improvviso, è irrimediabilmente finito. I grandi le spiegano che il giudice non l’abbandonerà mai, che da qualche luogo non ben precisato veglierà su di lei. Pink, però, non se ne fa una ragione. È come un’amputazione, con lui se n’è andata via una parte di lei. E poi ha paura. Cosa ne sarà della sua famiglia? Prima era forte, ora non più. Il mondo, il suo piccolo mondo, è crollato come un castello di carte. Judy, l’inseparabile compagna di giochi, subito dopo il funerale, le racconta cosa è successo quando è morto suo nonno: qualche giorno dopo è arrivato un signore vestito di scuro con in mano una strana lettera lasciata proprio dal nonno e tutto si è sistemato. Allora Pink, rincuorata, corre dalla madre, sicura che anche il giudice avrà fatto lo stesso. Mary Jane con le lacrime agli occhi le dice che non c’è nessuna lettera. Pink la guarda incredula: “Come è possibile che tu e papà non ci abbiate pensato?” Mary Jane rimane senza parole, mentre Pink si rende conto, per la prima volta, di quanto le domande che facciamo siano più importanti delle risposte che riceviamo.

(Continua in libreria…)

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